Gran Canaria 2010

A Maspalomas vivo sulle tue orme circolari

sostano i viali all’ultimo sole, fiori d’ibisco

ai rami, statiche colombe.

Giallognole bouganville cornici di petali bianchi

Assaporano frutti favolosi e pistilli al miele

come semi si rizzano tra il composto

ah! quante scie lucenti dentro il fogliame!

 

Al di là del chiarore, siepi

scorci di casette mi vengono incontro

nella notte le lune s’aprono sulle dune argentate

con il mare di sabbia che scivola nel sale.

 

Albeggia la rugiada, veste le corolle di mille aloe fiorite

in orchidee accese si trasformano divertite

saettano tra le mie dita al colore pastello.

 

Brillano come un vero gioiello

scialli sulle spalle delle foglie

nel rosa abbagliante, mucchietti di colori

rinverdiscono il terriccio

rischiarando il buio con i flash!

 

Dalle colline vulcaniche scendono scale,

fantasie piastrellate ingoiano la zona del faro dove

la murena è un drago leggendario

o Gran Canaria

tu mi getti in capo cascate arancioni

Mi colpisci con la loro delizia!

 

Al porto di Mogan collezioni allegre

fra terrazzate chiare

tengo spighe con mani in ombra

sui panorami mozzafiato

ahi… le Are colorate stanno ancora in gabbia!

Mentre alberi strani mi aprono le mani

salgo gradini spinosi, per riposarmi sui tuoi palmeti esplosi

tra piccoli canyon, medito, ma come appoggiarsi ai cactus?

Quello gigantesco mi ha forata!

 

Gran Canaria, ti lascio l’addio fra i fiori

che ardono come candelabri, dove vola basso un cigno nero

 vola, sui riccioli rossi della Grevillea…

 

Aurelia Tieghi

Published in: on ottobre 16, 2017 at 07:19  Comments (4)  

L’imperfetto

Una linea si spezza
un vuoto si fa voragine
un monte insormontabile
un labirinto senza uscita
un tunnel senza luce
un brutto che piace
un urlo che canta
una voce spezzata
dall’ emozione…
La commozione
per contentezza
un addio non detto
un bacio non dato
per andare di fretta
una colpa non commessa
non colmare una promessa
l’armonia interrotta
per essere imperfetta…

Antonietta Ursitti

Published in: on ottobre 16, 2017 at 07:05  Comments (4)  

Gimnopedia

I – SANTORINO

Piega, se puoi, sul mare scuro dimenticando
la musica d’un flauto sopra quei piedi nudi
che calcarono il tuo sonno in quell’altra vita ora sommersa.

Scrivi, se puoi, sull’ultimo tuo ciottolo
il giorno il nome il luogo
gettalo a mare perché vada a picco.

Ci siamo ritrovati nudi sopra la pomice
rimirando le isole affioranti
rimirando le rosse isole andare a fondo
nel loro sonno, nel nostro.
Ci siamo ritrovati qua
nudi, con la bilancia
che traboccava verso l’ingiustizia.

Tallone di potenza volontà senz’ombra calcolato amore
piani che si maturano al sole meridiano
rotta del fato al battito della giovine mano
sull’omero:
qui nel luogo smembrato che non regge
nel luogo che fu nostro
colano a picco – ruggine e cenere – le isole.

Are crollate
e gli amici scordati
foglie di palma nel fango.

Lascia, se puoi, viaggiare le tue mani
sul margine del tempo con la nave
che toccò l’orizzonte.
Quando il dado ha battuto sul marmo
e la lancia ha battuto la corazza
e l’occhio ha conosciuto il forestiero
e seccato è l’amore
in anime bucate,
quando ti guardi attorno e tutt’in giro
trovi piedi falciati
in giro mani morte
occhi ciechi di buio,
quando non hai più scelta
di quella morte che volevi tua,
udendo un grido
e sia grido di lupo,
il tuo diritto,
lascia, se puoi, viaggiare le tue mani
staccati via dal tempo infido e cola
a picco:
chi solleva i macigni cola a picco.

II – MICENE

Dammi le mani, dammi le tue mani, le mani.

Ho visto nella notte
il vertice aguzzo del monte,
la piana inondata laggiù dalla luce
d’una luna segreta,
girando il capo ho visto
l’acervo dei macigni neri
e la mia vita tesa come corda,
inizio e fine
l’attimo supremo;
le mie mani.

Chi solleva i macigni cola a picco:
questi macigni alzai fin che potei
questi macigni amai fin che potei,
questi macigni, il mio fato.
Piagato dal mio suolo
e seviziato dalla mia camicia,
e condannato dalle mie divinità,
questi macigni.

So che non sanno; eppure io che percorsi
tante volte la via
dall’omicida al morto
e dal morto alla pena
e dalla pena ad un altro omicidio,
palpeggiando
la porpora inesausta
in quella sera del ritorno
– le Erinni cominciarono a fischiare
nell’erba rada –
ho visto serpi e vipere incrociate
in un viluppo sulla mala stirpe,
il nostro fato.

Voci su dal macigno, su dal sonno,
più fonde qua dove il mondo s’abbruna,
memoria di travagli radicata nel ritmo
che percosse la terra con piedi
dimenticati.
Inabissati corpi, alle radici
d’un altro tempo, nudi. Occhi sbarrati,
sbarrati sopra un segno
che per quanto tu voglia non discerni:
l’anima
che combatte per farsi anima tua.

Neppure il silenzio è più tuo
qui dov’è fermo il giro delle mole.

GIORGOS SEFERIS

Published in: on ottobre 16, 2017 at 06:59  Comments (1)  

Inganno emotivo

Canuta la luna s’aggruma

sul mio rinsecchito cortile

e lenta si posa la bruma          

sull’orme d’un passo senile.    

 

Fra l’ombre di pallidi steli

rinascono dolci ricordi,

attendo che il tempo si sveli

e con il presente s’accordi.

 

Sorride mia nonna felice

fra piccoli visi devoti,

di strade di vita lei autrice,

lei chioccia fra tanti nipoti.

 

Quell’orme m’invita a seguire

mi chiama mi porge una mano,

è forte il desio d’obbedire

ma troppo quel tempo è lontano.

 

Poi sopra l’incolto cortile

la luna nel cielo ora sfuma

svanisce quel volto gentile

rimane soltanto la bruma.

 

Alberto Baroni

Published in: on ottobre 16, 2017 at 06:53  Comments (15)