Vedi come si erge candido

Vides ut alta stet nive candidum

Soracte, nec iam sustineant onus

silvae laborantes, geluque

flumina constiterint acuto?

Dissolve frigus ligna super foco

large reponens atque benignius

deprome quadrimum Sabina,

o Thaliarche, merum diota.

Permitte divis cetera, qui simul

stravere ventos aequore feruido

deproeliantis, nec cupressi

nec veteres agitantur orni.

Quid sit futurum cras fuge quaerere et

quem Fors dierum cumque dabit lucro

appone, nec dulcis amores

sperne puer neque tu choreas,

donec virenti canities abest

morosa. Nunc et Campus et areae

lenesque sub noctem susurri

composita repetantur hora,

nunc et latentis proditor intimo

gratus puellae risus ab angulo

pignusque dereptum lacertis

aut digito male pertinaci.

§

Vedi come si erge candido
d’ alta neve il Soratte! I boschi al peso
non reggono, fiaccati, e per l’acuto
gelo si sono rappresi i fiumi.

Dìssipa il freddo deponendo legna
sul focolare, in abbondanza, e mesci
da un’anfora sabina a doppia ansa,
o Taliarco, vino di quattr’anni!

Lascia il resto agli dei, che appena placano
i venti in lotta sulla ribollente
distesa, non più ondeggiano i cipressi
né con essi agitati i vetusti orni.

Cosa accadrà domani, tu non chiedere.
Se un altro giorno ti darà la Sorte,
ascrivilo a guadagno e non spregiare,
ora che sei giovane, le danze e i dolci amori,

mentre è lontano dal tuo verde il tedio
della vecchiaia. Adesso il Campo
e le piazze, ora prima che annotti
si ripeta il lieve sussurro dei convegni,

ora il gradito riso che ti svela
da un angolo segreto ove si celi
la tua fanciulla, e il pegno strappato
dal polso o dal dito che resiste appena.

QUINTO ORAZIO FLACCO  (Odi  I,9)

O rustica Fidile

Caelo supinas si tuleris manus
nascente luna, rustica Phydile,
si ture placaris et horna
fruge Lares avidaque porca

nec pestilentem sentiet Africum
fecunda vitis nec sterilem seges
robiginem aut dulces alumni
pomifero grave tempus anno.

Nam quae nivali pascitur Algido
devota quercus inter et ilices
aut crescit Albanis in herbis,
victima, pontificum securis

cervice tinguet; te nihil attinet
temptare multa caede bidentium
parvos coronantem marino
rore deos fragilique myrto.

Inmunis aram si tetigit manus,
non sumptuosa blandior hostia
mollivit aversos Penatis
farre pio et saliente mica.

§

Se avrai alzato le palme al cielo quando la luna è nascente, o rustica Fidile, se avrai placato i Lari con l’incenso, col raccolto nuovo e con una scrofa affamata, nè la vite feconda soffrirà per lo scirocco pestilenziale nè le messi per la ruggine che rende sterili nè i delicati capretti soffriranno le intemperie del tempo autunnale. Infatti fra le querce e i lecci dell’Algido nevoso pascola o cresce nelle erbe d’Alba la vittima designata che tingerà la scure dei pontefici; non è cosa da te che li incoroni con rosmarino e delicato mirto mettere alla prova i piccoli dei con una grande strage di pecore. Se tocchi con mano innocente l’altare, nessuna sontuosa offerta piega i Penati ostili più dolcemente del buon grano e del sale saltellante.

QUINTO ORAZIO FLACCO (Ode 3,23)

Carpe diem

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Vt melius, quidquid erit, pati,
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum! Sapias, uina liques et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas. Carpe diem, quam minimum credula postero.

§

Tu non devi cercare di sapere, Leuconoe -non ci è lecito- che limite
abbiano imposto gli dei a me, e a te; e non tentare neanche
con l’oroscopo dei Babilonesi. Molto meglio accettare quel che sarà.

Sia che Giove ci abbia assegnato molti inverni, sia che ci abbia concesso come ultimo questo,
che ora fiacca il mar Tirreno contro la barriera scabra degli scogli;
tu resta saggia. Filtra il vino e, poichè lo spazio che abbiamo è poca cosa,
tagliale le aspettative che vanno molto in là. Mentre noi parliamo, il tempo ingeneroso
del nostro esistere è già fuggito via. Coglilo quest’attimo e sul futuro fa’ affidamento meno che puoi.

QUINTO ORAZIO FLACCO (Carmina, I,11)

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