Che ci siamo persi

Le gesta dei padri
nelle foto ingiallite

il lume a petrolio
le mani sul fuoco
vicino al camino
il bagno all’esterno
lo scaldino nel letto
le scarpe bollate
i geloni dei piedi
la neve dal tetto
a cadere sul letto
materazzo di paglia
rumoroso e con buche
calzoni corti
per lividi viola
il riposo d’inverno
intorno alla tavola
la tavola storta
tagliata dal tronco
il nonno racconta
le feste paesane
i giochi nell’aia
l’amore rubato
tra le spighe di grano
il lavoro bestiale
il pezzo di pane
condito di niente
la zuppa la sera
il pollo a Natale
il pollo all’Assunta
il suino allevato
il prosciutto venduto
il pane con lardo
e l’ulcera certa
il fieno ai conigli
i buoi con l’aratro
la zappa e la terra
il reticolo scuro
sul dietro del collo
il rosario la sera
e il timore di dio
tutto il disagio
e l’amore che c’era
vita vuota di tutto
e colma di tutto.

Lorenzo Poggi

(in collaborazione con l’amico Augusto Paiella)

Avevi il canto negli occhi

Quando il canto avevi
espanso nei limpidi occhi
t’inventavi giorni d’ascesa
lavoravi d’intarsio la voce
di lirica amavi i fiori nati
nell’humus dei tuoi pochi anni.
Quando canti avevi da intonare
ai colori vivi del mondo
ingannavi fonde afflizioni
e scacciavi di nenie il grigio lamento
se alla finestra tua levavi serenate
e sorrisi irrigati di te.
Tu, cara me!
Quando il canto avevi dolce
espanso nei limpidi occhi.

Daniela Procida

Published in: on novembre 20, 2010 at 07:28  Comments (5)  
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Pezzi di vetro

L’uomo che cammina sui pezzi di vetro
dicono ha due anime e un sesso di ramo duro in cuore
e una luna e dei fuochi alle spalle mentre balla e balla,
sotto l’angolo retto di una stella.
Niente a che vedere col circo,
nè acrobati nè mangiatori di fuoco,
piuttosto un santo a piedi nudi,
quando vedi che non si taglia, già lo sai.
Ti potresti innamorare di lui,
forse sei già innamorata di lui,
cosa importa se ha vent’anni
e nelle pieghe della mano,
una linea che gira e lui risponde serio
“è mia”; sottindente la vita.
E la fine del discorso la conosci già,
era acqua corrente un pò di tempo fà che ora si è fermata qua.
Non conosce paura l’uomo che salta
e vince sui vetri e spezza bottiglie e ride e sorride,
perchè ferirsi non è impossibile,
morire meno che mai e poi mai.

Insieme visitata è la notte che dicono ha due anime
e un letto e un tetto di capanna utile e dolce
come ombrello teso tra la terra e il cielo.
Lui ti offre la sua ultima carta,
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire,
quando dice “È quattro giorni che ti amo,
ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito”.
E non hai capito ancora come mai,
mi hai lasciato in un minuto tutto quel che hai.
Però stai bene dove stai. Però stai bene dove stai.

FRANCESCO DE GREGORI


Parole

C’è la parola vestita da sposa
e quella che è meglio lasciare per strada.
E hai quella cosa ch’è mille parole:
la pelle più bianca di un uovo
la luce; o forse parola più grande di luce.
Parola di dio, direbbe qualcuno.
Parola che a te ti farei solo bene,
sfregandoti come un cerino bagnato.
Ci sono parole
che fanno l’amore più pieno e più rosso
perché stare zitti è impossibile, a volte
e tutti gli artisti ti appaiono insieme
a contendersi il merito, come bambini.
Su chi t’abbia fatto quel culo a violino,
quel naso che succhia il mio nettare melo.
Ci sono parole che muovono il mondo
che alzano i turni al lavoro
la gente. Parole riscatto
giustizia, decoro.
Parole che è meglio lasciare da parte,
procedere prima a carezze, su in fronte.
Parole d’addio che farebbero a pugni,
parole per ridere senza rancore.
Parole qui, al posto del t’amo
nessuna.

Massimo Botturi

L’inverno dell’uomo

“L’uomo è come un albero e in ogni suo inverno levita la primavera che reca nuove foglie e nuovo vigore”

VASCO PRATOLINI

Published in: on novembre 20, 2010 at 07:19  Comments (3)  
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Passano e i giorni le ore

e le albe tramonti
mai uguali
di colori radiosi
infuocati
o grigi e silenziosi
malinconica osservo
il loro andare
e brucio il tempo
tra il pensare e l’aspettare
ormai logoro
come brace
nel camino
consumo i giorni
lentamente si spegne
la fiamma alimentata
dall’ultimo ceppo
di un vecchio tronco
che brucia
e con lui
si cancellano i cuori incisi
le parole d’amore
di un tempo passato
promesse antiche
tra il verde dei boschi
e i suoni melodiosi di primavere
la fiamma accarezza
e infuoca quelle parole
ancora una volta
prima di svanire
e io rimango ad osservare
impotente il loro andare

Gianna Faraon