Bandiere rosse al Settembrino

Gli dona sereno il ricordare l’incontro

davanti a quell’uomo d’aspetto severo:

“Domani alle otto, ti aspetto puntuale”.

 

La bicicletta pedalava da sola, mentre

pensieri solcavano desideri sognati.

Il suo primo lavoro: Ora è già grande.

 

Passano giorni entusiasti, qualche volta

un po’ meno ma, alla fine del mese, di

quel primo mese, è stato davvero bello

dare orgoglioso la “busta” a sua madre.

 

I mesi trascorrono, mentre nubi sul nero

s’affacciano lente. Non siamo d’inverno.

Davanti i cancelli, sbarrati da vermigli teli

ondeggianti al primo accenno del mattino,

sconosciuti, oscuri signori:

“Da oggi sciopero, da qui non si passa”.

 

In quegli anni le “lotte” sembravano pie,

classe Operaia e Padroni, nemici perenni.

In assemblea permanente, anche quella

la prima: “dobbiamo solidarietà a chi lotta

e tutti uniti bloccare l’arroganza padrona”.

 

Un dito, tra tante certezze

eleva timoroso l’ardire:

-Che senso aggiungere difficoltà?

La paga di questi giorni di lotta

la diamo a voi Sindacato, per chi

giusti diritti ancora non trova.

Questa, è davvero Solidarietà. –

 

Un silenzio di gelo avverte la sua schiena bagnata,

fortuna l’attimo è solo. Violenti scuotono nomi,

difficili nomi, scagliati contro un povero stronzo*

dal (reazionario) Pensiero, che è “servo” a nessuno.

 

(Ogni tanto ci penso, ancora non mi hanno convinto di avere sbagliato.)

 

Giampietro Calotti C.

* concentrato di galantuomo (Francesco Fuschini, il prete scrittore)

Published in: on aprile 18, 2015 at 07:38  Comments (4)  

Troppi poeti

Troppi poeti

a scandagliare il senso

di questa vita.

Li leggo, li rileggo e non mi spiego

come tengano insieme

brandelli di parole:

stracci, coltelli

grumi di sangue e aiuole

spesso fumosi e oppiacei deliri.

 

Ancora bimba

giocavo con le rime

versi scherzosi, canti di speranza

strofe che come biglie colorate

disegnavan la danza

della mia vita.

 

Oggi solo il dolore

fa volar la poesia verso la meta!

NO!

Non c’è abbastanza morte nel mio cuore

per essere Poeta!

 

Viviana Santandrea

Published in: on aprile 18, 2015 at 07:24  Comments (7)  

La voce della pioggia

THE VOICE OF THE RAIN

And who art thou? said I to the soft-falling shower,
Which, strange to tell, gave me an answer, as here translated:
I am the Poem of Earth, said the voice of the rain,
Eternal I rise impalpable out of the land and the bottomless sea,
Upward to heaven, whence, vaguely form’d, altogether changed, and
yet the same,
I descend to lave the drouths, atomies, dust-layers of the globe,
And all that in them without me were seeds only, latent, unborn;
And forever, by day and night, I give back life to my own origin,
and make pure and beautify it;
(For song, issuing from its birth-place, after fulfilment, wandering,
Reck’d or unreck’d, duly with love returns.)

§

E tu chi sei? chiesi alla pioggia che scendeva dolce,
e che, strano a dirsi, mi rispose, come traduco di seguito:
sono il Poema della Terra, disse la voce della pioggia,
eterna mi sollevo impalpabile su dalla terraferma e dal mare insondabile,
su verso il cielo, da dove, in forma labile,
totalmente cambiata, eppure la stessa,
discendo a bagnare i terreni aridi, scheletrici,
le distese di polvere del mondo,
e ciò che in essi senza di me sarebbe solo seme, latente, non nato;
e sempre, di giorno e di notte, restituisco vita alla mia stessa origine,
la faccio pura, la abbellisco;
(perché il canto, emerso dal suo luogo natale,
dopo il compimento, l’errare,
sia che di esso importi o no,
debitamente ritorna con amore.)

WALT WHITMAN

Published in: on aprile 18, 2015 at 07:15  Comments (1)  

Cinquantacinque

Il tempo ora mi manca
di trasalire e uscire di me,
quello bugiardo
dei calzoncini e spighe alle orecchie.
Quello ignudo, delle serate sotto finestre poco accese
soltanto vagamente abitate, un bell’inganno
di te affacciata come un erboso mercimonio.
Il tempo della pancia
dove alloggiavo, preso
dal grezzo delle cave nascoste
e dal papiro, che ti cresceva dentro come l’Egitto intero.
Il tempo del sospetto veleno
e dei rossetti, lasciati aperti e lisi a metà
sulla tua bocca
pittata con segnacci sbagliati, forse d’altri
con quella cecità che gli amanti hanno nel cuore.
Il tempo che i tuoi fianchi facevano la ruota
scoperta della fiamma e d’attrezzi per la caccia;
il tempo che le dita giocavano a far sangue
graffiandomi la schiena nell’atto di godere.
Il tempo che tempesta era niente, e tutto aperto
lasciavi come avessi un cortile in mezzo ai seni
di polvere e di sole che spacca
Lorca, Pablo, la rosa bianca di Bertolucci.
Il tempo puro
che in bicicletta univo i paesi con la luna
con la felicità di vederti sul balcone
tirare baci come le pietre, qui, sul viso
e poi sotto fino a dove non dirlo è buona cosa.
Il tempo che comprarti due rose era peccato
perché ne vali mille e ottocento
e non ho soldi, ma solamente cuore straziato
e qualche mela
in fondo agli occhi, ma è un’altra storia.
Il tempo asciutto
se non mi baci un po’ da volgare, un po’ sudata
un po’ come volessi lasciarmi, e dopo amarmi.
Il tempo che parlare era un lusso
e le tastiere, avevano i lucchetti dei padri.
Il tempo, il tempo.
Che potevamo farlo, ma s’era più distanti
coi fili del telegrafo rotti, senza mani
né piedi a misurarci le notti.
Il tempo pazzo
che poi ci innamoriamo di brutto, e stiamo male
nei panni di chi non è capace, non ha tempo
né languide parole o spettacoli nel petto;
e lascia che le cose succedano, più alte
fino a toccare i tetti un istante
e poi, sparire.

Massimo Botturi

Published in: on aprile 18, 2015 at 07:09  Comments (1)  

Notte di periferia

Notte di periferia

Opaco suburbio sconcio
d’ombre d’anime vagato.
Cristalli di bottiglie

disseminati nell’erba
scricchiolano come ghiaccio

nel calpestar di vite.

Sentieri che non rincasano mai,
alberi pietosi coprono

figli nostri crocifissi

da chiodi di plastica,
che per non patir dolore
non cercano le nostre mani…
ma un’altra dose ancora.

Alberto Baroni

Published in: on aprile 18, 2015 at 06:51  Comments (9)