Trieste

Chiassosa e lunare
tra brandelli
di vento trascinante.
Solare e suggestiva
tra il chiarore della piazza
sull’acqua sussurrante.
Forte e fragile
le mura di città
dove la storia di ieri
non l’ha mai consumata.
Si sale, si scende
tra velati odori
di passi boschivi.
Silente e ridente
il chiasso
di occhi fugaci.
Ed io,
straniera quì,
lascio scorrere
la sua aria di arcobaleno,
tra l’amore
che mi ha suonato
il tuonante sillabare:
RESTA.

Glò

Published in: on febbraio 10, 2010 at 07:41  Comments (7)  
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San Martino del Carso

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
E’ il mio cuore
Il paese più straziato

GIUSEPPE UNGARETTI

Published in: on febbraio 10, 2010 at 07:35  Comments (4)  
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Foibe

 
Carsici baratri profondi e scuri
Custodi involontari
Di abominevoli vergogne
E di voluti silenzi decennali
Di rei conoscitor d’ infamie
Da cancellar da la memoria
Or luce è fatta
Sui martiri negati
Vittime di infima sorta
Colpevoli innocenti
Negletti dalla storia
Come immondizia gettati
A morir vivi
In fondo al pozzo ammucchiati
Da ideali puzzolenti
Come lor carne putrefatta,
Qual è la differenza, deh!
Se mai sapete,
Tra un pozzo…e un forno ?!

Armando Bettozzi

Published in: on febbraio 10, 2010 at 07:18  Comments (6)  
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Una stella in cielo


Lo conosco l’uomo
che affossa l’altro uomo
si vanta di essere migliore
ben sapendo che è solo terrore
quello che invade il suo cuore
e lo spinge ad essere arma letale
della peggiore specie
ha occhi di morte
mani senza stelle
il petto devastato
steppa d’arido deserto
nessun uccello potrebbe
farci il nido
neanche la rosa potrebbe
regalargli trine di dolcezza.
Lo conosco l’uomo
che spreme la vita in
campi di sterminio
gioca a fare il superuomo
per non guardare in faccia la sua miseria
lo conosco è un mezz’uomo
nessuna bestia può fargli concorrenza
non conosce il linguaggio dell’amore
non sa cosa vuol dire
salire su sentieri di pace
per lui non ci sarà mai il sole
è condannato a vivere nel buio di pece
e continua imperterrito
nella sua marcia infernale
vuole spezzare candide piume
alla colomba in volo.
Conosco l’uomo
che uccide l’altro uomo
e ne ho infinita vergogna
ma conosco l’uomo
che semina germogli d’arcobaleno
in lui confido, m’affido e concedo
tremulo canto così alto e vero
da far brillare una stella in cielo
accenderà di luce e di speranza
il firmamento intero.

Roberta Bagnoli

Published in: on febbraio 10, 2010 at 07:11  Comments (10)  
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MEMORIA E SMEMORATEZZA

