Paura di amare

La via dell’amore

germoglia

dai bassifondi della paura.

Risale

i vicoli del dolore

gira

rotonde d’incertezze

e s’inoltra

nei paesaggi lunari

del sogno.

 

Graziella Cappelli

Published in: on dicembre 31, 2017 at 07:37  Comments (9)  

Lasciatemi in un angolo

Lasciatemi in un angolo
Silenzioso e solitario
A riposare, riflettere,
Ricordare e a piangere
Se mi va,
Finalmente libera e
Senza pudore.
Lasciatemi stare per un po’,
Perché son proprio stanca
All’improvviso
Di tutta questa fatica inutile,
Di questa rincorsa
Forsennata al niente,
Di questo sentirmi aliena
Sul mio pianeta,
Straniera nella
Mia terra e delusa.
Lasciatemi perché
Sono ferita e devo curarmi
Il corpo e il cuore.
E se mi avvicinate
Sappiate tutto ciò,
Leggete bene
Il mio sorriso
Scorgendo quella
Ruga minuscola
E un po’ triste a lato
Della mia bocca.

Piera Grosso

Published in: on dicembre 31, 2017 at 07:31  Comments (6)  

Vuoto il nido

Vuoto qui il nido delle rondine amiche
volate con forzati voli per lontani lidi
e qui in attesa di uno sperato lor ritorno,
pur vuoto il nido oggi dei pensieri miei
cattivi che volati da me lontan lontani
che da lì si spera senza possibile ritorno

Giuseppe Gianpaolo Casarini

Published in: on dicembre 31, 2017 at 07:06  Comments (6)  

L’urtima stella

Appena se ne va l’urtima stella
e diventa più pallida la luna
c’è un Merlo che me becca una per una
tutte le rose de la finestrella:
s’agguatta fra li rami de la pianta,
sgrulla la guazza, s’arinfresca e canta.

L’antra matina scesi giù dar letto
co’ l’idea de vedello da vicino,
e er Merlo furbo che capì el latino
spalancò l’ale e se n’annò sur tetto.
– Scemo! – je dissi – Nun t’acchiappo mica…-
E je buttai du’ pezzi de mollica.

– Nun è – rispose er Merlo – che nun ciabbia
fiducia in te, ché invece me ne fido:
lo so che nu m’infili in uno spido,
lo so che nun me chiudi in una gabbia:
ma sei poeta, e la paura mia
è che me schiaffi in una poesia.

È un pezzo che ce scocci co’ li trilli!
Per te, l’ucelli, fanno solo questo:
chiucchiù, ciccì, pipì… Te pare onesto
de facce fa la parte d’imbecilli
senza capì nemmanco una parola
de quello che ce sorte da la gola?

Nove vorte su dieci er cinguettio
che te consola e t’arillegra er core
nun è pe’ gnente er canto de l’amore
o l’inno ar sole, o la preghiera a Dio:
ma solamente la soddisfazzione
d’avè fatto una bona diggestione.

TRILUSSA

Published in: on dicembre 31, 2017 at 06:55  Comments (4)  

Balconata

un panorama

sul giardino

il glicine appeso

è sospeso in virtù

d’erbe aromatiche

Salvia a mezz’ombra

rosmarino accecato dal sole

mi sporgo ad ascoltare

la canzone del vento

sui gerani che s’allungano

in corsa purpurea

Il balcone predispone

a tralci d’estate…

e pure tu gelsomino

che da tempo fai capolino

in balaustra

tra i pilastrini

attendi ansioso

la vita in gestazione

nel ricordo

della stagione profumata

quella stagione terrazzata

dal tuo biancore…

 

Aurelia Tieghi

Published in: on dicembre 30, 2017 at 07:12  Comments (6)  

Vestita sei monastica e bella

La compostezza virile che hai seduta
mi porta a immaginarti priva d’ogni barriera
latrato sulla falsa morale, o pregiudizio.
Coperta fino ai piedi sei erotica, importante
la deliziosa attesa che attiene ad ogni uomo
sotto il balcone sfitto della sua innamorata.
Vestita sei monastica e bella
sei un ulivo, un grimaldello verso il mediocre
un’orazione, nel Tibet millenario e segreto.
Sotto hai cedri, e sesso che ti odora di salvia ed oleandro;
nell’aria sembri il falco che oscura il sole freddo
nel letto una falena ostinata, un ché di estivo
un nudo matriarcale, incontaminato, grande.
La percezione pura che entrarti dentro è vita.

