Spirali

Spirali

Ecco la copertina della nuova silloge poetica della nostra Maristella Angeli, fresca di stampa per i tipi della Editrice Antipodes! Chiunque desideri assicurarsi in anteprima il volume può trovarlo a questo indirizzo, dove potrete leggere le prime 12 pagine! Questa è la presentazione in sintesi di Sandro Orlandi: “Poesie lunari quindi, ma anche poesie esistenziali, oniriche, intime e profondamente coinvolgenti. Davvero una raccolta particolare e originale. Davvero una silloge magica, che lascia un segno indelebile in chi la legge.”  Nel fare i complimenti all’autrice le auguriamo il successo editoriale che sicuramente merita, e restiamo in attesa di altre e sempre più gradite sorprese.

Spirali – di Maristella Angeli

Casa editrice: Antipodes

Collana – Poesia

Isbn 978-88-96926-93-2

copertina: di Maristella Angeli

pagg. 116

Euro 8,00

Published in: on marzo 1, 2016 at 20:08  Comments (10)  

Difficile è credere

Difficile è credere
che sia un dono la vita,
quando si trascina una
stanca esistenza e il vivere
d’ora in ora ci tortura;
ma anche nei tuoi occhi
vedo
brume di dolore.
Hanno già flagellato il tuo
giovane cuore? E rispose per te

il mare e un ombra lieve
di cormorano. Tacevi
e sogguardavi mesta
l’orizzonte estremo.
 .
EUGENIO MONTALE
Published in: on marzo 1, 2016 at 07:37  Comments (2)  

Esclusione

Al popolo siriano

 

Sono esclusa alla tavola

della gioiosa fratellanza

vago su rotaie fredde di fame e dolore

in cerca di una casa

in cerca d’umana accoglienza

se va bene una porta si apre

due mani si sbracciano per un

pasto caldo e decente

una bocca impara a sorridere

se non ho stelle propizie

scompaio nel buio della notte

di me resterà poco nella memoria della gente

due occhi senza luce

un cuore che non saprà l’amore

una creatura senza vita e speranza

che peserà sulla coscienza di tutti

come croce ripetuta

sulla via-vergogna di Damasco.

 

Roberta Bagnoli

Published in: on marzo 1, 2016 at 07:26  Comments (6)  

Da Lui mi aspetto quiete

Nell’era del tutto ha un prezzo,

vorremmo barattar con Gesù Cristo

le scialbe prove delle nostre vite

con uno dei Suoi miracoli perfetti.

Ma non chiediamo pani e pesci,

la Croce é ormai monotona leggenda,

non più icona di quell’eterna Fede

che ora é incolta, maltrattata, offesa.

 

Chiediamo invece nuovi luccichii,

fulgidi denti in un corpo perfetto  

a far strada al manichino genuflesso

capace solo di mettersi in mostra.

Rumori a coprire silenzi,

a rischio è il blu del mare mio,

la fronte delle idee vibrante al sole

e d’animo le incalcolabili bellezze.

 

Da Lui mi aspetto quiete,

un punto e a capo promettente,

un altro segno d’indiscusso amore

che scuota l’aria, me, le genti.

Quale perdono é da vagheggiare?

Mentre insicuro tento di parlarGli,

mentre vacillo anch’io coi tanti,

da Lui mi aspetto quiete e… prego.

 

Aurelio Zucchi

Published in: on marzo 1, 2016 at 07:25  Comments (1)  

Zirudella della mia strada

ZIRUDÈLA DLA MÎ STRÈ

Zirudèla par la pès
fén a ché al canån an tès!
Nå ai mûrt pr un pzôl ed tèra
sé al furmänt al såul int l’èra,
nå ai mûr dla divisiån
sé ai galétt col furmintån.

Zirudèla däl poesî
ch’i én vént ân che mé a mand vî
ai amîg ch’i fan cucâgna
o ai gréll lóng la cavdâgna,
avsén al véggn cârghi d û
drî ai canp zâl ed mirasû.

