L’estate calda di Raffaele

E’ davvero un’estate trionfale per il nostro amico poeta ed artista Raffaele Saba: lo scorso 24 giugno la sua poesia “Estate al Borgo antico”,  che abbiamo avuto l’onore di pubblicare sul Cantiere il 28/3/17, ha ricevuto una menzione speciale al IV Concorso di Poesia “Compiuta Donzella” svoltosi a Piano di Sorrento (NA). E’ invece recentissimo il prestigioso riconoscimento che Raffaele ha ricevuto da parte dell’Ateneo Internazionale degli Empedoclei di Scienze Lettere ed Arti con sede in Agrigento, che gli ha conferito il titolo di “Accademico d’onore nella Classe delle Arti”. A questo punto è ufficiale: il Cantiere ha accolto tra le sue file un artista di grandissimo valore che merita il plauso di tutti ed il nostro augurio di ottenere sempre maggiori affermazioni in campo artistico e letterario!

Il Cantiere

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Published in: on luglio 12, 2017 at 11:42  Comments (17)  

Alle fonti del Clitunno

Ancor dal monte, che di foschi ondeggia
frassini al vento mormoranti e lunge
per l’aure odora fresco di silvestri
salvie e di timi,
scendon nel vespero umido, o Clitumno,
a te le greggi: a te l’umbro fanciullo
la riluttante pecora ne l’onda
immerge, mentre
vèr’ lui dal seno de la madre adusta,
che scalza siede al casolare e canta,
una poppante volgesi e dal viso
tondo sorride:
pensoso il padre, di caprine pelli
l’anche ravvolto come i fauni antichi,
regge il dipinto plaustro e la forza
de’ bei giovenchi,
de’ bei giovenchi dal quadrato petto,
erti su ‘l capo le lunate corna,
dolci ne gli occhi, nivei, che il mite
Virgilio amava.
Oscure intanto fumano le nubi
su l’Apennino: grande, austera, verde
da le montagne digradanti in cerchio
l’Umbria guarda.
Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte
nume Clitumno! Sento in cuor l’antica
patria e aleggiarmi su l’accesa fronte
gl’itali iddii.
Chi l’ombre indusse del piangente salcio
su’ rivi sacri ? ti rapisca il vento
de l’Apennino, o molle pianta, amore
d’umili tempi!
Qui pugni a’ verni e arcane istorie frema
co ‘l palpitante maggio ilice nera,
a cui d’allegra giovinezza il tronco
l’edera veste:
qui folti a torno l’emergente nume
stieno, giganti vigili, i cipressi;
e tu fra l’ombre, tu fatali canta
carmi, o Clitumno.
0 testimone di tre imperi, dinne
come il grave umbro ne’ duelli atroce
cesse a l’astato velite e la forte
Etruria crebbe:
di’ come sovra le congiunte ville
dal superato Cimino a gran passi
calò Gradivo poi, piantando i segni
fieri di Roma.
Ma tu placavi, indigete comune
italo nume, i vincitori a i vinti,
e, quando tonò il punico furore
dal Trasimeno,
per gli antri tuoi salì grido, e la torta
lo ripercosse buccina da i monti:
— O tu che pasci i buoi presso Mevania
caliginosa,
e tu che i proni colli ari a la sponda
del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti
sovra Spoleto verdi o ne la marzia
Todi fai nozze,
lascia il bue grasso tra le canne, lascia
il torel fulvo a mezzo solco, lascia
ne l’inclinata quercia il cuneo, lascia
la sposa a l’ara;
e corri, corri, corri! con la scure
corri e co’ dardi, con la clava e l’asta!
corri! minaccia gl’itali penati
Annibal diro. —
Deh come rise d’alma luce il sole
per questa chiostra di bei monti, quando
urlanti vide e ruinanti in fuga
l’alta Spoleto
i Mauri immani e i numídi cavalli
con mischia oscena, e, sovra loro, nembi
di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti
de la vittoria!
Tutto ora tace. Nel sereno gorgo
la tenue miro saliente vena:
trema, e d’un lieve pullular lo specchio
segna de l’acque.
Ride sepolta a l’imo una foresta
breve, e rameggia immobile: il diaspro
par che si mischi in flessuosi amori
con l’ametista.
E di zaffiro i fior paiono, ed hanno
de l’adamante rigido i riflessi,
e splendon freddi e chiamano a i silenzi
del verde fondo.
A piè de i monti e de le querce a l’ombra
co’ fiumi, o Italia, è de’ tuoi carmi il fonte.
Visser le ninfe, vissero: e un divino
talamo è questo.
Emergean lunghe ne’ fluenti veli
naiadi azzurre, e per la cheta sera
chiamavan alto le sorelle brune
da le montagne,
e danze sotto l’imminente luna
guidavan, liete ricantando in coro
di Giano eterno e quanto amor lo vinse
di Camesena.
Egli dal cielo, autoctona virago
ella: fu letto l’Apennin fumante:
velaro i nembi il grande amplesso, e nacque
l’itala gente.
Tutto ora tace, o vedovo Clitumno,
tutto: de’ vaghi tuoi delúbri un solo
t’avanza, e dentro pretestato nume
tu non vi siedi.
Non più perfusi del tuo fiume sacro
menano i tori, vittime orgogliose,
trofei romani a i templi aviti: Roma
più non trionfa.
Più non trionfa, poi che un galileo
di rosse chiome il Campidoglio ascese,
gittolle in braccio una sua croce, e disse
— Portala, e servi. —
Fuggir le ninfe a piangere ne’ fiumi
occulte e dentro i cortici materni,
od ululando dileguaron come
nuvole a i monti,
quando una strana compagnia, tra i bianchi
templi spogliati e i colonnati infranti,
procedé lenta, in neri sacchi avvolta,
litaniando,
e sovra i campi del lavoro umano
sonanti e i clivi memori d’impero
fece deserto, et il deserto disse
regno di Dio.
Strappar le turbe a i santi aratri, a i vecchi
padri aspettanti, a le fiorenti mogli;
ovunque il divo sol benedicea,
maledicenti.
Maledicenti a l’opre de la vita
e de l’amore, ei deliraro atroci
congiugnimenti di dolor con Dio
su rupi e in grotte;
discesero ebri di dissolvimento
a le cittadi, e in ridde paurose
al crocefisso supplicarono, empi,
d’essere abietti.
Salve, o serena de l’Ilisso in riva,
o intera e dritta a i lidi almi del Tebro
anima umana! i foschi dí passaro,
risorgi e regna.
E tu, pia madre di giovenchi invitti
a franger glebe e rintegrar maggesi
e d’annitrenti in guerra aspri polledri
Italia madre,
madre di biade e viti e leggi eterne
ed inclite arti a raddolcir la vita,
salve! a te i canti de l’antica lode
io rinnovello.
Plaudono i monti al carme e i boschi e l’acque
de l’Umbria verde: in faccia a noi fumando
ed anelando nuove industrie in corsa
fischia il vapore.