Massimo Botturi

Published in: on dicembre 30, 2017 at 06:56  Comments (3)  

Ogni stella…un momento d’amore

Le stelle…!
Tante…e tante…!
Quanti gli attimi d’amore
dal primo ignoto, fantasioso affacciarsi
alla meraviglia del meraviglioso esserci
che da qui passa
e che ad accendersi va, puntino
tremolante, nella spaziosa, sognante notte eterna.

Ci sono, e ci saranno,
nel mai finito accendersi,
tutte le mie, un giorno,
e doppie saranno: la tua e la mia
sempre insieme accese
che un cielo sol non basterà a tenere.

Pur se neanche tutte insieme
mai faranno quella luce
che il sol da solo dà,
pe’ accendere ogni vita
che ogn’altra luce accende,
lui padre, e madre,
d’un mondo, che…non ci sarebbe…
se non di ghiacciato, eterno buio di cristallo.

Qual immenso bene, invece!…
– Guarda! – che ogni attimo d’amore ha acceso
nei mai sazi spazi,
per le lattee, luccicanti, ispirate galassie!…
Come lucciole per sempre incastonate!
Dovrebbero rendercene, un po’…
Chè va a iniziarne, qui, scarseggio pernicioso…
Finché, almeno, possano esser ricopiate,
ricostituite…
e ancor lassù inviate, a dar vividi segni
che amore – qui non è finito, e non andrà a finire.

Armando Bettozzi

Published in: on dicembre 30, 2017 at 06:52  Comments (1)  

Poi

AFTERWARDS

When the Present has latched its postern behind my tremulous stay,
And the May month flaps its glad green leaves
like wings,
Delicate-filmed as new-spun silk, will the
neighbours say,
“He was a man who used to notice such things”?

If it be in the dusk when, like an eyelid’s
soundless blink,
The dewfall-hawk comes crossing the shades
to alight
Upon the wind-warped upland thorn, a gazer
may think,
“To him this must have been a familiar sight.”

If I pass during some nocturnal blackness, mothy and warm,
When the hedgehog travels furtively over the lawn,
One may say, “He strove that such innocent creatures should come to no harm,
But he could do little for them; and now he is gone.”

If, when hearing that I have been stilled at last, they stand at the door,
Watching the full-starred heavens that
winter sees,
Will this thought rise on those who will meet my face no more,
“He was one who had an eye for such mysteries”?

And will any say when my bell of quittance is heard in the gloom,
And a crossing breeze cuts a pause in its outrollings,
Till they rise again, as they were a new
bell’s boom,
“He hears it not now, but used to notice
such things”?

§

Quando l’oggi avrà chiuso il suo cancello dietro il mio trepido soggiorno,
il mese di maggio agiterà come ali le sue liete foglie verdi,
Coperte di lieve pelurie come seta appena filata, diranno i vicini:
« Era un uomo che sapeva notare queste cose » ?

Se sarà al tramonto, quando, come il battito silenzioso d’una palpebra,
Il falco della rugiada viene a posarsi attraverso le ombre
Sul pruno dell’altura distorto dal vento, un passante potrà forse pensare:
« Questa scena dev’essergli stata familiare ».
Se passerò nella tenebra notturna, piena di falene e calda,
Quando il porcospino corre furtivo sul prato,
Qualcuno forse dirà: « Fece quanto era in lui perché queste creature innocenti scampassero a ogni male,
« Ma non potè far molto, e ora non c’è più ».

Se, quando udranno che sono placato, alla fine, sosteranno davanti la porta,
Fissando il cielo invernale gremito di stelle,
Sorgerà questo pensiero in coloro che non incontreranno il mio viso mai più
« Era uno che aveva un occhio per questi misteri » ?

E dirà nessuno, quando la campana del mio trapasso sarà udita nella tenebra,
E una brezza interposta segnerà una pausa nel suo rombo,
Fincbé emergerà di nuovo, quasi fosse la voce d’un’altra campana
« Ora egli non ode, ma soleva notare queste cose » ?

THOMAS HARDY

Published in: on dicembre 30, 2017 at 06:50  Comments (1)  

Quel che siamo oggi

Non siamo più quelle

o quel che eravamo.