Zirudèla par Beatrîz
ch’la métt Dante in zicatrîz,
par l’Argî, Laura e Franzäsca,
par zî Gióllia e la tudàssca
ch’la tén drî al bîsti ed cà
pò l’aiûta… anc al papà!

Zirudèla al Zirudlèr
ch’an fà èter che strulghèr
par cantèr in gîr pr al månd
e an sà pió s l é quèdr o tånd,
o se al bûs dl ozòno é vaira
ch’al madûra zvålla e paira.

Zirudèla d na falésstra
ch’våula svélta dala fnèstra
dal magnàn che só in culéina
schèlda al fèr int la fuséina
pr intarzèr na nôva frè
da inpiantèr là zå in zitè.

Zirudèla di zicléssta
qui ch’i còrrn in strè e in péssta
e pò in cròss i fan di sèlt
pr i sptadûr ch’i én såura i spèlt:
a vrév èser só con låur
ed cal månd vaddr al culåur.

Zirudèla dla mî strè
péina ed bûsi e disastrè
tótt i péssten la sô pèl
srév al chès d mandèrla al sbdèl:
nå! i la cûren, grèv cum l’é,
cån pumèta… incatramè!

Zirudèla dla zinzèla
ch’l é un turmänt, una dardèla,
se a la ciâp cån la palatta
zért a in fâg una pulpatta:
schèvtla vî ch’a vói finîr
ch’a sån strâc sänza respîr!

Zirudèla al Asesåur
ch’l é dî Borghi, e al s fà l unåur
tótt quant i ân ed méttr in péssta
sta batâglia ch’l é una fèsta:
a vrév cgnósser Sô surèla…
Toc e dai la zirudèla!

§

Zirudella per la pace
fino a quando il cannone non tace!
No ai morti per un pezzetto di terra
sì al frumento al sole nell’aia,
no ai muri della divisione
sì ai chicchi di mais scoppiati in padella.

Zirudella delle poesie
che da vent’anni mando via
agli amici che fanno cuccagna
o ai grilli lungo la capezzagna,
vicino alle vigne cariche d’uva
fianco ai campi gialli di girasoli.

Zirudella per Beatrice
che mette Dante in cicatrice,
per Argia, Laura e Francesca,
per zia Giulia e la tedesca
che bada alle bestie di casa
poi aiuta… anche il papà!

Zirudella al Zirudellaro
che non fa altro che scervellarsi
per cantare in giro per il mondo
e non sa più se è quadro o tondo,
o se il buco dell’ozono è vero
che matura cipolla e pera.

Zirudella d’una scintilla
che vola svelta dalla finestra
del fabbro che su in collina
scalda il ferro nella fucina
per intrecciare una nuova inferriata
da impiantare laggiù in città.

Zirudella dei ciclisti
quelli che corrono in strada e in pista
e poi in cross fanno dei salti
per gli spettatori che sono sugli spalti:
vorrei esser su con loro
di quel mondo vedere il colore.

Zirudella della mia strada
piena di buche e disastrata
tutti pestano la sua pelle
sarebbe bene mandarla all’ospedale:
no! la curano, grave com’è,
con pomata… incatramata!

Zirudella della zanzara
ch’è un tormento, una chiacchierona,
se la prendo con la paletta
certo ne faccio una polpetta:
scavatela via che voglio finire
che mi manca pure il respiro!

Zirudella all’Assessore
che è dei Borghi, e ci fa l’onore
tutti gli anni di mettere in pista
questa battaglia che è una festa:
vorrei conoscer Sua sorella…
Toc e dai la Zirudella!

Sandro Sermenghi

Published in: on marzo 1, 2016 at 06:53  Comments (1)  

Amore e Psiche

Cullò Amore tra le sue braccia l’ingenua Psiche, timorosa del funesto avvenire annunciato da crudele vaticinio, novella Persefone dal dio rapita, dio capace di tenerezza ma ad Ade non inferiore per passione e vigore.

