Amore fatto di vento

Sono le mie parole, i miei pensieri
che come calici di cristallo cadono
ed è breve musica il loro infrangersi,
mille frammenti di una festa conclusa.
Sono le parole che un dì ti stordirono,
quelle in cui volevi sentire il tuo vivere,
quelle che accendevano il tuo ridere
per dimenticare quelle paure nelle quali
ti avvolgevi con l’ansia dei tuoi perché.
Sono i miei pensieri, quelli che come
poesie ripetevi quando perso sembravo
dal tuo orizzonte e temevi per sempre,
pronta a rammentami che quell’amore
l’avevo creato perché fosse soltanto tuo.
Non fu difficile per me creare amore,
d’amore vivevo come mercante del cuore
che mostrava le cose più belle che aveva.
Dell’amore ti mostrai tutti i suoi colori,
prendesti per te i più luminosi che avevo.
Uscisti piano dai tuoi giorni grigi e vuoti,
fu festa ogni nostro giorno con ogni cielo
sopra a noi incuranti del sole e la pioggia.
Non mi bruciò il sole quando non ti trovai,
non mi bagnò la pioggia quando ti cercai.
Non avevo capito che eri fatta di vento
che s’alza improvviso e tutto sconvolge
per poi spegnersi e lasciare a terra foglie
di breve nostalgia, quella che raccolsi.
Tornai ad essere dell’amore il mercante
offrendo i suoi colori in cambio di niente.

Claudio Pompi

Published in: on settembre 23, 2012 at 07:47  Comments (2)  

La pioggia nel pineto

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

GABRIELE D’ANNUNZIO

Published in: on settembre 23, 2012 at 07:32  Comments (2)  

Mendicante di vita

Sul marciapiede dell’universo chiedo l’elemosina.
Non alzo lo sguardo, ringrazio e saluto.
Chi getta sulla ciotola una moneta,
chi un dolore, chi una violenza,
chi l’indifferenza, chi il disprezzo.
Alla fine del giorno raccolgo tutto.
Mi avvio alla tana, controllo
nel mio giaciglio il contenuto.
Domani ritornerò
In un’altra via dell’universo
accovacciata aspetterò accetterò
ciò che mi viene gettato nella ciotola
Ma sognerò che mi si offra
amore serenità e fortuna

Gianna Faraon

Published in: on settembre 23, 2012 at 07:13  Comments (1)  

Un (qualsiasi) prato da coltivare

Mi vien da dire:
“che ore sono?”
[quali perplessità
rimano con oneri
di tacito assenzio?]
Assuefatta da una trance
di risposta
godo pacifica a scricchiolar
su carta (disoccupata a metà).
Son certa che le sicurezze
si distillano in reale confusione.
Aiuto in extremis
non ne trovo,
passeggio a braccetto
sul filo di un’età
dove l’ormai vuol farsi strada
senza logiche risposte.
Inizio a falciare
un cemento armato
di rassegnazione
seminando fiori altezzosi
di cambio/pelle improvvisi.

Glò

Published in: on settembre 23, 2012 at 07:08  Comments (2)  

Noi stessi al mattino

Svegliarci all’alba,
ancora assonnati
ed affacciarci sul mondo
per vedere i primi voli
dei merli nel giardino
e le prime battaglie
dei maschi dominanti
per il controllo del territorio
o della propria femmina.

Noi stessi al mattino
entrare nelle nostre
marmitte catalitiche
ed avvelenare il mondo
e la vita di questi pennuti
che ci svegliano
con i loro canti armoniosi.

Noi stessi al mattino,
vandali,
che distruggiamo le nostre città
ed attentiamo
alla vita dei nostri figli.

Salvatore Armando Santoro

Published in: on settembre 23, 2012 at 06:53  Comments (2)