OTTO MARZO

Per tutte le donne e le bambine, e le vittime di violenza.  Le mimose non bastano.

DOPO

Ti lavi e
scarnifichi
pelle e sangue
ti rilavi
in ogni angolo
in ogni ansa
in ogni orifizio
via membrana sozza!
Ma non basta.
Sei stata
“cosa ” d’altri.
Flebo d’acqua
pura e fresca nel
fegato e nel cuore
nell’utero e nel diaframma
e poi bevi cristallo
e versi sui capelli e
non t’asciughi
lasci scorrere
scorrere…..
Ma non basta.
Sei stata
“cosa”d’altri.

Rivolgi sguardo
di paura
tocchi ma non senti
sei anestetizzata
ma dura poco.
Intorno sorrisi
o grilli di parole
sfuggono come
stelle cadenti
non odi
mano ch’è
manciata di more
ancora amare.

No, stammi lontano
amore mio.
Mi fa male .
Troppo male.
Non ora.
Sono stata
“cosa “d’altri
non più mia.

Tinti Baldini

Ciao donna

sei forma di fili dorati
nata da emozioni e fantasie
di uomini e poeti,
pittori ti colorano
in forme con sempre
nuove immoralità
ti vestono col mare
ti coprono con l’oro del sole.

Ti scorgo al bordo del lago
la dove i boschi giacciono bui
dove la luna entra a mezza luce,
attraversando tronchi,
quasi a raccogliere le ultime foglie.
avvolgendo  con la sua luce
il bosco e i canneti intorno
al lago, seguendo un sentiero
fatto di sogni e sospiri.

Ed io col pensiero ti bacio
mani, viso e capelli
proteso come folle bevo
l’affascinante tua dolcezza
mentre fuggi altrove,
tu che sai come ti amo
tu che sai quanto ti avrei amata.

Marcello Plavier

8 marzo

Son dipinte nel vento
le risa delle donne
e ogni loro lamento

pennellate di fiori
su gote e labbra
le piaghe dei dolori

c’è l’orgoglio del mondo
in un petto che allatta
in un ventre fecondo

ma se entro questo mare
di melma e quarzo
fossimo noi da sole a navigare

marzo non si dovrebbe celebrare
per quel rogo di donne alla filiera
ma solo perché sboccia primavera.

Viviana Santandrea

La vetta


Ho scalato la montagna della vita
con le sue impervie pareti,
le ricadute rovinose
i dolori sanguinanti del cuore,
il freddo degli addii e i tormenti
dell’anima inquieta.
Le mani ferite e dolenti
a stringere i sogni da inseguire
che poi sfuggivano alla presa.
Ho scalato la montagna dei miei pensieri
in compagnia dei silenzi
e con loro dormivo
Ho scalato la montagna dei rimpianti
senza  guadare in basso
nei baratri del passato
la paura della malinconia
e dei fantasmi da evitare
come una vertigine mortale.
Ho scalato la montagna del tempo
con i venti a sferzare il mio volto
a cambiarlo, a non riconoscerlo
negli specchi  di laghi gelati
delle stagioni dell’uomo.
Domandarmi  se quello ero io
o il ricordo di me stesso
Ho scalato la montagna dei dubbi
cercando nell’ eco la voce di Dio.
Ho scalato la montagna dell’amore
rimanendo immobile e senza respiro
ad ogni primo bacio, ad ogni sì.
Sulla vetta, ristretto spazio dove
posto non c’è per amori, dolori
rimpianti, ambizioni, speranze
dove illusioni non esistono più
dove mentire a se  stessi non serve
per continuare a vivere perché limpido
intorno e sopra me è il cielo delle verità…
aspetto un angelo o un demone.

Claudio Pompi

Indifferenza

E’ sbocciato quest’odio come un vivido amore
dolorando, e contempla se stesso anelante.
Chiede un volto e una carne, come fosse un amore.

Sono morte la carne del mondo e le voci
che suonavano, un tremito ha colto le cose;
tutta quanta la vita è sospesa a una voce.
Sotto un’estasi amara trascorrono i giorni
alla triste carezza della voce che torna
scolorendoci il viso. Non senza dolcezza
questa voce al ricordo risuona spietata
e tremante: ha tremato una volta per noi.

Ma la carne non trema. Soltanto un amore
la potrebbe incendiare, e quest’odio la cerca.
Tutte quante le cose e la carne del mondo
e le voci, non valgono l’accesa carezza
di quel corpo e quegli occhi. Nell’estasi amara
che distrugge se stessa, quest’odio ritrova
ogni giorno uno sguardo, una rotta parola,
e li afferra, insaziabile, come fosse un amore.

CESARE PAVESE (Da “Poesie del disamore”)

Salici

Sul lago
salici inclinati
s’appoggiano agli altri
le loro stelle filanti
dondolano
hanno lance di foglie spuntate
quasi ricamate da un tocco

s’intrecciano
facendo cerchi nell’acqua
sforzandosi
per giungere al centro

salici
sospinti dal vento
inneggiano al sole
che li riscalda
poi muore.

Aurelia Tieghi

Published in: on marzo 7, 2010 at 07:03  Comments (7)  
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