Magra dagli occhi lustri

Magra dagli occhi lustri, dai pomelli
accesi,
la mia anima torbida che cerca
chi le somigli
trova te che sull’uscio aspetti gli uomini.

Tu sei la mia sorella di quest’ora.

Accompagnarti in qualche trattoria
di passoporto
e guardarti mangiare avidamente!
E coricarmi senza desiderio
nel tuo letto!
Cadavere vicino ad un cadavere
bere dalla tua vista l’amarezza
come la spugna secca beve l’acqua!

Toccare le tue mani i tuoi capelli
che pure a te qualcuno avrà raccolto
in un piccolo ciuffo sulla testa!
E sentirmi guardato dai tuoi occhi
ostili, poveretta, e tormentarti
domandandoti il nome di tua madre…

Nessuna gioia vale questo amaro:
poterti far piangere, potere
piangere con te.

CAMILLO SBARBARO

IL SOLE E LA LUNA

Una volta il sole e la luna erano buoni amici: stavano insieme e facevano vita in comune. Un giorno il sole se ne andò per tempo al campo dicendo alla luna di restare a casa a far da mangiare. Ma la luna non fece niente e quando il sole tornò e non trovò da mangiare, le disse: – Orsù, va’ almeno a prendere dell’acqua, dacché non vuoi cucinare! – La luna non si mosse, e restò lì seduta, senza dir parola. Allora il sole prese la brocca, disse alla luna di far fuoco e andò al fiume a prender acqua. Ma anche questa volta la luna infingarda non volle saperne. Allora il sole si mise a far da mangiare da sé, pose la pentola con l’acqua sul focolare, accese il fuoco, e cominciò a dimenare la polenta. Quando il mangiare fu pronto,  prese dal fuoco la pentola calda e se la mise davanti. Chiamò la luna invitandola a mangiare. Ed ecco la luna venne e si sedette a mensa. Allora il sole indignato gridò: – Ah, carogna, poltrona, per mangiare sei pronta, ma di cuocere non hai voluto saperne! – e afferrata la pentola calda la scagliò in testa alla luna facendola andare in mille pezzi, sì che il contenuto le gocciolò giù lungo il corpo. La luna spaventata fuggì via, e da quel tempo è sempre stata nemica implacabile del sole. Perciò quando c’è il sole in cielo, la luna non osa farsi vedere, ma aspetta la notte per percorrere in fretta il suo cammino.

(da un mito africano)

Canzone della solitudine

A un passo
dai miei passi
si levano
frontiere vive
Non esiste
segno cardinale
solo la solitudine
moltiplicata
divisa fra moltitudini
di persone
La città ha
un aspetto
minerale
la sua geometria
non è bella
come quella appresa
a scuola.
Ricordo triangoli
foderati
cubetti come
di zucchero
uova variopinte.
Così iniziai il
cammino verso
le forme
poi arrivò
la circonferenza
e con lei
la prima donna
racchiusa in una luna
Cara solitudine
dove sei stata
sino ai miei tanti anni
senza fare conoscenza
certamente viaggiavi
nei treni, oppure
negli specchi
eccoti lì nella fotografia
stando sempre
a me vicina.
Tutto è stato inventato
ma nulla che
possa liberarci
dalla solitudine.

Marcello Plavier

Sulla riva del tempo


Sulla riva del tempo
in ascolto di memorie sopite
succhio nettare
della rosa più ambita
calice di dolori e gioie
da assaporare in sorsi
salati e silenti.
Frammenti di specchio
infranti e smarriti
a ricomporre la clessidra della vita
mentre la gemma d’arcobaleno
più cara del dolce respiro
mi sfiora e si fa fremito
di piuma impalpabile.
Tornano i nodi di pietra
ad avere un nido di senso
all’orizzonte trafitto
dal sole nascente.
Si spiega la voce
in un fazzoletto di cielo
festante e immacolato.

Roberta Bagnoli

Continuo a sognare


Ribelle all’acidità del tempo
dentro cui dovrò specchiarmi ancora,
continuo imperterrito a sognare
e non per questo chiamatemi vigliacco.

Chiamatemi vigliacco quelle volte
che mi vedrete impallidito e muto
senza la forza di reagire un po’
alla richiesta che d’affetto preme.
Continuo a sognare
scordando performance dell’oggi
mentre i respiri vorrei sentire
nascosti nel cuore della baldoria.

Aurelio Zucchi

Published in: on dicembre 7, 2010 at 07:00  Comments (5)  
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Fratello

Hai capelli d’inverno
occhi
lucenti d’onice.
Riaffiorano
ancor
sulle ciglia
aquiloni bianchi e
rocchetti intagliati
d’infanzia.
Partisti
un giorno e
sulla panca
in fredda cucina
ti scrivevo
lettere
su fogli di scuola.
Ora
più non corriamo
nella campagna
la nostra casa è
letto di strada.

Graziella Cappelli