I Pagliacci

 
Di tempo ne è passato da quando i pagliacci
tali erano veramente
per ardimento e professione
dando un senso anche al niente,
a provocar risate nei bambini,
e perché no nei grandi?,
dalle feste in casa, nei giardini,
al circo Zanfretta dove i nasi a ciliegia
portavano scarpacce rosse e nere,
senza lacci e a doppia lunghezza!
 .
I tempi, ora, non sono più quelli,
son passati parecchi lustri,
da quando l’Italia s’è dotata
di un circo ricco ed esclusivo,
detto il Palazzaccio, dove, e solo lì,
puoi già contare più di mille e un pagliaccio
 .
L’ingresso a quel dove è libero ma controllato,
non si paga niente e quelli che lo occupano
hanno amene indennità, troppe, tante,
da noi sostenute profumatamente
e poi non sanno cosa fare per occupar la  mente
 .
Si riuniscono di tanto in tanto
per parlare e discutere di oscure tangenti
e di chiare intercettazioni
parlano anche di tasse e nuovi ponti,
di ferrovie inutili ma velocissime,
di originali balzelli da rifilar, pari pari, a noi,
a noi che, incerti, andiamo a tentoni
 .
Ecco i moderni pagliacci
da gran parte di noi votati,
da tapparsi il naso, senza ciliegia,
così non offendiamo chi con quel mestiere
avea fatto vita saggia, lasciandoci
eloquenti e dolci messaggi.

Gavino Puggioni

per ieri, per oggi, anche per domani?

Published in: on ottobre 4, 2013 at 07:48  Comments (6)  

Abdicazione

Elmo

ABDICAÇÃO

Toma-me, ò noite eterna, nos teus braços
E chama-me teu filho.
Eu sou um rei
Que voluntàriamente abandonei
O meu trono de sonhos e cansaços.

Minha espada, pesada a bra~os lassos,
Em mãos viris e calrnas entreguei;
E meu ceptro e coroa, – eu os deixei
Na antecâmara, feitos em pedaços.

Minha cota de malha, tão inùtil,
Minhas esporas, de um tinir tão fùtil,
Deixei-as pela fria escadaria.

Despi a realeza, corpo e alma,
E regressei à noite antiga e calma
Como a paisagem ao morrer do dia.

§

Prendimi fra le braccia, notte eterna,
e chiamami tuo figlio.
Io sono un re
che volontariamente ha abbandonato
il proprio trono di sogni e di stanchezze.

La spada mia, pesante in braccia stanche,
l’ho confidata a mani più virili e calme;
lo scettro e la corona li ho lasciati
nell’anticamera, rotti in mille pezzi.

La mia cotta di ferro, così inutile,
e gli speroni, dal futile tinnire,
li ho abbandonati sul gelido scalone.

La regalità ho smesso, anima e corpo,
per ritornare a notte antica e calma,
come il paesaggio, quando il giorno muore.

FERNANDO PESSOA

Published in: on ottobre 4, 2013 at 07:46  Comments (3)  

Alla mia Aspasia (Amore crudele)

 
Son volato in cielo dalla Luna
argentei raggi ma non per te ho poi rubato:
ne ho fatto una sottile rete e
a quel vecchio pescatore l’ho gettata
per rendergli più lieve la fatica.
Dal giardino di un re, non so quale,
ho colto un fiore, la più bella rosa
ma non per te; a quella vecchia stanca
l’ho donata: un dono per una vita
solitaria, mai sfiorata da un amore.
Son sceso sotto terra
in più punti ho poi scavato
zaffiri, rubini e pietre rare
gemme smeraldi a profusione
ma non per te: alla piccola Ornella
li ho portati che con la man tremante mendicava.
Cosa per me, cosa mi chiederai mi porti in dono?
Da pruni rovi e bianchi biancospini
rami su rami avevo tolto
e di spine una collana poi intrecciato,
era per te ma me la sono messa al collo.
Da erbe le più infestanti e dei più velenosi fiori
un mazzo maleodorante avvolto da urticanti
foglie avevo con cura preparato
era per te ma me lo son tenuto
teneramente poi l’ho pur baciato.
Da sponde di fiumi, da vette di montagne
schegge di sassi, frammenti di appuntite rocce
un pesante fardello ne avevo tratto
con fatica poi da te portare:
davanti alla tua porta poi
mi son fermato, era per te.
Non ve erano bisogno
già li conoscevi eran gli stessi
coi quali un tempo non lontano
m’avevi tu trafitto il cuore.

Giuseppe Gianpaolo Casarini

Published in: on ottobre 4, 2013 at 07:32  Comments (7)  

Al chiar di luna

 
Quanta è bella stasera la luna
e quanti ricordi mi riporta alla mente
sola in mezzo al cielo
come una bella donna
sfila a gli occhi del mondo
e tutti si girano per guardare solo lei
ma stasera è ancora più bella
più la guardo più la voglio guardare
sembra che mi faccia compagnia
sembra che mi legga dentro il cuore
e che comprenda la mia malinconia
eppure il cuore si rallegra e s’apre serenamente
come la bella di notte in mezzo a questo chiarore di luna.

Rosy Giglio

Published in: on ottobre 4, 2013 at 07:32  Comments (7)  

Lupo

Il giorno che anch’io sarò morto
e l’anima andrà in giro vagando,
ritornerà tra i sassi dell’orto,

di fronte all’antica chiesetta
e tra i rovi, ai muri abbracciati,
troverà Lupo disteso ch’aspetta.

Salterà dalla fossa abbaiando,
scuotendo la terra di bocca,
dolcemente le mani azzannando.

Povero Lupo, di gioia è distrutto,
più non ricorda il fucil che l’uccise,
scodinzola sempre, dimentica tutto.

Fedele mi ha atteso tanti anni,
come quando tornavo da scuola,
d’un colpo ha rimosso gli affanni.

Nuovamente tra i rovi annusare,
rotolar con la schiena sull’erba
e le buche nel prato scavare;

sgambettare in mezzo alle foglie,
abbaiando scherzoso ai passanti,
ai vecchietti al sol sulle soglie;

sbatacchiare con forza il guinzaglio
ringhiando perch’io molli la presa,
che io lascio, quasi per sbaglio,

ché lui possa contento scappare;
ritornare con scatti improvvisi,
far le finte per farsi acchiappare.

Allungarsi, poi, sfinito sull’erba
con la lingua ansante tra i denti,
gli occhi dolci e la testa superba,

vigilando ch’io non abbia a sparire
come un tempo, e dover ritornare
sotto un mucchio di sassi a patire.

Salvatore Armando Santoro

Published in: on ottobre 4, 2013 at 07:23  Comments (4)