Scompiglio egli accese nell’anima della giovane e nella sua carne virginale, rendendola consapevole della sensuale natura e la straripante bellezza ricevute in dono.

Ciò che era stato causa di disgrazia si sarebbe ben presto tramutato in felicità e il timore disperso per lasciar posto a ben altri propositi.

Tempesta scatenò nel suo cuore l’amorosa presenza dello sposo e smarrita si sentì la fanciulla, perduta in una realtà che neppure in sogno aveva mai osato immaginare, o meglio, di cui neppure immaginava l’esistenza.

Che di desiderio ardesse è cosa certa, giacché ormai il re dei venti imperversava nel suo maestoso incedere, sollevando i deserti e scompigliando le vesti, mutando la conformazione di un mondo piatto, costituito sino a quel momento d’arida terra di secolare immobilità e ora destinato a diventar tempesta di sabbia che acceca e spezza le ossa, sino alla dispersione della coscienza che nell’aere si libra raggiungendo l’apice, frantumandosi in lacrime di stelle.

Scatenò Amore i sensi della giovane coprendola di ardite carezze, volte a vincerne la naturale pudicizia; umidi baci depose in ogni dove affinché come fiore rugiadoso divenisse, pronta a schiudersi al suo virile assalto e a farsi cogliere.

Incontenibile era già la brama di possesso poiché in quella prima notte soltanto in lui vibrava la consapevolezza della scelta e la capacità che dall’esperienza deriva; per Psiche tutto era inaspettato, salvo la speranza di una vita splendida dopo tanta sventura.

Alla paura dell’ignoto si sostituì l’abbandono: quell’essere sconosciuto possedeva braccia forti, mani gentili e bocca di miele che seducevano le sue membra, sgominavano la ritrosia, piegavano la volontà, obnubilavano la percezione del sé, la lasciavano in balia di sconosciute sensazioni e docile al potere smisurato che da esse provenivano.

L’insonnia divenne signora delle successive notti, agitate dagli amplessi e dall’incontrollabile febbre che travolge gli amanti novelli e li costringe più e più volte a rifugiarsi l’uno nell’altra, mai paghi di quell’oscuro piacere che nasce dalla pazzia causata dalla presenza dell’adorata immagine.

Incendio senza confini circondò la bella e la rese fulgida all’aspetto, di molto più abbagliante della corazza di Atena, ancorché nessuna armatura ella indossasse e di tutto fosse spoglia per offrirsi intera allo sguardo innamorato dello sposo.

A Aurora ella avea sino ad allora rubato il roseo delle gote: adesso soltanto il colore purpureo del sangue che pianse la ferita di Chirone avrebbe potuto gareggiare con quello che le si dipingeva in volto nell’estasi suprema.

Lussuria la prese, destinata ad accrescersi a dismisura, mutandola in sposa sapiente e vogliosa e, simile a specchio, la sua lascivia riverberò su quella di lui, moltiplicandola ancora e ancora.

Così accade quando la passione brucia l’anima, scatenando vampate che si innalzano a dismisura, credute inestinguibili perché da sé stesse alimentate.

Così accade quando la concupiscenza offusca il senno, ponendo come fine unico e ultimo il godimento carnale e la mente ottenebrata più non conosce razionalità, sconfitta dagli eccessi della bramosia.

Curiosità fu nefasta e per un poco l’offesa cruda adombrò Amore, ma nulla può separare chi è mosso da sentimento sincero e ben presto, nuovamente insieme, i due sposi tornarono a gustare il dolce frutto della felicità condivisa, quello che solo dall’esser vicini trae e offre nutrimento.

Foglia d’autunno

Published in: on marzo 1, 2016 at 06:51  Lascia un commento