Mentre mio padre moriva

Mentre mio padre moriva ti vidi la prima volta.
Da quel tempo sempre stavo con te, ti cercavo,
anche tu mi cercavi: in mezzo alla gente eravamo soli,
trepido il tuo sguardo, triste – contento il mio.
Il primo giorno dell’anno dovevi venire a una festa,
io avevo al collo dei fiori di carta bianca,
piansi quando vidi che erano le tre,
e ancora il tuo volto caro non appariva. Ma il giorno
secondo dell’anno – qualcuno
ti aveva informato – corresti dalla piccola donna,
e tutta la sera per lei come una luna splendesti.
Dicesti dolci parole e non avevi chitarra,
le dame che erano in sala si fecero tristi.
«Bene, è ora di andare». Saliti in vettura,
tu e io come ragazzi, mi guardavi:
io non osavo muovermi. Mi accarezzasti la fronte.
Piegando il viso, vergognandomi, carezzai la tua fronte.
Nascondesti il tuo viso dietro il mio collo. La mano
era ferma sul mio ginocchio. Pensavo:
così fanno tutti, domani neppure si ricorderà.
Ma sono passati due mesi e ogni sera c’incontriamo,
il tuo cappotto è povero, non hai guanti né berretto,
ma la tua fronte ogni sera
è più chiara, i tuoi occhi
più teneri e gravi, la mano
che mi stringe più calda, più forte;
trascorrono ore che paiono solo alcuni momenti.
Al buio camminiamo, ed io
poso la fronte ogni tanto con umiltà sul tuo petto.
Passano case e strade, passano ponti e canali,
passano muti giardini, cade tranquilla la neve.
Le dita intrecciate, le tempie
unite in un solo tepore,
gli occhi vicino agli occhi, come una sola persona
che all’anima sua mormori tenere cose, come
la neve che scende e risale
senza rumore né moto, leggero noi andiamo.

ANNA MARIA ORTESE

Published in: on novembre 27, 2015 at 07:35  Comments (2)  

La città oscura

La vanità porella dei lavatoi scrostati
in questa meneghina domenica, riluce.
Ora che il taglio di luna ha sanguinato
sopra le turche, qui, alla bocciofila
sui campi
franosi e pizzicati da uccelli inquieti e neri.
È umido il mio pane di oggi, un’acqua santa
posata sugli infissi come le mosche estive;
l’acqua nei muri e nei panni, nelle ossa
dei vecchi che si spurgano il naso con rumore.
È tutto un gran tossire di strade di paese
di chiuse disertate dai cani
di campane, spiegate alla raccolta di donne
d’acqua anch’esse.
Donne da bere amare, per coglierne l’essenza.
C’è tutto un gran casino di tazze e di stoviglie
bagordi della sera da cancellare, e seme
piantato in ventre dopo goduto. È l’acqua asciutta
della periferia senza mare
l’acqua inquieta
nelle radici della magnolia. Quella pura
dentro le rose incinte, o nei giovani addormiti.
Col loro respirare maleducato e fondo.
È l’acqua dei sentieri che dentro me dilava
fino alla meta dove l’amore non è scienza
né raziocinio, calcolo, fine.
Ma alchimia
disperazione d’esserti accanto quando manchi
e pare mi si svuoti anche il cielo, e tutto me.

Massimo Botturi

Published in: on novembre 27, 2015 at 07:19  Comments (4)  

Stammi ovunque

Sento il languore delle dita
aprire un varco tra le carni.
Trastullare la ragione.
Ispessire il godimento.

Dove termina l’impeto del mare
se la bocca trema ingoiandone l’odore
tra le gocce e il vigore che mi conduce
e riduce al tocco perverso delle tue mani?

Non è più tempo di tracciare il viso
se sei oltre le maschere che indosso.
Dammi aria per respirare e poi
stammi ovunque.
Spargi il tuo nome
tra i graffi al sale del mio fiato.

Lady Rose

Published in: on novembre 27, 2015 at 07:14  Comments (6)  

Seduta

Seduta, sulla solita
sedia, tu guardi
ciò che vive
incosciente ormai
del tempo presente
vivi chiusa in un tuo
mondo e il mondo
ti vive attorno
Così sembra…Ma tu
davvero tu cosa
senti, cosa vivi?

azzurrabianca

Published in: on novembre 27, 2015 at 07:00  Comments (5)  

L’attesa di un soffio

S’appena appena fossi meno triste,

scorgerei le stelle più lontane,

le stesse che guardavo da bambino

per credere nel bel dell’universo.

 

Silenzio d’altro tono adesso regna.

S’annida tra le pieghe d’ali vecchie,

le snerva fino quasi a frantumarle

per evitar che il volo io riprenda.

 

Basterebbe la brezza d’altri tempi

ma non l’avverto sulla pelle dura.

Le guance offerte ad aria meno sporca,

aspetterò un soffio che mi scuota.

 

Aurelio Zucchi

Published in: on novembre 27, 2015 at 06:51  Comments (2)