Le parole nascoste

Forse
se questo pugnale
non l’avessi tenuto
stretto per la lama
e l’avessi usato
per ferirti
allora il suono
della tua carne
lacerata
sarebbe riuscito
a mutare
i miei pensieri,
ma ora
questo pugnale
è penetrato
nel profondo
e non può più
essere estratto;
per questo non c’è
un domani diverso,
per questo ti
dico addio,
perché possa smettere
di inseguire
la luce che ruota
per dirigere il mio
naufragio
sugli scogli del faro.

Gian Luca Sechi

Published in: on novembre 16, 2010 at 07:34  Comments (3)  
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Sedia bambina

La seduta è sempre più giù
Il piano del tavolo non è
Mai alla mia altezza
Io in posizione più bassa
Non arrivo al tavolo
Mi siedo laggiù
Tra i fiori e le pietre sconnesse
In attesa di un gatto
Che mi lecchi la faccia

azzurrabianca

Published in: on novembre 16, 2010 at 07:30  Comments (6)  
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Azzurri

Gli occhi che, di rimando,
i sogni m’accarezzano,
qualcosa dentro spezzano
il cuore attraversando.

Sotto le ciglia folte,
languidi e intermittenti,
con mille intendimenti
risvegliano sepolte

ansie dimenticate.
Poi, il quotidiano frana
alla potente e strana
forza di due risate.

Azzurri in cielo blu,
profondità ti danno,
e le intenzioni vanno
dove non sono più.

Silvano Conti

Published in: on novembre 16, 2010 at 07:29  Comments (2)  
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La frana

Senza misura è la pioggia:
svista del cielo?
Il monte si scioglie e torrente si fa
e senz’avviso, impetuoso
si lascia cadere, irrefrenabile,
su case, su cose, su inermi
che già ha condannato, e niente s’oppone.
Cresce cadendo, come valanga,
trascina, sradica, abbatte,
feroce boato nella notte di pace
dentro la vita irrompe e l’uccide,
coltre sui corpi strappati, straziati
che neanche l’orrore han gridato,
e il fango, nasconde.
Non s’avvede, la frana,
mentecatta,
e solo placa la corsa al massacro
quando giù si distende, inebetita, e tranquilla.
Ora a cadere sono soltanto
lacrime amare di chi l’ha scampata,
e accuse alle colpe…colpe di chi?

Armando Bettozzi

Published in: on novembre 16, 2010 at 07:21  Comments (2)  
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Genova per noi

Con quella faccia un po’ così
quell’espressione un po’ così
che abbiamo noi prima di andare a Genova
che ben sicuri mai non siamo
che quel posto dove andiamo
non c’inghiotte e non torniamo più.

Eppur parenti siamo un po’
di quella gente che c’è lì
che in fondo in fondo è come noi, selvatica,
ma che paura ci fa quel mare scuro
che si muove anche di notte e non sta fermo mai.

Genova per noi
che stiamo in fondo alla campagna
e abbiamo il sole in piazza rare volte
e il resto è pioggia che ci bagna.
Genova, dicevo, è un’idea come un’altra.
Ah, la la la la la la

Ma quella faccia un po’ così
quell’espressione un po’ così
che abbiamo noi mentre guardiamo Genova
ed ogni volta l’annusiamo
e circospetti ci muoviamo
un po’ randagi ci sentiamo noi.

Macaia, scimmia di luce e di follia,
foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia…
e intanto, nell’ombra dei loro armadi
tengono lini e vecchie lavande
lasciaci tornare ai nostri temporali
Genova ha i giorni tutti uguali.

In un’immobile campagna
con la pioggia che ci bagna
e i gamberoni rossi sono un sogno
e il sole è un lampo giallo al parabrise…

Con quella faccia un po’ così
quell’espressione un po’ così
che abbiamo noi che abbiamo visto Genova
che ben sicuri mai non siamo
che quel posto dove andiamo
non c’inghiotte e non torniamo più.

PAOLO CONTE