L’ora rapace della notte

Fu nell’ora rapace della notte
che cadde a terra il velo dei pensieri
e il desiderio mio così insaziato
nudo restò senza difese e solo
Io ti offrivo le mie primizie antiche
di fanciullo stupore virginale
Volevo orecchie e spalle da baciare
e sfinirti di morsi e di carezze
Bramavo le ossa il cuore ed il respiro
e tutte già le labbra tue dischiuse
pronte al sorriso e all’imminente fuoco
Io ti stringevo con impeto animale
come orfano nell’ora dell’addio
ed era dolce in quell’estremo abbraccio
scambiarci lunghi i brividi di un volo
Ma nel momento del finale inganno
tutto sparì ed insieme a te la notte
Sgusciò veloce l’esile fantasma
uscì sfuggendo all’ interrotto sogno
e nella bocca non rimase il miele
ma l’acre gusto di uno scherzo amaro

Fabio Sangiorgio

Notte in poesia

umile
notte
col
guscio
d’umore
e d’odore
te ne stai
sulla scia
intorno
al fervore

le nostre mani
intrecciate
dal sale
e il verbo
appoggiato
alla colonna mitrale

nei solchi
l’ora seduce
dipana l’immenso
con te
sono mappa
presa
dal vento.

Aurelia Tieghi

Published in: on ottobre 3, 2011 at 07:24  Comments (9)  
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Al canto dell’amore

 
Al canto dell’amore
scioglierò trecce di lacrime
carezzerò spighe di sole
rammenderò vele strappate
e poi solfeggerò giorni nuovi
nel tempo di una ballata dolce,
ballata quieta
scesa e ritrovata sulla terra
nel talamo di pace.

Roberta Bagnoli

Published in: on ottobre 3, 2011 at 07:20  Comments (10)  
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Mi chiedi, Lesbia, quanti tuoi baci

Quaeris, quot mihi basiationes

tuae, Lesbia, sint satis superque.

Quam magnus numerus Libyssae harenae

lasarpiciferis iacet Cyrenis

oraclum Iovis inter aestuosi

et Batti veteris sacrum sepulcrum;

aut quam sidera multa, cum tacet nox,

furtivos hominum vident amores:

tam te basia multa basiare

vesano satis et super Catullo est,

quae nec pernumerare curiosi

possint nec mala fascinare lingua.

§

Mi chiedi, Lesbia, quanti tuoi baci
bastino per saziare la mia voglia di te.
Quanti sono i granelli di sabbia africana
che è sparsa in Cirene ricca di silfio,
tra l’oracolo torrido di Giove
e il sacro sepolcro dell’antico Batto;
o quante stelle nella notte silente
spiano gli amori furtivi degli uomini:
questo è il numero di baci
che vuole Catullo, pazzo di te.
Che i curiosi non possono contarli
né una lingua maligna maledirli.

CAIO VALERIO CATULLO

Più non sento il mio nome

L’arrossarsi di parole
al sole di quanti tramonti
avresti saggiato, desideroso,
sulla mia pelle serena,
quello di quante albe
avresti vissuto nel risveglio
placato e compiaciuto
da appassionati abbracci,
senza amarmi nulla.
Nell’etra compatta del silenzio
l’inganno non ha vie
per circolare e trovarsi,
così lasci le mie carezze
incamminarsi via da te
private anche della guancia
cui le destinavo, ingenua.

Daniela Procida

Published in: on ottobre 3, 2011 at 07:09  Comments (5)  
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