Canto di un cittadino

Pietra del fondo, che vedeva disseccarsi i mari
e milioni di bianchi pesci con salti di tormento –
io, pover’uomo, vedo un formicaio di genti bianche e nude,
prive di libertà. E vedo il granchio che ne divora il corpo.

E stati cadere, nazioni rovinare,
fuggire i re e gli imperatori.
Poi, la potenza dei tiranni.
E adesso posso dire, in questa ora,
che esisto, sebbene tutto muoia,
che è meglio un cane vivo di un leone morto,
così come dice la Scrittura.

Io, pover’uomo, seduto su una fredda sedia, occhi serrati,
sospiro e penso a un cielo di stelle,
a spazi non-euclidei, a germinanti amebe,
e agli alti monticelli delle termiti.

Io camminando dormo, e dormendo son desto,
corro inseguito e poi vengo sommerso,
su piazze di città, sospese in un’aurora
intensa, sotto il frantume marmoreo di una porta in rovina
commercio vodka e oro.

Eppure mi capitò di esserci vicino, giungevo
al cuore del metallo, allo spirito della terra, dell’acqua,
del fuoco,
l’ignoto scopriva il volto, come si scopre
una notte tranquilla riflessa in un ruscello.
E mi salutavano specchi di giardini
fogliati di rame, che scompaiono quando li si afferra.

E vicino, qui oltre la finestra, una serra di mondi,
dove il maggiolino e il ragno sono pianeti,
e l’atomo vagante è un rilucente Saturno,
e i mietitori portano alle labbra
il freddo boccale nell’estate che brucia.

Questo volevo e null’altro. Da vecchio mettermi
come il vecchio Goethe di fronte alla terra
e riconoscerla, e conciliarla
con l’opera, elevata
come una rocca nel bosco sopra il fiume
delle luci mutevoli e delle ombre labili.

Questo volevo e null’altro. Allora
di chi è la colpa? Perché mi è stata tolta
la giovinezza e poi l’età matura, perché hanno drogato
i miei anni migliori di sgomento? Di chi,
di chi è la colpa, o Dio, di chi?

E posso solo pensare a un cielo di stelle,
agli alti monticelli delle termiti.

CZESŁAW MIŁOSZ

Published in: on settembre 14, 2018 at 07:18  Comments (1)  

Meglio zappare

Non voglio più sedermi
sui gradini della chiesa
a raccattare egoismi
lasciati colare
tra una pietra e l’altra.

Neanche volare
sui sentieri tortuosi
verso il castello di marzapane
attorcigliato alle nuvole.

è di nuovo l’ora
d’assaggiare la terra,
annerire le unghie
con la sporcizia del tempo.

Lorenzo Poggi

Published in: on settembre 14, 2018 at 07:18  Comments (3)  

Più non giocava

Da tre mesi più non giocava la gatta
Briscola la cara dolce mia micina
a nascondino come faceva da tre anni
in modo furbo scherzoso malandrino
viva ammiccante dopo in quel rifugio
a farsi festante sempre ritrovare che
la malattia alla fine sulle cure aveva
prevalso e quel paffuto tipo Garfield
corpicin trotterellante ora in esserin
povero ridotto nel suo stanco correr
e fuggir da me lontano che ritrovato
dopo affannoso qui e là cercar mio
a la man che dolcemente l’afferrava
triste il musin sembrava dire più
doman dove sarò cercar mi devi
che stanca son e i tempi dei giochi
nostri ormai finiti, lì in pace lasciami
morire e poi sotto un fiore del giardin
scava ma senza lacrimar la tomba mia

Giuseppe Gianpaolo Casarini

Published in: on settembre 14, 2018 at 07:11  Comments (2)  

Sorgente di vita

Acqua ridente
io, perdente,
schiarente
anima mutante
nel tormento anima puttana
mosse false, rami rotti, e i fiori,
che non sbocceranno mai
sotto terre sollevate
blocchi
che coprono i miei corpi
rovinati
dai bimbi nati morti…
la vita non è un sorgere
è un tramonto…strappato agli angeli…
siamo scontri tra le stelle
esplosioni…per caso…dettagli in molecole sparse
tra figure di dei apparse dentro il fragore di vesti arse…
ah il male è grande!
alla prossima galassia
si sfilacciano i nervi
si sciolgono i colori
si inventano parole
nel terrore dei rumori
acqua ridente…in trasparenza…e chiare stelle…
acqua dammi da bere, alla tua sorgente tormento.

Enrico Tartagni

Published in: on settembre 14, 2018 at 07:09  Lascia un commento