1 Novembre

Fanno eco le campane al camposanto
Un appello alla preghiera per chi non c’è più.
Sguardi assenti che non cambiano mai
foto sbiadite dal tempo,
incastonate sul marmo di una lapide,
ricordano il passaggio di una vita
vissuta con amore, in un epoca lontana.
Parole sbiadite dal sole,
tra macchie lasciate dai fiori ormai avvizziti,
volti che si vedono appena,
La gente passa va oltre, troppo tempo è trascorso
nessuno più mette un fiore, su quel volto sbiadito
sotto il quale sta scritto,
medaglia d’oro morto per la patria a vent’anni.

Altre tombe altri volti, foto a colori marmi lucidi
Vasi colmi di fiori multicolori.
Altre scritte per ricordare,
La tristezza non muta è sempre uguale
Solo più intensa
In quella sepoltura nuova, con scritte dorate,
Un mazzo di rose rosse intinte
nelle lacrime colmano il vaso,
lacrime di una madre, che seduta
in una piccola seggiola sgrana un rosario.
Come si può misurare il dolore,
peso che curva le spalle,
che rallenta il passo,
che rende buio il precorso della vita.

Gianna Faraon

Published in: on marzo 21, 2014 at 07:46  Comments (6)  

La ballerina nel bicchiere

Ballerina

La ballerina nel bicchiere ha
In mano un mio bicchiere
onirico delirio

trasformo liquido in gocce delle sere
in parole in vortice sgorgo
dinamico
dinamica della ballerina
uguale mai
e può guarire come volare nelle favole
di ogni giro alle quinte incastra stelle 
sul mondo danza 
animato 
nostro il palcoscenico d’ombre felici
la leggerezza ha tanti pesi
e se nevica nel suo sogno
lascia il tocco di un pliè
sull’incanto tra l’affresco sugli arpeggi
sotto la coperta notte deserta
ad un bacio atteggi
in un volteggio
in un residence lasciato lì a fiorire senza sguardi
sia fatto sia nato sia coltivato
come un senso alterno al desiderio
fantasia deviata a viver di dicerie copiate
ad un cammino ruvido di strade
senza memorie 

non esistono
mareggiate di neurotiche parole gettate
nel bicchiere 
che la siepe dei pensieri non contengono 
ricordi ?
acqua da bere
versata nel bicchiere

Enrico Tartagni

Published in: on marzo 21, 2014 at 07:36  Comments (3)  

L’amico pettirosso

Cerco invano dalla mia finestra semichiusa
che guarda sul giardino quasi brullo,
dall’autunno già spogliato in parte dagli ultimi
colori e che all’inverno ormai vicino spoglio
e nudo s’offre, la tua presenza amico pettirosso:
già trascorso è di fatto già il tempo ormai, l’ora
sperata  a me cara negli anni e familiare dell’arrivo tuo!
Guardo e ascolto degli altri uccelli il canto:
i passeri, i merli, le gazze e le colombe
che tutto l’anno sento dei vari suoni il cinguettare
ma quel tuo canto melodioso a Chopin caro
non è più qui e triste non sento quel richiamo.
Per anni sai, ricordo e ricordi, ci siam fatta compagnia
quattro mesi circa nelle giornate fredde
buie oppur nevose dell’ultima dell’anno la stagione
che porta al cuore e alla mente di chi come me
ha già percorso della vita anni su anni e molti
i ricordi tanti e quei sogni sognati e poi svaniti
legati a quella passata lontana tanto giovinezza.
Arrivavi all’improvviso e all’improvviso
poi partivi, anche all’ultimo marzo sei partito
ma da allora da qui lontana nulla la tua presenza
oggi, così mi sento oggi più solo e senza te, oh amico!
Il tuo cinguettio che tra i tanti più degli altri
come detto percepivo il segno era che stavi lì vicino
nascosto dietro un cespuglio spoglio delle rose,
poi io in silenzio io ti osservavo e tu con rapida
ma circospetta corsa sull’esili zampette
qual fili sottili sottilissimi di rosso colorati
come il piccolo petto che gentil ti dona il nome
il cinguettio di quel caro canto interrompevi
e a beccar lesto correvi quelle solo per te lasciate
povere briciole dalla man lanciate in quel posto
ad altri ignoto e che tu solo da tempo conoscevi:
l’umile parca mensa sai non molto di più t’offriva
tu lo sapevi ma non ti lamentavi: una beccata
e ti guardavi attorno al pericolo possibile guardingo
poi riprendevi e talvolta il bel capino tuo sollevavi
e mi guardavi ed io ti guardavo e questo era
per me conforto ai miei pensieri d’infelicità gonfi
e così in quegli istanti e quella tua presenza
rottasi un poco l’infelicità mia felice sorridevo:
ora quelle briciole un tempo per te regalo beccano
facendosi la guerra passeri merli gazze e le colombe
e l’infelicità mia rimane rotta solo dai forti miei singhiozzi.

Giuseppe Gianpaolo Casarini

Published in: on marzo 21, 2014 at 07:21  Comments (18)  

La ballata delle madri

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo,  conformisti e barocchi,
o lo passate, a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
E’ così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.

PIER PAOLO PASOLINI

Published in: on marzo 21, 2014 at 06:52  Comments (4)  

Potesse il vento

Wind roses

Potesse il vento si fermerebbe quando fugge
la bellezza privare non vorrebbe – della rosa – i domani infuocati.
e certamente fuggir vorrebbe quando incatenato sta
come chiunque al tormento del suo cuore spezzato da spade o petali.

Anileda Xeka

Published in: on marzo 21, 2014 at 06:50  Comments (4)