Immagini in rete

Vedo le foto
in cui gli altri sono felici
ed io lontano
non sono più del loro mondo,
eppure c’è stato un tempo
in cui non avrei immaginato altro,
c’è stato un tempo
in cui avrei dato tutto per partire
e sono qui, ora, a sperare
di tornare indietro
e maledico questa
debole umanità
che mi obbliga
a non essere felice
e a desiderare
quello che avevo
o che potrei avere
e mai
quello che ho,
che mi obbliga a continui
compromessi col futuro
per la paura
di restare solo
e che mi obbliga
a fingere che niente
mi importi,
perché in questo mondo
moderno e connesso
non mi è data la possibilità
di mostrare paura.

Gian Luca Sechi

Published in: on agosto 31, 2010 at 07:37  Comments (2)  
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Odor di primavera

Ventun marzo in Yucatan
primo dì di primavera
se ne vede anche l’odore
se ne sente anche il colore!

Dei bambini in piazza a Muna
stan giocando col pallone
fra le donne assai più d’una
vèston di color cotone.

Al mercato a far commerci
per sbarcare il rio lunario
stanno umani grassi o guerci
mentre scorre il calendario.

Sandro Sermenghi

Tu sei come una terra

Tu sei come una terra

che nessuno ha mai detto.

Tu non attendi nulla

se non la parola

che sgorgherà dal fondo

come un frutto tra i rami.

C’è un vento che ti giunge.

Cose secche e rimorte

t’ingombrano e vanno nel vento.

Membra e parole antiche.

Tu tremi nell’estate.

CESARE PAVESE

Published in: on agosto 31, 2010 at 07:21  Comments (1)  
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A un suicida

Cosa avrei dovuto intendere
da singhiozzi muti
o intravvedere
tra ciglia socchiuse
come persiane a riparo
di un giorno assolato
disperato
ben mascherato
dietro risa forzate
rinunciatario
con una vita da spendere
coraggio o viltà sublime
Solo
ci hai lasciato soli
a chiederci infiniti perché
ma forse non c’è che il nulla da capire

Anna Maria Guerrieri

Published in: on agosto 31, 2010 at 07:09  Comments (2)  
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A MIA MADRE

Il sole illuminò la stanza e tu, sopita, volgesti lo sguardo sereno e stanco verso di lui. L’accenno di un sorriso, un esile stretta di mano a chi ti fu compagno di vita. Forse in quegli ultimi istanti avresti voluto dirgli che l’amavi come sempre avevi fatto.  Avresti voluto dirgli: ricordati sempre di loro. Poi tornasti a dormire, per sempre…Per sempre da quel giorno porto il ricordo del tuo volto, dei tuoi capelli non ancora bianchi. Porto dentro il dolore che non s’arrende alla vita, ma cresce con il tempo fino a rompere gli argini del pudore e si trasforma in pianto di bambino. I ricordi scivolano sulle calde lacrime uscendo dal cuore e invadono la mente. Si affollano, disordinati, cercano di farsi spazio; di parlarti di un tempo che non c’è più. Un tempo che se ne andò con te…mamma. Non posso ricordare un gesto d’amore, tutta la tua vita con me è stato un gesto d’amore senza sosta…anche uno schiaffo è stato un gesto d’amore. È stato troppo breve il nostro viaggio, non vedesti l’alba della mia gioventù. Non vedesti chi raccolse il mio dolore e lo cullò per renderlo un sorriso. Non vedesti quella bambina che tanto sognasti e tanto ti somiglia. Forse no, forse tu vedi e sorridi con gli occhi di lei.

Claudio Pompi

E’ passaggio


Quando alcune diligenti nubi
si sfiorano come fiori
appena dischiusi
nel  buio silenzio
ascolto me stesso.
Ad occhi aperti
cosa vedo se non
la mia voce che parla
del tempo passato
mentre altre nubi affiorano
nell’invisibile soffio
del mio animo aperto
allo spazio che mi circonda.
Ascolto me stesso, lo so
però non di me, che come
estraneo vivo la vita che
dentro me urge possente
e mi parla. E nulla coesiste.
Quando mi ascolto sono come
le nubi che passano e ogni volta
sono diverse, sono altre
quando ascolto ignoro
oppure scordo e non contemplo.
Il mio destino certamente è al di là
di me  perchè di tutto io sono
perchè già fui e non più sarò,
nella contingenza estrema
di tornare ad essere l’essenza
che fu solo mia.
E le nubi passano diligenti
le ascolto oppure mi ascolto?
è un lieve bisbiglio
un fluido mormorare di petali
sono fiori dischiusi nel silenzio altrui
nel buio silenzio di me stesso.

