Esagramma 59

Mi proverò a guardare le cose acerbe
e quelle rotte
avrò il coraggio d’osservare anche
le cose marce
non col mirino di Witkin però
né della Arbus
i freaks tento di eluderli
fuggo l’anomalia: mi basta quella
degli incubi di notte e la follia
d’essere viva in questa zona morta
d’un pianeta scordato dagli dei

fiori decapitati nella mano
oso gli steli a chiedere all’I Ching
l’oracolo risponde
“propizio è attraversare la grande acqua”
e senza veli le duecento ossa
circa sessanta chili di vestito
un cuore ubriaco
ricondurre al Tao

Cristina Bove

Published in: on dicembre 11, 2013 at 07:29  Comments (3)  

La casa del tempo perduto

Casa del tempo perduto

A CASA DO TEMPO PERDIDO

Bati no portão do tempo perdido, ninguém atendeu.
Bati segunda vez e mais outra e mais outra.
Resposta nenhuma.
A casa do tempo perdido está coberta de hera
pela metade; a outra metade são cinzas.

Casa onde não mora ninguém, e eu batendo e chamando
pela dor de chamar e não ser escutado.
Simplesmente bater. O eco devolve
minha ânsia de entreabrir esses paços gelados.
A noite e o dia se confundem no esperar,
no bater e bater.

O tempo perdido certamente não existe.
É o casarão vazio e condenado.

§

Ho battuto al portone del tempo perduto, nessuno ha risposto.
Ho battuto una seconda volta e un’altra volta e ancora un’altra.
Nessuna risposta.
La casa del tempo perduto è coperta di edera
per metà; l’altra metà sono ceneri.

Casa dove non abita nessuno, e io battendo e chiamando
per il dolore di chiamare e non essere udito.
Semplilcemente battere. L’eco restituisce
la mia ansia di socchiudere questi palazzi gelati.
La notte e il giorno si confondono nell’attendere,
nel battere e battere.

Il tempo perduto certamente non esiste.
È la gran casa vuota e condannata.

CARLOS DRUMMOND DE ANDRADE

Published in: on dicembre 11, 2013 at 07:28  Comments (2)  

Belzebù

In un grande prato verde
sotto un grande cielo blu
un fior fiore di torello, Belzebù,
s’invaghì perdutamente
contro ogni previsione
di Selvaggia, la cavalla del padrone.

Fu un  amore a prima vista
un impulso di passione,
travolgente e puro
grande l’emozione,
non sapendo come fare
non sapendo cosa dire
un po’ tremante, fece la dichiarazione.

Le disse: “vieni, vieni, vieni amore,
vieni, vieni via con me
tu sarai la mia compagna non temer”
le disse:”vieni, vieni, vieni amore
vieni scappa via con me
ed il mondo intero metterò ai tuoi pie’”

E strappata con lo zoccolo
una pianta di lillà
gliela offrì con tanto amore
poi si piegò,
stette lì a corna basse
aspettando che rispondesse:
“certo amore, con te verrò!”

Ma Selvaggia non voleva
ma Selvaggia non lo amava
e voltata la criniera a Belzebù,
annoiata e un po’ scocciata
con nitrito risentito
prima di lasciarlo
così parlò:

gli disse: “vai, vai via, stai lontano da me
io di certo non ti amerò perché
sei un violento e così grosso
puzzi pure a più non posso
non hai classe
non fai per me.

Mogio mogio lungo il fiume
Belzebù si ritirò,
pianse lacrime d’angoscia ma si sa
che chi ama veramente
specialmente se insistente
prima o poi la spunterà.

Venne il giorno del temporale
soffiò forte il maestrale
e Selvaggia sopra un tronco si ferì,
e nitriti spaventati si sentirono tra i prati
così accorse il nostro Belzebù

Dopo averla liberata
con le sue corna possenti
dopo che la sua ferita ebbe leccata,
la cavalla vide quello
che era un fior fior di torello
e di colpo s’innamorò.

Lui disse:”vieni, vieni, vieni amore
vieni, vieni via con me,
io non voglio vivere senza di te”,
lei disse:”andiamo, andiamo, andiamo amore,
prendi pure il mio cuore
sarò sempre accanto a te”.

Tra lo sdegno generale
di tutto il popolo animale,
dopo un po’ di mesi nacque così,
un cucciolotto un po’ speciale
lo chiamarono Fortunale
e ancora oggi lui vive lì,
un cucciolotto niente male
certo che era un po’ speciale
e ancora oggi lui vive lì.

Sandro Orlandi

Published in: on dicembre 11, 2013 at 07:26  Comments (4)  

Sono il passare del tempo che passa

Sono il passare del tempo che passa,
son come tempio che al tempo è lasciato,
dove son travi che cadono, e i coppi;
dove si fan prepotenti le erbacce.

Ricoprono tutto senza mai tregua,
e fuori invadono, e invadono dentro,
senza lasciare agli spiriti un loco,
allora cercati, e cacciati, adesso.

Tutto è sbiadito, i colori, i ricordi,
quello ch’è stato non sembra sia stato,
tra le rovine, che un tempo eran festa,
festa di vita che esulta alla vita.

Vita affacciata su spazi infiniti
dove correva legger l’aquilone,
l’arcobaleno smorzava le furie,
e si nutriva il mio viver, d’amore.

Armando Bettozzi

Published in: on dicembre 11, 2013 at 07:22  Comments (2)  

L’ombra della resa

Sento salire dentro triste sensazione
di inutilità che mi svuota l’anima
ma al tempo stesso mi chiedo…
Ne ho mai avuta una?
Ho voglia di posare le poche armi
che mi illusero d’esser così forte
così imprendibile da fati avversi
così sicuro che, per quanto ostili
alla fine di ogni impari giostra…
Ferito ma vivo ne sarei uscito.
Erano armi affilate di ironia
di irrazionalità che agile rese
quel mio fuggire dal mondo fatto
da schemi e convenzioni grigie
di logica e oppiacea razionalità.
Calano le ombre e non sono quelle
della sera del tempo misurato in rughe
e in sofferte rimembranze dei poeti
sognatori, cercatori d’oro in versi e rime
Sono ombre più lunghe che i muri
per metà risalgono lasciando terra.
Sono quelle che preannunciano la resa
che alla rassegnazione si accompagna
perché più tollerata sia la solitudine
di chi stanco in dorato esilio si chiude
quando ancora la vita lo cerca

Claudio Pompi

Published in: on dicembre 11, 2013 at 07:20  Comments (1)