Le nostre cellule

in sette anni si disgregano

e nuove si rifanno.

E ciò che fummo

s’è disperso nella nebbia

del passato, andato in fumo.

Sepolto dagli anni,

che con noi sono cresciuti.

Così la nostra mente

non è più uguale a quella

del tempo che fu,

in quel tempo che tu

ed io, eravamo inesperte.

La traccia sporca

S’è trasformata

In una scia di luce.

Se prima affogavamo

nelle tenebre dell’incoscienza

o nella fuggevole gioventù

ora, credici, di quell’ombra

niente è rimasto più.

E quel che pensi sia

una triste traccia nera,

non è che una passeggera scia.

Come le macchie d’olio nere

scaricate dalle petroliere

sulla superficie dell’oceano

di tanto in tanto emergono.

Ma poi si disperdono.

Così le insicurezze, e i piccoli

o grandi errori di gioventù.

è ora di cacciarli giù.

Chi sei tu ora?

Chi siamo noi, se non

quelle giovani ragazze

un poco o molto pazze

così poco esperte

di questa nostra vita.

Ora siamo consapevoli,

che i passi fatti nel cammino

hanno preso la giusta strada.

Nulla da rimpiangere,

nessun rimorso, e bada

Che è l’oggi la vita vera

Costruita mattone su mattone

Da scelte errate, e da quelle buone.

Guarda al risultato…è ciò che conta.

Se qualcosa non è stata compiuta

È perché così doveva andare

Ma non per questo ci dobbiamo fermare

o starci su a rimuginare.

Rimpiangere quel che non si è raggiunto

Non ha senso alcuno. Se davvero

ci avessimo con tanta grinta provato,

se solo lo avessimo voluto

con ferrea volontà, l’avremmo avuto.

O forse altri ce l’hanno impedito.

Destino è che siamo quel che siamo.

E quell’ombra di cui parli, cacciala via.

Non serve, è deleteria.

Il passato l’hai lasciato alle spalle,

il futuro non lo conosci, è il presente che vale.

E gli operai che finalmente

hanno finito i loro lavori,

e i biscotti al cioccolato, consolatori.

Ed io che sono qui, lontana fisicamente,

ma vicinissima a te e sai che vorrei abbracciarti

e con te parlare su tanti argomenti.

Di questo tuo descrivere con arte

con dovizia di particolari le tue giornate,

soprattutto quella di ieri.

Ti ho letto volentieri,

e avrei voluto che tutto questo

avessi potuto raccontarmelo di persona,

sedute davanti ad una tazza di tè

(pardon, di cioccolata con la panna)

sgranocchiando un paio di biscotti.

Ha un potere forte, il cioccolato,

aumenta la serotonina, tonifica

e come il suo nome, serafica! 

Per il cammino fatto lungo la vita

di questo dobbiamo solo dire grazie

Come cantò Violeta Parra,

“gracias a la vida”

Grazie alla vita, che, malgrado tutto

È sempre meravigliosa.

L’esperienza è un raro privilegio

E se pur fosse stata negativa

non va mai considerata

un male, o di cattivo presagio.

 

Danila Oppio

Published in: on dicembre 29, 2017 at 07:48  Comments (2)  

La luce del giorno

La luce del giorno lentamente traccia sul
campo pudico di terra bianca il contorno
di un corpo amoroso.
Sul corpo nudo scivola la brezza del mattino.
Un vento breve drizza il seno
poi le anche. Sulla cima del ginocchio
impazzisce l’uccello del paradiso.
È un cuore che palpita
o è la terra che si spazientisce?
Il desiderio si è disteso nel letto del fiume lontano.
Corpo d’amore
brace di luce
attendi la notte per l’amplesso solitario.
Son io che ti invento
ti guardo fremere e muovere
la tempesta ti gonfia le labbra e t’irrigidisce il busto
una palma si china sui tuoi capelli che spandono fuoco
ti so fiume, leggenda e musica.
Ma il tramonto ti ha spento,
ultima stella che accompagnava il sole.
Giunta la notte, nessun pensiero ti esalta.
Questa è la solitudine:
un corpo appena nominato è portato via dalle parole.

TAHAR BEN JELLOUN

Published in: on dicembre 29, 2017 at 07:44  Lascia un commento