Marcello Plavier

Scese un uccello giù per il sentiero

A Bird came down the Walk
He did not know I saw –
He bit an Angleworm in halves
And ate the fellow, raw,

And then he drank a Dew
From a convenient Grass –
And then hopped sidewise to the Wall
To let a Beetle pass –

He glanced with rapid eyes
That hurried all around –
They looked like frightened Beads, I thought –
He stirred his Velvet Head

Like one in danger, Cautious,
I offered him a Crumb
And he unrolled his feathers
And rowed him softer home –

Than Oars divide the Ocean,
Too silver for a seam –
Or Butterflies, off Banks of Noon
Leap, plashless as they swim.

§

Scese un uccello giù per il sentiero –
Senza sapere che l’avevo visto –
Beccò un lombrico in mezzo
E se lo mangiò, crudo,

E poi bevve rugiada
Da un’apposita erbetta –
E poi di fianco saltò verso il muro
Per dare ad uno scarafaggio il passo –

Sbirciò con occhi rapidi
In fretta tutt’intorno –
Come perline, pensai, spaventate –
Agitò il capino vellutato

Come fa uno in pericolo, cauto,
Io gli offrii una briciola
E lui stese le piume
E verso casa remigò più lieve –

Di remi che dividano l’oceano,
Troppo argenteo perché restasse un segno –
O di farfalle, che in volo si librino
Senza suono da rive meridiane.

EMILY DICKINSON

(Traduzione di Letterio Cassata)

Il tedio del mare


Irrompe il tedio del mare,
stride, ride, rode, corrode
la vecchia barca lasciata
in disparte sul secco arenile.
E’ tutta la notte che odo
il mormorio lacero del vento.
Piange il gabbiano
nel volo solitario,
disperde lontano lamenti incessanti
come le sue piume tremanti, bianche
troppo fradice e stanche
per sostenere ali pesanti.
E’ troppo tempo che aspetto,
cattivo presagio il tuo cupo silenzio
ormai non hai del lupo vorace artiglio,
svelto e mesto sei scappato nel fitto cespuglio
hai ingoiato in un istante la luce rossa della torcia.
Di te rimane un’ombra,  misera ombra
dissolta nel ghigno di sinistro sorriso.
Resto sola col mio amore
appena nato e già morente
che versa lacrime mute alla luna
e che spera di guarire in fretta
prima che l’alba sottomessa
lo getti senza scampo fra le braccia
dell’illusa promessa.

Roberta Bagnoli

Parole

come meteore irrompono nel cielo
tolgono la luce, l’aria
in un cratere profondo nascondono
la luce dove nulla più si scorge
solo il buio della disperazione
nullità assoluta del pensiero
il boato è stato l’ultimo suono
percepito poi il nulla
rimane solo il pensiero
e la certezza
che l’anima
nessuno può rubarla
e questa consola la solitudine

Gianna Faraon

Published in: on agosto 30, 2010 at 07:09  Comments (2)  
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Non conosco dei poeti il sentire

della penna che affonda nell’inchiostro,
la sorgente delle parole scritte
su pezzi di carta prendono forma
ti parlano, sorridono e piangono
o artigli ti piantano nella carne
squartandoti
come gli avvoltoi la preda

Né ulular loro comprendo, di paura
e sdegno e perdono, fuggir del cervo
nei boschi di pini tra rami di spine
della luce, lo strascico.

Potessi voltarmi in ciò che dico
e scrivo, mi chiamerei poeta anch’io
se in quel vuoto che mi divora
lo stomaco
m’emoziona se ancora una volta
quel grido o cenno gentile
che più non afferro e conosco
la finestra di un attimo serrata prima
ch’io spalanchi le pupille

No! Non sono un poeta , la parola
alla mia carne è straniera
e le mani non toccano l’anima
ucciderla o accarezzarla
più non mia –

per questo scrivo,
per il mio non essere poeta
per potermi seppellire l’anima prima
che mi seppellisca la parola .

Anileda Xeka