Stabat nuda aestas

Primamente intravidi il suo piè stretto
scorrere su er gli aghi arsi dei pini
ove estuava l’aere con grande
tremito, quasi bianca vampa effusa.
Le cicale si tacquero. Più rochi
si fecero i ruscelli. Copiosa
la resina gemette giù pe’fusti.
Riconobbi il colùbro dal sentore.

Nel bosco degli ulivi la raggiunsi.
Scorsi l’ombre cerulee dei rami
su la schiena falcata, e i capei fulvi
nell’argento pallàdio trasvolare
senza suono. Più lunghi nella stoppia,
l’allodola balzò dal solco raso,
la chiamò, la chiamò per nome in cielo.
Allora anch’io per nome la chiamai.

Tra i leandri la vidi che si volse.
Come in bronzea mèsse nel falasco
entrò, che richiudeasi strepitoso.
Più lungi, verso il lido, tra la paglia
marina il piede le si tolse in fallo.
Distesa cadde tra le sabbie e l’acque.
Il ponente schiumò nei sui capegli.
Immensa apparve, immensa nudità.

GABRIELE D’ANNUNZIO

Published in: on marzo 12, 2018 at 07:39  Comments (3)  

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3 commentiLascia un commento

  1. Grazie Massimo per il Vate della Pescara.

    cordiali saluti

    ggc

  2. GRAZIE Max! Piera

  3. Un immersione nella sensuale natura, in questi ispirati versi del grande poeta. Splendida dall’inizio alla fine, difficile dimenticarla. Piero


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