E’ un tarlo quel che sento

 
Mi parla di alberi e foreste…
Mi sovviene alla mente
di quando attraversavo
sentieri  e sentivo
muschi  odorosi
e rocce che sapevano
di umida terra…
Calpestavo le foglie
e immaginavo
un furtivo serpente
strisciare tra i sassi…
Mi bastava andare
per boschi  contenta
di un lento passo…
Non occorreva
immaginare altro…
Oltre i rami di faggio
uno spettacolo completo.
Mi bastava osservare
il divino creato
ricco di personaggi
imbastivano  un teatro…
Il coro commentava
ciò che accadeva
alti fusti in declivio
a valle vociavano
cinguettanti  rami
al terrestre saluto
di tremuli ciclamini
dai petali accomodanti
pur udendo trepidanti
passi umani in arrivo…

Antonietta Ursitti

Published in: on giugno 12, 2013 at 07:38  Comments (7)  

Sant’Ambrogio

Vostra Eccellenza che mi sta in cagnesco
Per que’ pochi scherzucci di dozzina,
E mi gabella per anti–tedesco
Perchè metto le birbe alla berlina,
O senta il caso avvenuto di fresco,
A me che girellando una mattina,
Capito in Sant’Ambrogio di Milano,
In quello vecchio, là, fuori di mano.

M’era compagno il figlio giovinetto
D’un di que’ capi un po’ pericolosi,
Di quel tal Sandro, autor d’un Romanzetto
Ove si tratta di Promessi Sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo: il suo cervel, Dio lo riposi,
In tutt’altre faccende affaccendato,
A questa roba è morto e sotterrato.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
Di que’ soldati settentrïonali,
Come sarebbe Boemi e Croati,
Messi qui nella vigna a far da pali:
Difatto, se ne stavano impalati,
Come sogliono in faccia a’ Generali,
Co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
Davanti a Dio diritti come fusi.

Mi tenni indietro; chè piovuto in mezzo
Di quella maramaglia, io non lo nego
D’aver provato un senso di ribrezzo,
Che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo:
Scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
In quella bella casa del Signore,
Fin le candele dell’altar maggiore.

Ma in quella che s’appresta il sacerdote
A consacrar la mistica vivanda,
Di subita dolcezza mi percuote
Su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscìan le note
Come di voce che si raccomanda,
D’una gente che gema in duri stenti
E de’ perduti beni si rammenti.

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de’ Lombardi miseri assetati;
Quello: O Signore, dal tetto natio,ì
Che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io;
E come se que’ cosi doventati
Fossero gente della nostra gente,
Entrai nel branco involontariamente.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
Poi nostro, e poi suonato come va;
E coll’arte di mezzo, e col cervello
Dato all’arte, l’ubbie si buttan là.
Ma cessato che fu, dentro, bel bello
Io ritornava a star, come la sa:
Quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
Da quelle bocche che parean di ghiro,

Un cantico tedesco lento lento
Per l’äer sacro a Dio mosse le penne:
Era preghiera, e mi parea lamento,
D’un suono grave, flebile, solenne,
Tal che sempre nell’anima lo sento:
E mi stupisco che in quelle cotenne,
In que’ fantocci esotici di legno,
Potesse l’armonia fino a quel segno.

Sentìa nell’inno la dolcezza amara
De’ canti uditi da fanciullo: il core
Che da voce domestica gl’impara,
Ce li ripete i giorni del dolore:
Un pensier mesto della madre cara,
Un desiderio di pace e d’amore,
Uno sgomento di lontano esilio,
Che mi faceva andare in visibilio.

E quando tacque, mi lasciò pensoso
Di pensieri più forti e più soavi.
Costor, dicea tra me, Re pauroso
Degl’italici moti e degli slavi,
Strappa a’ lor tetti, e qua senza riposo
Schiavi gli spinge per tenerci schiavi;
Gli spinge di Croazia e di Boemme,
Come mandre a svernar nelle Maremme.

A dura vita, a dura disciplina,
Muti, derisi, solitari stanno,
Strumenti ciechi d’occhiuta rapina
Che lor non tocca e che forse non sanno:
E quest’odio, che mai non avvicina
Il popolo lombardo all’alemanno,
Giova a chi regna dividendo, e teme
Popoli avversi affratellati insieme.

Povera gente! lontana da’ suoi,
In un paese qui che le vuol male,
Chi sa che in fondo all’anima po’ poi
Non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hanno in tasca come noi. ―
Qui, se non fuggo, abbraccio un Caporale,
Colla su’ brava mazza di nocciolo,
Duro e piantato lì come un piolo.

GIUSEPPE GIUSTI

Published in: on giugno 12, 2013 at 07:25  Comments (1)  

E preme intanto la notte maligna

Il cerchio troppo chiaro della luna
disordine m’arreca questa sera.
Vorrei proprio non essere distratto.

Raccolgo in un logoro canestro
avanzi di sogni per me troppo grandi.
Sarei placato se ci riuscissi.

Scompongo azzurri da disintegrare,
colori surclassati dal tempo ferrigno.
Darei la vita per nascere di nuovo.

Si stava bene nella vecchia barca,
sull’altalena dell’incredulità.
Avrei dovuto crederci di più.

E preme intanto la notte maligna.
Si vanta, la folle, d’avermi recluso.
Ma guardo su, per mia gran fortuna,

e rivaluto cocciuti bagliori.

