Ma quest’amore che cos’è

MA ST’AMOR LON CH ‘A L’È’

Na rosa ch’a fioriss fòra stagion?
Forse ‘n vent ch’at porta torment,
ch’at martela ant la testa,
na tempesta ch’at pica ant le ven-e
ch’at visca le pen-e ‘nt el sang e ‘nt el cheur
L’è un maleur, o ‘n boneur
Costa frev ch’at fa mach delirè
Ma st’amor, lon ch’ a lè

§

Una rosa che fiorisce fuori stagione
Forse un vento che ti porta tormento
Che ti martella la testa
Una tempesta che ti picchia nelle vene
Che t’accende le pene nel sangue e nel cuore
E’ un malessere od un bene
Questa febbre che fa solo delirare
Ma questo amore che cos’è

Marcello Plavier

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Published in: on settembre 13, 2019 at 07:33  Lascia un commento  

Fase terminale

La somma dei misfatti è una cometa nera
sulla capanna della terra
noi che tentiamo salti quantici
appoggiati alle croci
irredentori cristi periferici
anni luce da regge e cattedrali
morituri sottratti alle galassie
_si nasce tutti in una mangiatoia_
consumiamo la paglia e ogni altra cosa

la lasceremo calva questa terra
corrosa fino all’osso: noi tumori invasivi
resistenti a qualunque terapia
mordiamo sogni e digeriamo pietre
siamo depositati in ogni dove
anche ridotti in cenere
infestiamo le vene della madre
l’abbiamo intossicata
perforata
ridotta a spazzatura
infine moribonda
l’abbiamo condannata a morte certa

spero che l’universo impietosito
abbia mani di stelle
a confortare la sua dipartita

Cristina Bove

Published in: on settembre 13, 2019 at 07:27  Comments (3)  

Una città

Il grano seminato dalle stelle
È rivenduto al mercato nero;
Scuoto un sacco di nuvole,
Il mercato stasera chiuderà.
La luna è un vitello affamato
Che succhia mammelle inaridite.
Legata a un palo la madre-terra
Lecca la mangiatoia del cielo.

All’ingresso dell’ospedale
Quante parole giacciono malate,
Come verità, giustizia, fede,
— tutta la folla dei valori.
Qualcuno forse prescriverà
Un farmaco salutare,
Ma sembra per il momento
Che il limite è stato raggiunto.

In questa città ci sono posti
Dove vivono i senza-fuoco-né-luogo.
Sono in realtà bisognosi
E la loro vita dolcemente se ne va
La prima notte di vecchiaia
Gli ha detto all’orecchio
Che in questa città la loro giovinezza
Eterna è stata rubata.

La notte è stata fredda, all’alba hanno trovato
Nella via un corpo non identificato.
Il falò brucia e nessuno piange.
È morto un filosofo, un poeta, un mendicante.

Tra le braccia di un uomo una ragazza
Ha gridato, si è morsa a sangue:
Al posto di polizia ridono,
Nei caffè se la godono;
Gli strilloni passano per le strade
Vendendo le notizie per un paisa
Facendo a pezzi il suo corpo.

Sotto un albero di fuoco la gente
Si incontra e ride e canta.
Vorrebbero nascondere che sono morti
Ognuno porta una pietra bianca,
Ognuno vegli sul suo cadavere.

Si sente il rumore delle macchine.
La città è una stamperia
E ogni uomo è una parola isolata,
Ogni profeta un tipografo
Che vuole metterle assieme,
Ma non ne nasce mai una frase.

Questa città si chiama Delhi,
Ma potrebbe averne un altro:
Che importanza ha un nome?

Tra le lenzuola sporche del presente
La notte sogniamo il futuro,
O meglio ci pensiamo, lo immaginiamo,
Prima di inghiottire un sonnifero.

AMRITA PRITAM

Published in: on settembre 13, 2019 at 07:09  Lascia un commento