GIOSUE’ CARDUCCI

Published in: on luglio 12, 2017 at 07:47  Comments (4)  

La notte

La notte ha il flusso

placido e cheto

delle onde che sbattono

sulla riva del mare.

E’ impossibile sottrarsi

a braccia trasparenti

che incantano e avvolgono

l’essere nell’estasi

del dolce grembo.

Polpastrelli magici

sfiorano le corde dell’anima

come un violino pizzicato

da mani eteree d’abile musicista.

Mi lascio trasportare

dall’armonia del vento.

S’imprime sulle labbra

e sale fino al cielo

andamento di lento,

sensuale movimento

che rimane sospeso

nel tempo…infinito.

 

Roberta Bagnoli

Published in: on luglio 12, 2017 at 07:23  Comments (18)  

L’attesa

All’improvviso

sai …

un tuffo al cuore

e non sei più

la stessa.

Ti fai

Luna crescente

luce

che inonda

sogni

nel mutar

delle stagioni.

Poi …

groviglio

di doglie

e un vagito di Poesia.

.

Graziella Cappelli

Published in: on luglio 12, 2017 at 07:21  Comments (8)  

Chi cerca trova: ma trova, chi cerca?

Me la cerco e non trovo
ma poi se me la trovo
ancor la vo’ cercare!
Gli è certo una trovata
cercarla e non trovarla
guardarla e non vederla
ma poi che me la cerco
insisto a ricercarla
non so se là di dentro
o un pocolin di fora
od anche forse al centro!
Poi me la cerco ancora
e immagino che quando
infin l’avrò trovata
essendo tanto il tempo
passato o nel futuro
che me la vo cercando
starò di già scordando
di averla assai cercata!
E freni ognor mancando
al vecchio uman desìo
io me la andrò cercando
di certo ancora quando
io non sarò più il mio!
Allor che vo cercando
fra lo crudel squittio
se me la sto trovando?

Sandro Sermenghi

Published in: on luglio 12, 2017 at 07:09  Comments (2)