La notte lava la mente

La notte lava la mente.

Poco dopo si è qui come sai bene,

file d’anime lungo la cornice,

chi pronto al balzo, chi quasi in catene.

Qualcuno sulla pagina del mare

traccia un segno di vita, figge un punto.

Raramente qualche gabbiano appare.

MARIO LUZI
Published in: on novembre 19, 2010 at 07:32  Comments (2)  
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Nuvole pesanti

Il nero svuotano
prepotente, il suo graffiare scortica
pota morte dagli alberi
lucida la flora smeraldo
disseta sollevate glebe
annega fessure ferite
attraversa discese obbligate
cammina appoggiato a margini
raccoglie, rastrella e s’affoga arricciato

Rosy Giglio

Published in: on novembre 19, 2010 at 07:23  Comments (3)  
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COSE BANALI

La polemica per le cose banali con chi ci sta vicino spesso è figlia dei grandi torti subiti da altri

Pierluigi Ciolini

Published in: on novembre 19, 2010 at 07:18  Comments (3)  
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Epitalamio per gli sposi Rinaldo e Piera

EPITALÂMI PR I SPÛS RINALDO E PIERA

Òrpote, Rinaldo Daga,
tè t m’anónzi che quarant’ân
i én pasè dal tô matrimôni
cån la Piera di Guerén
ch’l’éra in ghìngheri coi rizulén:
par magnèr o da tstimôni?
T um cunfånd e a n sò csa dîr
parché a cgnóss la tô ragâza
ch’l’è una våulp e là int la piaza
col buché d fiûr ed mlaranza
a vrév brazèrla cme un vanpîr,
aduciandla d såura e d såtta
con la bratta o in camisatta
séppa mègra o con la panza.
La srà stè in gran montûra
l’arà fât na bèla cûra
par piasairt e concuistèret
té t fóss gâl ed gran calûra!
A prê fèr anc un pôc méi
con nutézzi pió prezîsi
ed vuèter dû spuslétt
che int l amåur svêlt a cufétt
e int un lanp avî nudè
pr an turnèr mâi pió indrî!
Al mî augûri, Piera e Rin,
l é ch’vivêdi col prestîg’
d còpia d èrt: fè quall ch’av piès!
E an zarchèdi spén a nès,
méi l é andèr a ciocapiât
e viulàtt, opûr, d arpiât,
dères quèlc apuntamänt
e mantgnîr al côr cuntänt:
fôrsi andèr al Ipercoop
par cunprèr… dal Biodop!
Fòra ed schêrz, chèr amîg mî,
ciaosandrén in povesî,
a la tâi qué al inpruvîs
con i augûri e un gran surîs!
Pò, al róll dal mî tanbûr,
só i bichîr par d qué par d là,
bèl incû, méi al futûr,
ip ip ip, urrà e urrà!

§


Perbacco, Rinaldo Daga,
tu m’annunci che quarant’anni
son passati dal tuo matrimonio
con la Piera dei Guerrini
ch’era ornata coi ricciolini:
per mangiare o testimonio?
Mi confondi e non so cosa dire
perché conosco la tua ragazza
ch’è una volpe e là in piazza
col mazzolino di fiori d’arancio
l’avrei abbracciata come un vampiro,
adocchiandola di sopra e di sotto
con la berretta o in camicetta
fosse magra o con pancetta.
Sarà stata in gran “montura”
aveva fatto una bella cura
per piacerti e conquistarti
tu che fosti gallo di gran “calura”.
Potrei fare anche meglio
con notizie più precise
di voi due bei sposetti
che nell’amore vi gettaste a capofitto
e in un lampo avete nuotato
per non tornare mai più indietro!
Il mio augurio, Piera e Rin,
è che viviate col prestigio
di coppia d’arte: fate ciò che vi piace!
E non cercate spini a naso,
meglio è andare a radicchi
e violette, oppure, di nascosto
darsi qualche appuntamento
e mantenere il cuore contento:
forse andare all’Ipercoop
per comprare… del Biodop!
Fuor dagli scherzi, cari amici miei,
ciaosandrino in poesia,
la taglio qui all’improvviso
con gli auguri e un gran sorriso!
Poi, al rullo del mio tamburo,
su i bicchieri di qua e di là,
bello oggi, meglio il futuro,
ip ip ip, urrà e urrà!

Sandro Sermenghi

Primavere


Tra fronde rinate,
gemmate
preziose,
rivive il mio brio
frusciante di fiori.
Sulla coda del gelo
raggianti, lucenti
mille stelle filanti
gioiscono il cielo.
Pastellano l’aria
caleidoscopiche
emozioni.
Lassù pigola il ramo;
zufola, danza,
ammanta il vento
nel ventre tremulo
di un magnifico sospiro,
e dilata lento,
lento,
è lento il tempo;
e in questo tempo, lesto
io sono.

Flavio Zago

Published in: on novembre 19, 2010 at 07:07  Comments (6)  
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I vecchi

Vecchi ai quali nessuno dà ascolto,
superati dal tempo, con le spalle al muro
attendono che la clessidra della vita
rovesci l’ultimo granello.
Vecchi che negli occhi lucidi portano
La storia non raccontata degli uomini,
del loro tempo.
Vecchi che in silenzio amano e il silenzio
dal mondo ricevono.
Vecchi che il cuore gonfio hanno di malinconia
e sulle panchine si lasciano accarezzare
da quel sole sempre uguale che bruciò
la loro pelle e le loro mani nei campi coltivati,
sui campi di battaglia.
Vecchi che nella mente portano i volti
di chi non c’è più e sopravvissuti ad essi
parlano.
Vecchi che come isole dimenticate nell’oceano
in tempesta del nostro tempo si ergono.
Vecchi la cui parola tante nefandezze
eviterebbe a questo mondo
se solo il mondo avesse orecchie.

Claudio Pompi