Altro che solitudine!


Non parlarmi della solitudine
se mi vedi assorto, attorcigliato
come il tronco di un ulivo secolare
quando è pronto al bacio del tramonto.
Come lui aspetto il buon raccolto
tra i colori delle genti laboriose,
tra i sussurri e gli schiamazzi antichi
mentre intorno l’aria mossa si fa nuova.
Non parlarmi della solitudine
quando invece in mille mi fraziono
con l’aiuto di mia amica fantasia
nel clamore del virar del cielo.
Altro che solitudine!
E tu?

Aurelio Zucchi

Published in: on febbraio 22, 2010 at 07:38  Comments (11)  
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Ponte di barche

E si scendeva
con le biciclette
al ponte di barche
cullati dal fiume
che navigava lento,
trapunta d’acqua nel letto
di un Polesine malato
e là si aspettava l’anello del sole
che cento mani avevano nostalgia,
alla porta del bosco
bussavano gli alberi
del nostro amore,
aprivano baci notturni
all’usignolo sul ramo di luna,
incantato il cuore
dal respiro di nebbia
che ci dava vita bagnata
e pantaloni di guazza,
seduta nell’erba
sognava la ragazza
tra i triboli acquatici
e un vecchio poeta cantava
la pioggia di Firenze.

barche di carta

Quando arrivi


Ma se poi io mi siedo e ti aspetto
col cuore in allarme
coi polsi che battono uguali alle tempie…
ma se poi davvero tu arrivi
con le scarpe nuove nei passi veloci
io che dico senza voce
emozionata ed emozionabile ancora
come se non ti conoscessi già
da più di metà della mia vita
ed ancora mi sorprendi
e mi ridi sulla pelle e mi solletichi
idee che fanno girare in tondo
e poi ritornare gli anni ed i giorni
che poco senso hanno
senza te.

Maria Attanasio

Published in: on febbraio 22, 2010 at 07:18  Comments (11)  
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La stella

L’ÉTOILE

Ils perdirent l’Etoile, un soir; pourquoi perd-on
L’Etoile ? Pour l’avoir parfois trop regardée.
Les deux rois blancs étant des savants de Chaldée,
Tracèrent sur le sol des cercles au bâton.

Ils firent des calculs, grattèrent leur menton.
Mais l’étoile avait fui, comme fuit une idée.
Et ces hommes dont l’âme eut soif d’être guidée
Pleurèrent, en dressant des tentes de coton.

Mais le pauvre Roi noir, méprisé des deux autres
Se dit : ” Pensons aux soifs qui ne sont pas les nôtres,
Il faut donner quand même à boire aux animaux. ”

Et, tandis qu’il tenait son seau par son anse,
Dans l’humble rond de ciel où buvaient les chameaux
Il vit l’Etoile d’or, qui dansait en silence.

§

Perdettero la stella un giorno.
Come si a perdere
La stella? Per averla troppo a lungo fissata…
I due re bianchi,
ch’eran due sapienti di Caldea,
tracciaron al suolo dei cerchi, col bastone.

Si misero a calcolare, si grattarono il mento…
Ma la stella era svanita come svanisce un’idea,
e quegli uomini, la cui anima
aveva sete d’essere guidata,
piansero innalzando le tende di cotone.

Ma il povero re nero, disprezzato dagli altri,
si disse: ” Pensiamo alla sete che non è la nostra.
Bisogna dar da bere, lo stesso, agli animali”:

E mentre sosteneva il suo secchio per l’ansa,
nello specchio di cielo
in cui bevevano i cammelli
egli vide la stella d’oro che danzava in silenzio.

EDMOND ROSTAND

Cavalli


sulle brughiere;
zoccoli immersi nel sogno
e sfrangiate criniere
annerite dal grigio.

Cavalli
né suoni né nitriti
stanno ritti e pazienti
le teste elevate
sul freddo pianeta
aspettano l’alba
strigliati dai tremori
sfocano avvallamenti
e nell’abbandono

sfumano le nari.

