Connubio vitale

Ho sempre temuto la carezza del buio

eppure sono cresciuta all’ombra

fra stanze solitarie e pesanti

che mi occludevano la vista

ho sempre temuto l’incontro

eppure parlavo il linguaggio dell’anima

quando mi abbeveravo all’acqua di fonte

ho sempre tenuto accesa sul comodino

la lucerna della speranza e dell’amore

così fra una pena celata e un sorriso donato

ho lasciato che fiorisse il mondo

ho lasciato che l’anatroccolo impaurito

deliziasse di canto il cigno,

eppure ancora oggi

prediligo starmene in disparte

devo trovare forza e tanto coraggio

ad uscire dal mio guscio

come lumaca affilo le mie antenne

e vado piano fra scie d’argento

e bava di sogni,

come lumaca non ho fretta di arrivare

sono qui adesso, felice di stare

e dove andrò non ho bisogno

di altra zavorra da portare.

 

Roberta Bagnoli

Published in: on febbraio 9, 2018 at 07:39  Comments (16)  

Kind of Blue

Non è che viene su come l’acqua.
Su da un pozzo, con una corda e un secchio di zinco.
Il Jazz è un gatto, nascosto sotto il letto dei nonni
tra le foglie, e gli alberi pizzuti nel viale di memorie.
Non guarda la tua coscia di onice, il dirupo
nel quale fummo insieme sensuali e facce smorte.
Non cerca l’orifizio di luce, il seno uscito
dell’ospite in esilio di specchio. Lui è una pesa
un indice di grano e di sax, è un osso buco
una conchiglia in punta di mare.
Il jazz e il blues
son fatti coi bastoni e la schiena degli schiavi
con lampade a petrolio nel buio della terra
col tuo dolore mentre mi sogni e non capisco
se vuoi l’amore o solo sparire
dire basta, a purghe e anatomie violentate.
Il Jazz è un bimbo, che sale alla credenza
ed espugna come un bardo, lo zucchero dei giorni migliori
e un po’ ne lascia, per quelli fortunati di meno.
E’ la sua bocca, mentre pronuncia
– si sono io. Che ho attinto dalla fonte di vita
e che ha leccato, la gioventù di mamma in un quadro.
E ho fame ancora.
Ho fame delle grate ai negozi, dei ginocchi
piantati in terra in cerca di biglie;
dei capelli, tenuti su da pettini d’osso
e in mezzo un fiore.
Ho fame delle mele dal prato di Euridice
del becco degli uccelli sul latte consegnato.
Ho fame delle lotte di là e di qua dal fiume
dell’acqua che lavava via il sangue, delle fonti
con sotto la mia testa spaccata.
Ho fame, ancora, dei giorni in cui gridavo giustizia
con passione. La stessa che mettevo la sera in un androne
baciandoti come un terremoto.
Ho fame, ora, che non ci sia nessuno a digiuno
od impiccato, per aver sporto troppo la mano sopra il pane.
Ho fame delle scuole dov’eravamo uguali
il ricco con il povero chinati sopra i libri.
Ho fame delle giostre al paese, e di mio padre
gli spiccioli contati e la terra sulle scarpe.
Ho fame che sapevo anche correre e sudare
immergermi in un tino col collo e orecchie insieme.
Ho fame del vapore sui vetri, e dell’osceno
di scriverti in due lettere appena
voglio te, più nuda di una mandorla nuda
bianca e immensa, aperta
come il libro più amato di Neruda.
Ho fame delle note di Miles e dei due cuori
dentro lo stesso ventre di donna, ho fame te
mentre dissangui come una pera, un melograno
e sporchi il mondo in figli e bestemmie, ho fame
ancora, dei dischi che mettevo in anticipo d’amore
sul lungolago beige del divano, a pelle d’oca
per via di una stufetta malsana. Ho fame
ancora, della tua schiena rossa d’ottobre
delle chiese, dove lanciavi pugni di riso a qualche amica.
Ho fame, ancora, di tutti gli animali al cortile
dei granai, di certi parrucchieri affilati senza impegno,
grembiule né fatture a nessuno. Ho fame, ancora
di certe indigestioni d’anguria e figa forte
dei libri di poesia di qualcuno, forse Dio
chiunque sia e dovunque risieda.
Ho fame? yes!

Massimo Botturi

Published in: on febbraio 9, 2018 at 07:29  Comments (3)  

Il cielo resiste

Son vetri rotti i sogni decaduti

e adesso devi fare pulizia.

E cosa fanno le speranze tue?

Stanno raccolte dietro un angolo.

Le vedi, timide, che tremano tutte.

Peccato! Nei momenti come questi

in cui vorresti solo che piangere,

sono incerte se fare capolino.

Hanno l’aria di certi bambini

quando, pronti a ricevere un premio

e in attesa del tuo bel cenno,

sono lì, buoni, ad aspettare il proprio turno.

Intanto guardi le bianche pareti

piene di quadri con i colori a mille

che non distingui, non c’è verso,

eppur v’è barca e v’è mare dentro.

Così, fissi il soffitto pieno d’ombre,

immagini però troppo precise:

la proiezione di una cristalliera

o lo stelo di un odioso candelabro.

Tutte forme che non ricordano le nuvole,

le nuvole che se le guardi

ti offrono scintille,

carri stracolmi di zucchero filato,

dolci sirene dai capelli lunghi

o nivei vasi che traboccano di rose.

Poi, finalmente, piano piano ti decidi.

Apri la porta del tuo terrazzo vuoto.

Prendi un po’ di respiro, alzi la testa

e vedi chiaro il cielo che resiste.

 

Aurelio Zucchi

Published in: on febbraio 9, 2018 at 06:59  Comments (1)  

Incarico

ENCARGO

No me des tregua, no me perdones nunca.
Hostígame en la sangre, que cada cosa cruel sea tú que vuelves.
¡No me dejes dormir, no me des paz!
Entonces ganaré mi reino,
naceré lentamente.
No me pierdas como una música fácil, no seas caricia ni guante;
tállame como un sílex, desespérame.
Guarda tu amor humano, tu sonrisa, tu pelo. Dalos.
Ven a mí con tu cólera seca de fósforos y escamas.
Grita. Vomítame arena en la boca, rómpeme las fauces.
No me importa ignorarte en pleno día,
saber que juegas cara al sol y al hombre.
Compártelo.
Yo te pido la cruel ceremonia del tajo,
lo que nadie te pide: las espinas
hasta el hueso. Arráncame esta cara infame,
oblígame a gritar al fin mi verdadero nombre.
 .
§
 .

Non mi dar tregua, non perdonarmi mai.
Fustigami nel sangue, che ogni cosa crudele sia tu che ritorni.
Non mi lasciar dormire, non darmi pace!
Allora conquisterò il mio regno,
nascerò lentamente.
Non mi perdere come una musica facile, non essere carezza né guanto;
intagliami come una selce, disperami.
Conserva il tuo amore umano, il tuo sorriso, i tuoi capelli. Dalli pure.
Vieni da me con la tua collera secca, di fosforo e squame.
Grida. Vomitami arena nella bocca, rompimi le fauci.
Non mi importa ignorarti in pieno giorno,
sapere che tu giochi, faccia al sole e all’uomo.
Dividilo.

Io ti chiedo la crudele cerimonia del taglio,
ciò che nessuno ti chiede: le spine
fino all’osso. Strappami questa faccia infame,
obbligami a gridare finalmente il mio vero nome.

JULIO CORTÀZAR

Published in: on febbraio 9, 2018 at 06:53  Comments (2)