Aurelio Zucchi

Published in: on giugno 12, 2013 at 07:24  Comments (3)  

Ode al saggio

 
l’Arturo dei miei sogni ho incontrato
sfogliava petali di Loto cercando risposte
all’arcano mistero dell’uomo trovato
 .
che dimentico della propria verità
cadde nella putrida bolgia
nello squallido mondo
rappresentato dalla stessa volontà
 .
comuni mortali che barattano la loro paura
per corpi sempre più belli sempre più forti
e…. per qualche  attimo in più
perdendo ancora la voglia di essere
 .
dalla più antica conoscenza hai raccolto
in quel loto di fiore di carne hai sfogliato
osservando ammirando contemplando
per un’uomo migliore che cresce

 Il Passero

Published in: on giugno 12, 2013 at 07:15  Comments (10)  

Eloisa e Abelardo

(Storia di sacro amor e amor profano, storia di pentimenti e redenzione)

Quando l’amore è di passione il figlio
e appagamento al corpo danno i sensi,
a rischi e colpe certo non ci pensi,
così Abelardo volle aver quel giglio.
 .
Era Abelardo chierico brillante,
sapiente e dotto e molto era apprezzato,
facendo del sapere suo mercato,
 della bella Eloisa fu insegnante.
 .
Quella fanciulla era assai dotata
di grazia e di virtù e di cultura
ma al fascino insidioso e alla premura
cedette, del maestro innamorata.
 .
Furono ardenti baci ed emozioni
tra i due fu amore lieto e appassionato,
volavan l’ore svelte nel peccato
 e invero poche furon le lezioni.
 .
Ma come accade sempre in ‘sti frangenti
sol la pignatta fabbrica il maligno
e fu così che li scoprì il patrigno,
mentr’eran persi in dolci avvolgimenti.
 .
Scoperto troppo tardi fu il misfatto
perché Eloisa era in dolce attesa
ed Abelardo, per sanar l’offesa,
promise di sposarla, quatto quatto.
 .
Infatti quel talare che indossava
il matrimonio non gli consentiva
e quella cerimonia, ch’è giuliva,
a notte fonda un prete celebrava.
 .
Nacque Astrolabio da quel loro amare
e il nome fu un omaggio a quella scienza
che allora, i due, donavan con sapienza.
Qui non è d’uopo pur di lui narrare.
 .
Eran roventi i carmi che Abelardo
a lei, bramata molto, dedicava.
Si sparser per Parigi e nevicava
la maldicenza e lazzi come un dardo.
 .
E per salvarle onor, l’innamorato,
con gran dolore e grande patimento,
la volle ritirata in un convento.
Ma il gesto suo fu male interpretato.
 .
Pensò il tutore, e forse fu angosciato,
desse la sposa a lui grande mestizia,
così assoldò sicari a far giustizia
ed una notte Pietro fu evirato.
 .
D’allora i due rimaser separati.
Eunuco ormai, ma per il gran sapere
 grandi successi continuò ad avere,
e chiese a Dio perdono de’ peccati.
 .
Lei fu del Paràclito la badessa,
quell’abbazia che lui avea donato,
ma loro non scordarono il passato,
 quanti gli scritti a ricordar promessa !
 .
D’amore intenso e grande nostalgia
grondavan della donna le missive
ma le sue pie risposte e le invettive
la riportaron sulla santa via.
 .
Morì Abelardo e volle esser sepolto
nel cimitero ad Eloisa accanto,
per esserle vicino e udirne il canto,
per ripagar l’amor che le fu tolto.
 .
Finì la vita d’Eloisa un giorno,
nel feretro di lui volle esser messa,
quasi per rinnovare la promessa
d’amore eterno e senza alcun ritorno.
 .
Quando il suo corpo scese lentamente,
la salma d’Abelardo aprì le braccia
e di quel gesto rimarrà la traccia
nella memoria nostra dolcemente.
 

Piero Colonna Romano

La storia che ho, con sinteticissimo e modesto poetare narrata, è storia vera, con  l’ovvia eccezione della leggenda finale. Pierre Abèlard -1079/1142- filosofo, teologo,  poeta e letterato, precursore della scolastica e fondatore del metodo logico, le sue idee furono considerate eretiche dal Concilio Lateranense del 1139 –in particolare per il suo atteggiamento nei confronti della trinità-. Comunque mai espulso dalla Chiesa, venne riabilitato da papa Alessandro III –che in precedenza era stato suo allievo, assieme ad Arnaldo da Brescia, Giovanni di Salisbury  ecc. -. Brillante, disponibile, coltissimo, spopolava in Parigi. Famose le sue dispute con Bernardo da Chiaravalle. E’ dalla sua autobiografia –Historia mearum calamitatum- che molto si conosce della sua vita e della Francia d’allora.  Eloisa d’Argenteuil-1099/1164- profonda conoscitrice delle arti liberali (grammatica, retorica, geometria, astronomia) padroneggiava latino e greco. La madre l’affidò, nel 1116, al fratello canonico, Fulberto –il patrigno della poesia- e questi, per completare la sua istruzione, la consegnò a Pietro Abelardo ed  ai suoi insegnamenti di filosofia. Di lei restano le numerosissime lettere indirizzate all’amante/marito. Lettere ad altissimo contenuto poetico, prima sensuale, poi spirituale. Dense di  passione e di una immensa dolcezza sono bellissime a leggersi. Ve ne offro un  frammento: “Al mio signore, anzi padre, al mio sposo, anzi fratello, la sua serva o piuttosto figlia, la sua sposa o meglio sorella…ti ho amato di un amore sconfinato…mi è stato più dolce il nome di amica e quello di amante o prostituta, il mio cuore non era con me ma con te”.  Nel cimitero di Père-Lachaise riposano entrambi, affiancati in una bellissima cappella in stile gotico.

Published in: on giugno 12, 2013 at 07:01  Comments (15)