Quel che siamo oggi

Non siamo più quelle

o quel che eravamo.

Le nostre cellule

in sette anni si disgregano

e nuove si rifanno.

E ciò che fummo

s’è disperso nella nebbia

del passato, andato in fumo.

Sepolto dagli anni,

che con noi sono cresciuti.

Così la nostra mente

non è più uguale a quella

del tempo che fu,

in quel tempo che tu

ed io, eravamo inesperte.

La traccia sporca

S’è trasformata

In una scia di luce.

Se prima affogavamo

nelle tenebre dell’incoscienza

o nella fuggevole gioventù

ora, credici, di quell’ombra

niente è rimasto più.

E quel che pensi sia

una triste traccia nera,

non è che una passeggera scia.

Come le macchie d’olio nere

scaricate dalle petroliere

sulla superficie dell’oceano

di tanto in tanto emergono.

Ma poi si disperdono.

Così le insicurezze, e i piccoli

o grandi errori di gioventù.

è ora di cacciarli giù.

Chi sei tu ora?

Chi siamo noi, se non

quelle giovani ragazze

un poco o molto pazze

così poco esperte

di questa nostra vita.

Ora siamo consapevoli,

che i passi fatti nel cammino

hanno preso la giusta strada.

Nulla da rimpiangere,

nessun rimorso, e bada

Che è l’oggi la vita vera

Costruita mattone su mattone

Da scelte errate, e da quelle buone.

Guarda al risultato…è ciò che conta.

Se qualcosa non è stata compiuta

È perché così doveva andare

Ma non per questo ci dobbiamo fermare

o starci su a rimuginare.

Rimpiangere quel che non si è raggiunto

Non ha senso alcuno. Se davvero

ci avessimo con tanta grinta provato,

se solo lo avessimo voluto

con ferrea volontà, l’avremmo avuto.

O forse altri ce l’hanno impedito.

Destino è che siamo quel che siamo.

E quell’ombra di cui parli, cacciala via.

Non serve, è deleteria.

Il passato l’hai lasciato alle spalle,

il futuro non lo conosci, è il presente che vale.

E gli operai che finalmente

hanno finito i loro lavori,

e i biscotti al cioccolato, consolatori.

Ed io che sono qui, lontana fisicamente,

ma vicinissima a te e sai che vorrei abbracciarti

e con te parlare su tanti argomenti.

Di questo tuo descrivere con arte

con dovizia di particolari le tue giornate,

soprattutto quella di ieri.

Ti ho letto volentieri,

e avrei voluto che tutto questo

avessi potuto raccontarmelo di persona,

sedute davanti ad una tazza di tè

(pardon, di cioccolata con la panna)

sgranocchiando un paio di biscotti.

Ha un potere forte, il cioccolato,

aumenta la serotonina, tonifica

e come il suo nome, serafica! 

Per il cammino fatto lungo la vita

di questo dobbiamo solo dire grazie

Come cantò Violeta Parra,

“gracias a la vida”

Grazie alla vita, che, malgrado tutto

È sempre meravigliosa.

L’esperienza è un raro privilegio

E se pur fosse stata negativa

non va mai considerata

un male, o di cattivo presagio.

 

Danila Oppio

Published in: on dicembre 29, 2017 at 07:48  Comments (2)  

La luce del giorno

La luce del giorno lentamente traccia sul
campo pudico di terra bianca il contorno
di un corpo amoroso.
Sul corpo nudo scivola la brezza del mattino.
Un vento breve drizza il seno
poi le anche. Sulla cima del ginocchio
impazzisce l’uccello del paradiso.
È un cuore che palpita
o è la terra che si spazientisce?
Il desiderio si è disteso nel letto del fiume lontano.
Corpo d’amore
brace di luce
attendi la notte per l’amplesso solitario.
Son io che ti invento
ti guardo fremere e muovere
la tempesta ti gonfia le labbra e t’irrigidisce il busto
una palma si china sui tuoi capelli che spandono fuoco
ti so fiume, leggenda e musica.
Ma il tramonto ti ha spento,
ultima stella che accompagnava il sole.
Giunta la notte, nessun pensiero ti esalta.
Questa è la solitudine:
un corpo appena nominato è portato via dalle parole.

TAHAR BEN JELLOUN

Published in: on dicembre 29, 2017 at 07:44  Lascia un commento  

La casa di Natale

Feste lontano da casa,
una coltre di neve
troppo ingombrante.
Nel camino si consuma
la brace dei ricordi.
Natale albeggia
sopra i comignoli fumanti,
ma dentro è notte
e a casa ritorno.

Simone Magli

Published in: on dicembre 29, 2017 at 07:42  Comments (2)  

Potevo io essere re

La volta ch’aspettavo il vento

in alba d’insistente pioggia,
successe un vero finimondo

e stavo diventando quasi re.

Gli alberi si scansarono

a passi indietro d’elefante.
Le nuvole, irriconoscibili,

non più in libera caduta.

Il fango s’asciugò veloce

e fece di sé piastrelle in luce.
Il mare, incredibile il mio mare,

sempre azzurro dietro i vetri.

Da solo nella nuova terra,

i flosculi di cardo a sentinella,
equilibrista improvvisato

attesi quindi ch’arrivasse il vento.

Al primo alito da Nord,

fronte al cielo, offrii la gola
per rompere di netto le sue corde,

noiose fabbriche di parole belle.

Al gelido schiaffo successivo,

protèsi, da condannato a morte,
gli occhi tutti spalancati

per farli rasoiare a sangue.

Così – pensavo – finalmente

quegli occhi avrebbero perduto
la vista amara dei malanni,

perfino quella dei potenti.

All’ultima raffica tagliente

avevo già buttato la camicia
per fare in modo che nudo nudo

il cuore mio fosse colpito.

Col cuore,

l’infinita rabbia per il buon mondo che non c’è…
Nel cuore,

l’ingenua tenerezza per il mondo che sta qui…

Ma ritornò l’odiata calma.

Il sole, adesso, sgomitava forte
tra plumbee macchie ancora

bruciando l’ultimo mio sogno.

Le onde formarono plotoni

attenti all’assoluta pace attorno.
I boschi, ai bordi di collina nuova,

scrollarono la brina dalle chiome.

Non so se quella volta

fu l’unica occasione della vita,
quel treno puntualmente perso

all’ultima stazione del destino.

L’aria, l’acqua e la terra

mi corteggiarono incalzanti
per dare il loro benvenuto

al fuoco che tenevo dentro.

Governatore improvvisato,

potevo io essere re
ma senza scettro né corona

il cuore tutto mi ripresi.

 

Aurelio Zucchi

Published in: on dicembre 29, 2017 at 07:30  Comments (1)