Occhi di luna

 
 
Occhi di luna,
velati d’azzurro
lampi di gelo
 a nascondere il cuore
.
Occhi di cielo,
velati d’amore
occhi di mare
sereni, ridenti.
.
Labbra corallo
perle splendenti
bocca che dici
soavi armonie.
.
Labbra dischiuse
esitanti, assetate
teneri fiori
che baci sospiran.
.
Mani preziose
di dolci carezze sperate
mani gentili
sottili profumi inebrianti.
.
Immagini lievi
d’un sogno d’amore
vissuto.

Piero Colonna Romano

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La favola della formica

LA FÔLA DLA FURMÎGA

Laboriåuśa furmighéina
ch’la zarchèva na granléina
da purtèr ai sû fradî,
vagabånda la s truvé,
da un udåur calamitè,
dàntr a cla pastizarî,
źà str’äl schèrp di luvigión
ch’sursegièven tè ai limón
cån di cràfen pén éd cramma.
Mänter śvélta la bdalèva
brîśl in tèra la biasèva
sanza avàir inciónna tamma:
cum l’é bôna la vanégglia,
la pensèva in śguźuvégglia,
e la pâna… che savåur!
Mo inpruvîś e inprevedébbil
un scarpån cme un diriźébbil
ai stianché ahi! che dulåur
zamp ed anc sànza cuntrôl,
pî, antànn, ucèl e dént
e dla bici i muvimént!
Lî la tgnèva sänpr al còl
par furtóuna al celulèr
ch’al s’inpié par psàir ciamèr
Prånt Sucåurs/TAC dal 118
che a Vigåurs tótt int un bòt
al la fé ricoverèr:
lé i fénn pió d na puntûra,
pò una sèna medgadûra
e a la fén la muradûra.
La morèl l’é quassta qué:
mâi fidèrs ed zért udûr
ch’i én såul turlupinadûr,
méi na mécca ed pan stinté
cån na gåzza d’aqua pûra
che un bignè… cån la fratûra!

§

Laboriosa formichina
che cercava una granellina
da portare ai suoi fratelli,
 
vagabonda si trovò,
da un odor calamitata,
dentro quella pasticceria,
 
giù fra le scarpe dei ghiottoni
che sorbivan tè ai limoni
con dei krapfen pieni di crema.
 
Mentre svelta pedalava
briciole in terra lei masticava
senza aver nessuna tema:
 
com’è buona la vaniglia,
lei pensava in gozzoviglia,
e la panna… che sapore!
 
Ma improvviso e imprevedibile
uno scarpone qual dirigibile
le spezzò ahi! che dolore
 
zampe ed anche senza controllo,
piedi, antenne, occhiali e denti,
e della bici i movimenti!
 
Lei teneva sempre al collo
per fortuna il cellulare
che si accese per chiamare
 
Pronto Soccorso/TAC del 118
che a Vigorso tutto in un botto
la fece ricoverare:
 
lì le fecer più d’una puntura,
poi una sana medicatura
e alla fin l’ingessatura.
 
La morale è questa qui:
mai fidarsi di certi odori
che son sol turlupinature,
 
meglio una mica di pane stantìo
con una goccia d’acqua pura
che un bignè… con la frattura!

Sandro Sermenghi

Occhi trasparenti

 
Non c’è un’altra possibilità
inerente
adeguata
alla gente
in questo silenzio
che m’incontro…
non è questo
come se io fossi diventato
di un convento
ricamatrice ad intrecciar di nodi
i fili degli sguardi
o ancor più pesante
pensare
di aver nel cesto tutti quei colori della vita
bè io ho qui
tra le dita
un ago trovato nel pagliaio
mi pare
occhi azzurri trasparenti di una bimba
che non han bisogno di pregare
e mi chiedo
ma cosa
ancora
sta succedendo
se devo cercare
alternative alla mia umanità?

Enrico Tartagni

L’uomo

Le piante, da quelle di seta fino alle più arruffate
gli animali, da quelli a pelo fino a quelli a scaglie
le case, dalle tende di crine fino al cemento armato
le macchine, dagli aeroplani al rasoio elettrico

e poi gli oceani e poi l’acqua nel bicchiere
e poi le stelle
e poi il sonno delle montagne
e poi dappertutto mescolato a tutto l’uomo

ossia il sudore della fronte
ossia la luce nei libri
ossia la verità e la menzogna
ossia l’amico e il nemico
ossia la nostalgia la gioia il dolore

sono passato attraverso la folla
insieme alla folla che passa.

NAZIM HIKMET

Scrivere

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”

EMILIO SALGARI

Published in: on marzo 12, 2012 at 07:20  Comments (3)  
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Buco nero

M’accosto attento e lentamente al centro,
all’anima del cosmo e attendo,
che s’insinui luce al nero buco,
per rischiarare orditi mai svelati.

Fagocita, inghiotte, infinito pozzo,
ogni scintilla, ogni pensiero e ingrossa
come se fosse indubbio, certo,
d’assimilare tutto l’universo.

Ora conosco, io, questo segreto,
e corro, corro, urlo e mi dispero,
ora so che tutto l’intelletto
in quell’oscuro foro andrà a finire.

Stremato, poi m’accascio sulla spiaggia,
e da una stanca luna illuminato
riordino tutto il mio creato,
e al freddo cielo entropico lo dono

Flavio Zago

Published in: on marzo 12, 2012 at 07:17  Comments (4)  
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