Sono qui con te. Mi dispiace

sono qui con te. Mi dispiace.
tua madre ti crede serena
in un paesaggio da cartolina
e non sei una divinità
di questa mia collina.
semplicemente:
sei la pecora che guarda l’erba
senza mangiarla.

Giancarlo Giudice

Published in: on aprile 30, 2014 at 07:37  Comments (5)  

Da Desenzano

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Gino, che fai sotto i felsinei portici?
mediti come il gentil fior de l’Ellade
d’Omero al canto e a lo scalpel di Fidia
lieto sorgesse nel mattin de i popoli?

Da l’Asinella gufi e nibbi stridono
invidïando e i cari studi rompono.
Fuggi, deh fuggi da coteste tenebre
e al tuo poeta, o dolce amico, vientene.

Vienne qui dove l’onda ampia del lidio
lago tra i monti azzurreggiando palpita:
vieni: con voce di faleuci chiàmati
Sirmio che ancor del suo signore allegrasi.

Vuole Manerba a te rasene istorie,
vuole Muníga attiche fole intessere,
mentre su i merli barbari fantasimi
armi ed amori con il vento parlano.

Ascoltiam sotto anacreòntea pergola
o a la platonia verde ombra de’ platani,
freschi votando gl’innovati calici
che la Riviera del suo vino imporpora.

Dolce tra i vini udir lontane istorie
d’atavi, mentre il divo sol precipita
e le pie stelle sopra noi vïaggiano
e tra l’onde e le fronde l’aura mormora.

Essi che queste amene rive tennero
te, come noi, bel sole, un dí goderono,
o ti gittasser belve umane un fremito
da le lacustri palafitte, o agili

Veneti a l’onda le cavalle dessero
trepida e fredda nel mattino roseo,
o co ’l terreno lituo segnassero
nel mezzogiorno le pietrose acropoli.

Gino, ove inteso a le vittorie retiche
o da le dacie glorïoso il milite
in vigil ozio l’aquile romulee
su ’l lago affisse ricantando Cesare,

ivi in fremente selva Desiderio
agitò a caccia poi cignali e daini,
fermo il pensiero a la corona ferrea
fulgida in Roma per la via de’ Cesari.

Gino, ove il giambo di Catullo rapido
l’ala aprí sovra la distesa cerula,
Lesbia chiamando tra l’odor de’ lauri
con un saliente gemito per l’aere,

ivi il compianto di lombarde monache
salmodïando ascese vèr’ la candida
luna e la requie mormorò su i giovani
pallidi stesi sotto l’asta francica.

E calerem noi pur giú tra i fantasimi
cui né il sol veste di fulgor purpureo
né le pie stelle sovra il capo ridono
né de la vite il frutto i cuor letifica.

Duci e poeti allor, fronti sideree,
ne moveranno incontro, e “Di qual secolo
— dimanderanno — di qual triste secolo
a noi venite, pallida progenie?

A voi tra’ cigli torva cura infóscasi
e da l’angusto petto il cuore fumiga.
Non ne la vita esercitammo il muscolo,
e discendemmo grandi ombre tra gl’inferi„.

Gino, qui sotto anacreòntea pergola
o a la platonia verde ombra de’ platani,
qui, tra i bicchieri che il vin fresco imporpora,
degna risposta meditiamo. Versasi

cerula notte sovra il piano argenteo:
move da Sirmio una canora imagine
giú via per l’onda che soave mormora
riscintillando e al curvo lido infrangesi.

GIOSUE’ CARDUCCI

Published in: on aprile 30, 2014 at 07:24  Comments (4)  

Brama

Bocca d’amaranto, color fragola intenso
amarena rosso vivo per tingermi le labbra.
Solo dita saporite d’ambrosia intinte
per lambire il gusto originale del peccato.
Rotondità felpate, succulente pesche,
frutti maturi da suggere abilmente
pigiandovi la bocca a fondo e presto
che il nettare colato giammai disseta.
Disperatamente cedere ai suoi occhi
rapiti dal mio lasciarmi scartare.

Daniela Procida

Published in: on aprile 30, 2014 at 07:18  Comments (7)  

Spinoza lo leggevo nei ritagli

Pentola

e cucinando all’ombra delle pentole
cerco la via del sale
quasi a carpire il nesso tra
sbucciamenti di mele e di cipolle
un taglio al pollice
gocce di sangue mentre
tentavo di capire un mondo di
beneficenze a malfattori e nani

la memoria richiesta è provvisoria
anzi facoltativa
sembra che sia il cervello a fare shopping
tra morti e poco morti e morti non

in giro vivi se ne vedon pochi
stanno al di là della finestra
che se mi affaccio mi faranno cenno:
_e vieni giù_ direbbero
senza muovere un passo, ti aspettiamo.

Si andrebbe a piedi da questa città
verso l’inferno, con le carte in borsa
[sanno le bestie nere ogni tuo passo]
stiamo pagando il dazio sfoggiando silicone
se va bene, se
la beffa non è un letto d’ospedale
e il non mangiare a tavola

questa cucina è un bunker
taglio patate e
cuocio vivande (mortande) a fuoco lento
e la finestra è un monito
di cielo

Cristina Bove

Published in: on aprile 30, 2014 at 07:08  Comments (7)  

Ombre di fine estate

Ti svegli un mattino e t’accorgi ch’è finita l’estate,
però ancora cerchi il calore smarrito,
ti senti uomo con membra avvizzite,
la stanchezza del giorno t’attende.
Il colore del mondo ha cambiato il suo fascino,
le giornate più corte silenziosamente
avanzano, come guardinghe.

Il sole ormai trascorre il suo tempo
arrossando le spiagge, toglie il gusto
del nuoto solingo.
Tutto il mondo rispetta il mutare,
anche gli alberi ne soffrono la nuova luce.
Un silenzio lontano che prendeva la via del cuore,
ora tace, improvvisamente sfiorito.

Dalla vuota finestra, ascoltando il silenzio,
mi accosto attendendo un nuovo sussulto, di vita,
di gioia. Vedo solo colline, alberi che ingialliscono,
il fiume che passa mi canta felice, l’acqua muove
veloce verso il mare, limpida come l’anima di un bimbo.

Io stracciata la veste notturna, l’inquietudine
mi afferra le membra, solo lei
mi può dare certezza di un amore pulito.
La mia donna, capelli disciolti mi attende con
Il corpo proteso al’incontro, ed allora
l’incanto si avvera, ci sarà qualcuno sul letto
abbracciato ad una donna.
Dalla buia finestra, uscirà un gemito forte,
facendo vibrare il silenzio.

Marcello Plavier

Published in: on aprile 30, 2014 at 06:55  Comments (5)