Lavandare

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l’aratro in mezzo alla maggese

GIOVANNI PASCOLI

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5 commentiLascia un commento

  1. A mio demerito certo ,ma non amo Pascoli in modo particolare però questa così essenziale di immagini ,suggestiva e parca di parole mi piace.Tinti

  2. Concordo anch’io con Tinti, trovo questa poesia suggestiva e particolarmente incisiva specie nella chiusa finale.
    Roberta

  3. A me Pascoli piace poiché i suoi versi sono soffici e armoniosi, sembrano quadretti affissi alle pareti con molta attenzione e sollecitudine. Questa mi piace particolarmente -Giuseppe

  4. Cari cantieristi, vi offro la versione in bolognese di
    due amici miei: la Bastelli fa una traduzione quasi letterale, mentre Lepri – studioso della storia di Bologna e autore di numerosi libri in bolognese e del Dizionario Bologn.-Ital. /Ital. Bolog. insieme a Daniele Vitali – fa una traduzione ideologica rispettosa del significato originale pascoliano. ciaosandren

    Lavandèri (traduzione di Anna Bastelli)

    Int al canp mèż grîś e mèż naigher
    ai armâgna un piå sänza bû, ch’al pèr
    dscurdè là, stra la fumèna alżîra.

    E a tänp dal canèl ai vén
    al saguajèr däl lavandèri
    con ciûc féss e lónghi cantilén:

    Al vänt al sóppia e al naiva dala frâsca,
    e tè t an tåuren brîśa al tô pajaiś!
    quand t andéss vî, cómm a sån armèśa!
    cunpagn al piå, lasè in mèz al’èra.

    Traduziån Nóccia d Bastèl (Anna Bastelli)

    Lavandèri (traduzione di Luigi Lepri)

    Là zå in cal canp mèz naigher e mèz grîs,
    mótt ai armâgna un piå ôrfen di bû
    dscurdè stra un mèz vapåur sbiâvd e indezîs.

    E dala bòra, tgnand al tänp, as sént
    al saguajèr ch’i fan äl lavandèri
    col såu antîghi gnôl e i ciûc putént.

    Al vänt al sóppia e al naiva só la frâsca
    e té t an tåuren brîsa al tô pajais!
    Quand t andéss vî al mî côr l êra in burâsca
    cum fà cal piå lasè là in mèz da un mais.
    (Gigén Lîvra – Luigi Lepri)

  5. E’ bellissima, Questo onomatopeico “sciabordare” insieme alle cantilene delle lavandaie, mi ha proiettato in quell’ambiente per noi oggi così desueto, e pieno di poesia. Grazie, Viviana


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