Una voce

UNE VOIX

Écoute-moi revivre dans ces forêts
Sous les frondaisons de mémoire
Où je passe verte,
Sourire calciné d’anciennes plantes sur la terre,
Race charbonneuse du jour.

Écoute-moi revivre, je te conduis
Au jardin de présence,
L’abandonné au soir et que des ombres couvrent,
L’habitable pour toi dans le nouvel amour.

Hier régnant désert, j’étais feuille sauvage
Et libre de mourir,
Mais le temps mûrissait, plainte noire des combes,
La blessure de l’eau dans les pierres du jour.

§

Ascoltami rivivere nei boschi sotto il fogliame della memoria dove verdeggiante trascorro, sorriso calcinato di antiche piante sulla terra, stirpe carbonacea del giorno. Ascoltami rivivere, ti conduco al giardino di presenza, abbandonato alla sera e ricoperto d’ombre, abitabile per te nel nuovo amore. Ieri deserto regnante, ero una foglia selvatica e libera di morire, ma il tempo maturava, nero compianto delle valli, la ferita dell’acqua nelle pietre del giorno.

YVES BONNEFOY

 

Published in: on marzo 1, 2014 at 07:48  Comments (1)  

Poeticamente

Quant’ansia di perdermi in poesia,
in lontananza dalle solite cose
e smarrire distante le scarne parole
nel concerto d’autunno che chiamo,
che amo, da limitarsi il dire.

Rotolare sguarnita dai livori
nel croccante rossume di foglie
come letto d’interminabile agio,
culla di primordiale pace,
ove dileguare i falsi bisogni,
terminare il moto della carne.
Poi, fermarmi ed essere io.

E poi. Maturare nel fondo d’una selva
che non sappia l’umana invasione,
pensando cose mai pensate
occultate dai muri di cemento
che freddano le ispirazioni
che durano ai sismi interiori
e paesaggi censurano pastorali alla vista.

Quanta ripulsa di subire la vita
per stiparne razioni avanzate
a rimandare la corsa declive!

Quanta poesia nel funesto desiderio
di lasciarmi da ora verzicare
nell’orto d’una casa rurale,
così, semplicemente,
per scrivere le radici la mia storia nella terra,
per darmi il gusto sacro di finire come vorrei,
così, poeticamente,
in bucolica offerta all’agro
di quel pugno di concime che sarò.

In lontananza sento perdersi i sensi,
lo smarrirsi ancora di parole scarne
nei lirici colori dell’autunno
che chiamo, che amo,
tanto, da limitarsi il dire.

Daniela Procida

Published in: on marzo 1, 2014 at 07:48  Comments (4)  

