Scilla e Cariddi

Lungo la via del mare che separa
l’isola al continente, tra le sponde
alberga nel profondo degli abissi
la Cariddi famelica che inghiotte
le navi di passaggio. Il senno antico
non trovando nel buio una candela
vide mostri tra i gorghi, ancora oggi
tormentano le acque dello stretto.
Presso la costa sicula Cariddi
sguscia dal fondo assalta i naviganti
rovesciando coi vortici le navi,
le risucchia dal fondo e le divora.
La fantasia che stringe l’ingordigia
col nodo insaziabile, condanna
la bella ninfa trasformata in mostro
figlia di Poseidone e della Terra
in fondo al mare mai sazia di fame,
accomuna la sorte dei peccati
al divino poeta dell’inferno
che condanna a scontare nell’eccesso,
come pena più grande
l’appagamento eterno delle brame.
All’altro lato dello stretto, Scilla
succhia con i suoi vortici le acque.
Amara sorte colpa dell’amore
pilastro immenso di tutte le trame,
pena infinita avvolge amanti e crea
guerre, tormenti, lutti, dissapori
sconvolge sia gli dei che i mortali.

Giuseppe Stracuzzi

Published in: on ottobre 19, 2018 at 07:27  Comments (1)  

Frutti acerbi

Disdegnavamo i cortei con le preghiere
le piccole collane di fiori, i toni cupi
dei veli sulla testa alle donne in prima fila.
Noi, incensati, padroni delle tavole ricche
e di bevute, di serenate fino al mattino.
Noi goliardi
compagni il giorno in nude officine
e poi gattacci, intorno alle balere e alle scuole di cucito.
Troppo presi, esuberanti e inclini alla lotta
ignoravamo, il declino della luce dopo l’ascesa nota.
Nostro il cielo, gli oceani e i territori deserti
questo c’era, nelle conversazioni da Bar, nelle Osterie.
Nostre l’acque, da camminarci sopra come moderni Cristi
motori da duecento candele con l’amore
corsari dentro letti di ferro arrugginiti.
Noi, baluba, le mani sulla rete degli oratori in festa
noi sempre pronti ai cori dell’immaginazione
bandiere srotolate per partecipazione.
Incerti solo sopra i pontili, nella lingua
con cui si avvicinava qualcuna se straniera;
calzini bianchi i giorni domenica e capelli
teneramente pieni di aria. Noi africani
vietcong e altre tribù prese a nozze, voce alta
nelle assemblee tirate via a lustro.
Noi, poeti
un po’ per sentito dire e un po’ per emulazione
guardiani delle terre di niente, americani
per via dei motocicli e gli occhiali neri al sole.
Noi, immortali
mischiati tra le nuvole del Novecento in guerra
pesanti niente ai meli di casa, frutti acerbi.

Massimo Botturi

Ispirata alla poesia di Mario Luzi “Vent’anni”

Published in: on ottobre 19, 2018 at 07:19  Lascia un commento  

Storia di una capinera (ovvero il passo dell’inverno)

L’inverno non se ne vuole andare

marzo continua il carnevale

in adombrate e fedde maschere.

L’ultima capinera dimora baldanzosa nel giardino

resto a guardarla incantata dai suoi continui voli

ho deciso di farle nido nel petto

la scalderò nelle notti gelide

la proteggerò nella sua essenza preziosa

le parlerò con il suono del vento

la lascerò volare libera

tornerà se avrà ali senza giogo

resterà quanto vorrà

nel tempo di un canto grato

quanto il dono della libertà

 

Roberta Bagnoli

Published in: on ottobre 19, 2018 at 07:12  Comments (4)  

Quattromila giorni e quattromila notti

Per far nascere una poesia,
dobbiamo uccidere.
Dobbiamo ammazzarli quasi tutti.
Dobbiamo fucilare, assassinare, avvelenare coloro
che più amiamo.

Ammirate:
solo perché volevamo la lingua tremante
di un uccellino,
dal vuoto di quattromila giorni e quattromila notti
abbiamo fucilato
il silenzio di quattromila notti,
il bagliore di quattromila giorni.

Ascoltate:
solo perché avevamo bisogno delle lacrime
di un bambino affamato,
da tutte le metropoli piovorne,
gli ormeggi di mezza estate,
le miniere di carbone,
gli altiforni,
abbiamo assassinato
l’amore di quattromila giorni,
la pietà di quattromila notti.

Ricordate:
solo perché volevamo l’angoscia di un cane randagio,
che vede ciò che i nostri occhi non vedono,
che sente ciò che le nostre orecchie non sentono,
abbiamo avvelenato
la fantasia di quattromila notti,
i gelidi ricordi di quattromila giorni.

Per dare vita a una poesia,
uccideremo coloro che amiamo.
Questa è l’unica via per far risorgere i morti,
l’unica via che dobbiamo percorrere.

RYŪICHI TAMURA

Published in: on ottobre 19, 2018 at 07:00  Lascia un commento