Qualcuno ricorda le foibe, termine usato per ricordare il massacro di migliaia di italiani tra donne, bambini, uomini, vecchi? Cinque lettere per indicare uno dei tanti orrori che la guerra crea ad ogni latitudine indipendentemente dal colore della pelle, dal credo religioso e politico. Le foibe sono dei crepacci di natura carsica con profondità anche di centinaia di metri, così stretti da essere in molti casi  parzialmente o totalmente inaccessibili. Quelli in oggetto riguardano la penisola istriana. Il massacro fu opera delle truppe jugoslave di Tito e delle bande partigiane jugoslave. Le foibe servirono sia come fosse comuni naturali per le esecuzioni sommarie avvenute in vari punti della penisola che come luoghi delle esecuzioni stesse. Gente legata tra loro, bastava colpirne uno per far precipitare anche gli altri, un gesto di sadismo degno dei peggiori aguzzini nazisti. La particolarità che distingue questo orrore dagli altri, qualora si voglia fare una classificazione dei vari orrori, è che a perire furono anche partigiani italiani che contribuirono alla liberazione. Fascisti e partigiani accomunati da un unico e tragico destino. Perirono anche persone innocenti che nulla ebbero a spartire sia con i fascisti che con i partigiani. Furono massacrati solo perché potevano essere dei potenziali oppositori ancor prima di essere italiani. Perirono quelle persone che erano in vista nei paesi magari perché erano il farmacista, il medico condotto, l’impiegato delle poste, l’avvocato e via dicendo, fino alla vedova di guerra, al figlio più piccolo di un soldato italiano. Una vera e propria pulizia etnica. Si volle annullare la potenzialità della memoria e quella culturale nell’ottica barbara e sanguinaria di un regime comunista che non voleva gente pensante. Le foibe furono su vasta scala anche l’opportunità per vendette personali e per appropriazioni indebite di terreni e beni edilizi distruggendo i catasti ed eliminando i proprietari. Bastava solo un’accusa senza prove, bastava essere solo italiani. Molti tra i più anziani ricordano i tanti profughi istriani e dalmati che si rifugiarono in Italia, peraltro non sempre accolti con la solidarietà dovuta a dei connazionali in difficoltà.  Oggi ricorre “La giornata del ricordo”, una specie di commemorazione riparatoria  che giunge tardivamente a dare considerazione a quella tragedia e a quei lutti. Ma il punto è un altro. A che serve un giorno della memoria nel momento in cui il mondo è teatro continuo di olocausti, nel momento in cui non abbiamo nemmeno la memoria dei tanti olocausti passati dal dopoguerra in poi? A che serve un giorno della memoria quando l’Europa fece finta di non vedere le  pulizie etniche nell’ex Jugoslavia, intervenendo solo nel Kosovo per motivi di convenienza, anni dopo? Qualcuno ha inventato un giorno della memoria per quanto avvenuto in Cile e Argentina? Vogliamo ricordare la Cina con la sua “Rivoluzione culturale” la marea di imbecilli che la celebravano anche in Europa con il famoso libro rosso di Mao Tse Tung? La contestazione era di moda ma nessuno si domandò dove finivano milioni di cinesi “dissidenti”. Memoria corta o menefreghismo di comodo? A che serve un giorno della memoria quando ci scordiamo che nel Darfur c’è un genocidio in atto? Che strano aver sentito le giuste parole di Napolitano nel commemorare l’olocausto, e pensare che in quello stesso momento stavano morendo donne, vecchi e bambini in quella regione dal nome simile ad una caramella che ancora molti non sanno nemmeno dove si trovi? Non parliamo poi della Russia che ha conosciuto l’orrore dei “Gulag”, un orrore cominciato ben prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. I russi non hanno mai quantificato il numero dei deportati dopo la fine della guerra. A milioni non sono tornati: dissidenti, ex borghesi o piccoli proprietari, credenti che non si piegavano all’ateismo di stato, avversari politici interni alla nomenclatura ed anche vittime di vendette personali. E moltissimi ebrei. Quanti giorni della memoria dovremmo avere nell’arco di un anno?  Qualcuno ricorda lo sterminio con i gas dei curdi nel nord dell’Iraq ai confini con la Turchia? C’è memoria della Cambogia dei Khmer rossi di Pol  Pot , dove la popolazione alla fine della dittatura risultò quasi dimezzata?  È servito il giorno della memoria a rallentare il risorgere del neonazismo che da pochi anni è in forte aumento? Mi chiedo chi glielo abbia spiegato a quelle teste “circoncise” che vanno in giro per la Germania e il resto d’Europa  cosa è stato il nazismo. La comunità ebraica ha il triste primato del primo genocidio documentato con immagini che ogni anno ci vengono riproposte a testimonianza di ciò che avvenne. Le immagini arrivano prima delle parole, sempre uguali, alle quali si può credere o meno a seconda di quanto siamo sensibili o interessati. Le immagini non lasciano spazio a interpretazioni di comodo. Ma nessun popolo può sentirsi il depositario del diritto di considerarsi  vittima dell’orrore. Semmai si dovrebbero accomunare tutti gli orrori e le sofferenze delle tante popolazioni che stanno subendo anche oggi lo stesso destino.  Ricordare è giusto ma sarebbe più giusto combattere perché questi orrori non avvengano più,  e se di giorno della memoria si deve parlare, se ne parli  per tutto il mondo, in un punto del mondo, raggruppando i rappresentanti di ogni nazione dove esista l’orrore o dove sia esistito. Una conferenza planetaria con filmati del presente e del passato dei tanti, troppi genocidi, da mandare a reti unificate per tutto il pianeta, per ventiquattro ore di seguito.  Non servirebbe a niente, lo so, ma è sempre meglio dell’ipocrisia dei “moniti” lanciati da stanze dorate, comode e riscaldate, mentre dietro l’angolo un fiume di sangue scorre aggiungendo l’orrore degli uomini alle tragedie della natura e a quelle della carestia e delle malattie. La morte degli innocenti non fa rumore nelle coscienze, altrimenti gli stermini sarebbero cessati da un pezzo.

Claudio Pompi

Sepoltura

Tra le marmoree solitarie siepi
dove il colore del tempo si perde
tentenna il sol da cipressi ventosi
guizzi di vago novembrino ardire…
marcia il corteo ed i velati volti
sfogliano riti, calpestio di passi
grava, il silenzio si profonda, avanza
nero come il colore dell’addio.

Oh come corre questo treno fermo,
coi finestrini aperti alla campagna!
Tende la mano l’albero di sogni
dolci, pendenti, carico, maturi,
sfioran le dita quello di rimpianti,
foglie ingiallite, sterili pensieri.

La terra pia che ci raccoglie, cruda
inghiotte questo sacro appuntamento,
non la placano né fiori recisi
e nemmeno il dolore… sepoltura
come un blocco di marmo s’addolcisce
allo scalpello di chi accende un fiore.

Giuseppe Stracuzzi