Aurelia Tieghi

Published in: on febbraio 22, 2010 at 07:09  Comments (9)  
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CANZONI E POETI

Il Festival della canzone italiana è passato, il baraccone delle grandi illusioni è stato smontato e le canzoni presentate sono belle o brutte a seconda dei gusti e delle interpretazioni personali. Ha vinto un giovane,  Valerio Scanu, faccia pulita e canzone orecchiabile. Il successo vero lo ha riscosso il trio Emanuele Filiberto, Pupo, Canonici con “Italia amore mio” (da sottolineare che nell’intervento del bravo tenore Canonici è facile riconoscere un pezzo della colonna sonora del  film “Il mago di Oz” ovvero “Over the rainbow”). Un successo sorretto da “effetti speciali” quale la presenza del ct della nazionale di calcio Marcello Lippi e una versione del testo rivisitata ad uso del pubblico sportivo: non so se il regolamento sia stato rispettato, ma ormai non ha importanza. Se vogliamo dirla tutta il testo era un po’ ruffiano e intriso di nostalgia.  Si può discutere sui testi o sulle melodie, sugli arrangiamenti o scopiazzamenti che ho intravisto in certi brani. La canzone, nella maggior parte dei casi è anche poesia, tutto sommato quest’anno non mi sembra di averne sentita molta.  Questo mi porta a ricordare con rimpianto i veri poeti della canzone italiana. Vi ricordate Sergio Endrigo? Per molti era un cantante superato, malinconico e non al passo coi tempi, ma pochi come lui hanno scritto e cantato poesie d’amore  così dolci e struggenti. Un poeta riversa nelle sue opere la propria esistenza, ha il coraggio di esporre la sua anima, la sua intimità spirituale. Endrigo lo ha fatto forse meglio di altri più “contemporanei” senza voler con questo togliere meriti e credito a quanti sono venuti prima o dopo di lui. Ogni sua canzone era una poesia e la sua stella ha brillato fino a quando il vento del sessantotto, con la canzone di protesta, non ha spazzato via i “buoni sentimenti”. Endrigo, come anche altri della sua generazione, ha continuato a scrivere canzoni, ma non era più il tempo dei poeti. A distanza di anni alcune sue canzoni sono state rivisitate da artisti in voga, ma di lui a San  Remo non si è ricordato nessuno, forse perché questa manifestazione è entrata nell’ ottica del mordi e fuggi, del “domani è un altro giorno” e dei cantanti che non sono destinati a fare storia. Luigi Tenco, altro poeta della canzone, arrivò a suicidarsi, pare per non aver accettato l’eliminazione dalla gara, ma non aveva capito che già allora esistevano gli intrallazzi tra organizzatori e discografici. Anche allora c’era la politica di mezzo e il festival doveva essere una valvola di scarico per le tensioni sociali, e chi cantava il disagio quotidiano poteva dare fastidio. Oggi assistiamo allo scambio di favori tra RAI e Mediaset, alla messa in campo di giovani cantanti proveniente dalle trasmissioni della De Filippi (Amici) o da Xfactor, due programmi simili che sfornano giovani promesse o vecchie pseudo-glorie  come Morgan (ex Bluevertigo) che di Xfactor era uno dei giurati. Se non si fa parte di certi schieramenti non si va in scena, non si canta e non si conta, e la qualità musicale complessiva si abbassa in maniera evidente e inesorabile. Chi ha reso accettabile la manifestazione dal punto di vista dello spettacolo è stata Antonella Clerici, che con la sua semplicità e simpatica goffaggine (peraltro ben remunerata con 500.000 Euro del nostro canone RAI) è stata comunque all’altezza della situazione. Fatti alla mano oggi possiamo dire che era già tutto previsto (ma come ti sbagli!?): i tre finalisti, alla faccia del televoto democratico (altro prelievo coatto Telecom, ricordiamolo) sono stati i televotati, teleguidati, telepilotati Marco Mengoni, proveniente da Xfactor, ossia RAI, Valerio Scanu proveniente da Amici” di Mediaset ed Emanuele Filiberto che è stato coproduttore del programma RAI “Raccomandati” condotto da Pupo.  Come cantava Renato Zero, altro poeta della canzone italiana ,“Il carrozzone va avanti da sé, con le regine, i suoi fanti e i suoi re… “.  Ipocrita infine la partecipazione di Maurizio Costanzo, in pieno rispetto del duopolio mediatico in quota “progressista”, che ha ospitato tre poveri cassintegrati per far vedere che anche lo spettacolo è vicino ai problemi della gente. Chissà, forse la sua coscienza si sarà sentita più leggera, come le tasche degli italiani… Una cosa però è certa, anche questa musica è sempre più leggera, senza più carattere, senza più qualità, senza più poeti che la nobilitano. E non aiuta ad alleggerire i problemi degli italiani, che da lunedì tornano ad essere gli stessi di sempre.

Claudio Pompi