RICORDI E ISPIRAZIONE

Era stata una lunga estate, ma era giunto il momento di ripartire.  L’ultima valigia era pronta sul letto, bastava solo chiuderla, una semplice pressione e due semplici clack e non mi restava che chiamare un taxi …davanti al letto la finestra per guardare ancora fuori ed imprimere un ricordo. Con un po’ di rammarico pensavo a quello che lasciavo, le lunghe passeggiate sulla riva al tramonto, le sigarette gustate seduto sul molo gettando pane secco ai gabbiani e quello che mi stavo portando via. I ricordi si accavallavano come piccole onde di sudore sulla fronte, che cosa mi sarei portato via? Frugavo nelle tasche per cercare l’accendino, solo qualche spicciolo ma l’accendino no! Poggiandola sul letto fra il luccichio della monete, quella piccola conchiglia mi riportò al primo giorno che ero arrivato….Scavavo nella mente come fa un bambino nella sabbia, per ricordare meglio. Ed ecco…. si si quella ragazza seduta sulla spiaggia, con la sua chitarra e lo sguardo silenzioso che faceva compagnia al mare insieme alla solitaria brezza della sera forse.. in cerca di una spalla cui poggiarsi. Ogni tanto volgeva il suo sguardo nella mia direzione, tra me e lei solo una vecchia rete da pesca dimenticata: non sembrava neanche gettata li per caso, l’avevo guardata bene, qualche burlone con la vena artistica l’aveva raccolta formando ben delineata una donna su un fianco o forse era solo la mia fantasia.  Imitando la ragazza che si era alzata, mi scuotevo la sabbia dai jeans e ci avvicinammo, lei stringeva la sua chitarra incrociando le braccia delicatamente quasi fosse un giglio, mi disse ciao ed io gentilmente ricambiai, mi chiese se ero del posto e le dissi che mi trovavo lì per un periodo di riposo ma anche per trovare l’ispirazione, non sapevo perché avevo detto quella parola in più, stavo pensando, mentre lei si avvicinava, a quella frase che avevo scritto anni prima “l’ispirazione è una donna che ti guarda o che ti ascolta”.  -L’ispirazione per cosa?- rispose lei.  – Per scrivere di nuovo- risposi io. Guardavo immobile quella bellezza acqua e sapone ,al collo aveva un ciondolo, che alle luci del tramonto rifletteva lieve la luce come l’iride d’ arcobaleno, come se mi fosse piovuta dal cielo una stella dei desideri. Rispose – Per me l’ispirazione è un uomo che mi guarda e mi ascolta mentre suono la mia chitarra-  Inebetito, passarono forse due, tre secondi, mi sembravano cent’anni prima che le dicessi – perché non suoni la tua chitarra per me?- e lei – senza pennino non riesco a suonare, l’ho perso nella sabbia e non riesco a trovarlo…-  Iniziai a cercarlo freneticamente (anche se ci fosse voluta tutta una notte, ormai non mi sarei più fermato). Ogni tanto mi voltavo per guardarla e mi sorrideva. Finalmente lo trovai, era ormai buio e le luci dei lampioni in lontananza si riflettevano come le stelle per poco sul mare quasi che si fosse rigirato il cielo. Le dissi -suona per me- e così iniziò una musica che non avevo mai ascoltato, con il suo pennino sfiorava le corde come il vento fa con i capelli, e il mare nel silenzio suona la sua musica al tempo dell’onda fra la risacca degli scogli, come il fruscio che fanno i cormorani quando fendono l’acqua in un istante per prendere la preda. Era ormai l’alba e le chiesi se ci saremmo mai più incontrati e lei -non so ma se mai c’incontreremo, tieni il mio pennino così di nuovo suonerò per te-  Ora potevo solo sorridere: non era il suo pennino che dipingeva quella musica che era il ritratto del mare, ma una semplice conchiglia che pennellava le corde dell’anima, e capii che l’ispirazione può venire da dove meno te lo aspetti.

(L’ispirazione o un ricordo, che siano belli o brutti, sono come un piccolo granello di sabbia, che per quanto piccolo sia, graffia il cuore.)

Pierluigi Ciolini

Published in: on marzo 1, 2014 at 07:16  Comments (3)  

Mille papaveri rossi

Mille papaveri rossi
una sera d’estate
l’alito caldo del vento
e lontano
sussurri di luna
nella fretta di crescere
spettinar l’erba
e imparare l’amore

astrofelia franca donà

Published in: on marzo 1, 2014 at 07:03  Comments (2)  

Il rapporto derivante

Il corpo si staglia al viso,
ed è anche molto invitante
Che faccio?
M’ avvicino?
Accorcio le distanze ?
Sono molto titubante!

Sono giorni che si è muti
accompagnati da tensioni
per le grosse incomprensioni

Sai che faccio? Ci rinuncio!
E  sopprimo le mie avances

Adesso che ci penso …
con le mie esuberanze,
potrei anche trovare
delle grosse riluttanze
che ferirebbero,
e certamente,
l’orgoglio delle mie spettanze

Verrei meno ai principi
da me sempre sostenuti,
che hanno stabilito
che il rapporto si concreta
prima in linea verticale,
per esser, poi,
soddisfacente…
in linea orizzontale

Quindi , assertore
della tesi
me ne assumo le colpe,
e vado avanti
con ferma convinzione

E, nel frattempo ?
Mi alzo dal letto...
e vado a guardare …
la televisione

Ciro Germano

Published in: on marzo 1, 2014 at 07:00  Comments (7)  

Nuvole impotenti

 
Sembra un sorriso di vento
quella nube in un cielo cobalto.
Sola svagata, aspetta
la spinta di un’ultima brezza
per  farsi cullare e sparire.
È  invece richiamo di amiche
che spengono con un grigio salmastro
il sereno d’un mare di cielo.
S’immalinconisce l’atmosfera
incupendo volti  e  colori
Solo un rosso rimane immutato
è di un cuore abbandonato sull’asfalto.
Neanche la pioggia scrosciante   
liberata da nubi invidiose
dissolve quel solitario colore
che indelebile pare brillare.

Elide Colombo

Published in: on marzo 1, 2014 at 06:52  Comments (6)