Menzione per Armando

Il nostro caro Armando Bettozzi ci manda l’attestato di un nuovo successo letterario, una Menzione Speciale per la poesia in vernacolo conseguita lo scorso 7 dicembre al X Premio Domus Artis Mater di Caserta, con il suo brano “Si ce piàssimo un du’ minuti ar giorno”. Rinnoviamo i complimenti all’amico poeta e i nostri consueti auguri per un futuro costellato di ulteriori riconoscimenti!

Il Cantiere

Published in: on febbraio 6, 2020 at 18:56  Comments (1)  

Contare le stelle

Le lucciole brillavano per me
l’incanto illuminava i miei occhi
mistero giocoso
stupore e magia nell’aria estiva
minuscole lanterne
indicavano la via dei sogni
il buio era vinto
paura più non c’era
come voci di ieri
anime buone
raccoglievano i sogni infantili
li proteggevano in anfore di cristallo
li riaccendevano nei pensieri ormai adulti
riscoprendo la spensieratezza
di quel tempo incantato
in un tempo prezioso
distesi sull’erba
osservavamo l’infinito cielo
perdendoci a contare le stelle

Maristella Angeli

Published in: on febbraio 6, 2020 at 07:49  Comments (2)  

Come fosse l’ultima volta

Da un pensiero di Seneca:
(Itaque sic ordinandus est dies omnis tamquam cogat agmen et consummet
atque expleat vitam.)
(Dunque ogni giorno è da disporre così, come se chiudesse la schiera e
terminasse e rendesse compiuta la vita.)

Come fosse invero l’ultima volta,
ascolta la sinfonia del mattino,
con l’anima da quelle note avvolta
soffermati nell’attimo divino.
Con tutta la gioia che hai nel cuore
togli dal tuo sguardo ogni lamento,
dimentica le spine e cogli il fiore
e ogni passo non ti sarà tormento.
L’essere tuo ridestato e teso
interprete sarà del nuovo giorno
ad ogni volto diverrà coeso
nel dono di quel fiore appena colto.
Fa che ogni giorno sia nuova novella,
vivi l’amore senza appropriazione
sì che ogni ora divenga la più bella

se a ritrarla sarà la tua emozione.
Quando i colori l’ombra spegnerà
avrai fissato in cielo la tua stella
ora la notte più t’accorerà
la tua venustà ogni timor cancella.

Alberto Baroni

Published in: on febbraio 6, 2020 at 07:41  Lascia un commento  

Il miele ereditato

LA MIEL HEREDADA

Mi abuelo era el río que fecundaba esas tierras.
Lleno de innumerables manos y ojos y oídos.
Y, al mismo tiempo, ciego y taciturno como un árbol.
Era la barba antigua y la voz profunda de la casa.
Era el sembrador y el fruto. La cepa rugosa.
El índice del tiempo y la sangre propicia.
Mi abuelo era el invierno con las manos floridas.
Era el propio río que poblaba las tierras.
Era la propia tierra que moría y renacía.

Mi abuela era la rama curvada por los nacimientos.
Era el rostro de la casa sentado en la cocina.
Era el olor del pan y la manzana guardada.
Era la mano del romero y la voz del conjuro.

Era la pobreza de los largos inviernos
envuelta en azúcar como humilde golosina.
Quince hijos comían de sus manos milagrosas.
Quince hijos dormían con su sueño de águila.
Muchos nietos y biznietos hemos seguido
pasando por sus brazos enjutos.
Pero ella es siempre la mano que mezcla agua y harina.
Es el silencio de la noche lleno de pájaros dormidos.
Es el brasero de la infancia con la tortilla corredora.

Mi padre era el que más se parecía a la tierra.
Debe haber nacido junto con el maíz o el trigo.
Mi padre era moreno, y dormía en su caballo.
Era como el jinete lento de la primavera.

Mis otros tíos todos se parecían a las aves del lugar.
Todos tenían algo de los árboles y las serranías.
Algunos eran poderosos como los caballos percherones.
Pero todos recordaban las cosas más cercanas a la tierra.
Era un enjambre turbulento que llenaba la casa.
Era una bandada de queltehues que anunciaba la lluvia.
Eran los zorzales que se robaban las cerezas.

Yo nací cuando eran viejos ya; cuando mi abuelo
tenía el pelo blanco, y la barba lo alejaba como niebla.
Yo nací cuando ardían las fogatas de mayo.
Y lo primero que recuerdo es la voz del río y de la tierra.

§

Mio nonno era il fiume che fecondava queste terre.
Pieno d’innumerevoli mani e occhi e orecchie.
E, nello stesso tempo, cieco e taciturno come un albero.
Era la barba antica e la voce profonda della casa.
Era il seminatore e il frutto. Il ceppo rugoso.
L ‘indice del tempo e il sangue propizio.
Mio nonno era l’inverno con le mani fiorite.
Era il fiume stesso che popolava le terre.
Era la terra stessa che moriva e rinasceva.
Mia nonna era il ramo incurvato dalle nascite.
Era il volto della casa seduto in cucina.
Era l’odore del pane e della mela conservata.
Era la mano del rosmarino e la voce della preghiera.
Era la povertà dei lunghi inverni
avvolta nello zucchero come un’umile ghiottoneria.
Quindici figli mangiarono dalle sue mani miracolose;
Quindici figli dormivano col suo sonno d’aquila.
In molti nipoti e pronipoti abbiamo continuato
a passare nelle sue braccia secche.
Ma lei è sempre la mano che mescola l’acqua e la farina.
È il silenzio delle notti pieno d’uccelli addormentati.
È il braciere dell’infanzia con la focaccia che scappava.
Mio padre era quello che assomigliava di più alla terra.
Deve essere nato insieme con il frumento o il grano.
Mio padre era bruno.. e dormiva sul cavallo.
Era come il cavaliere lento della primavera.
Gli altri miei zii assomigliavano tutti agli uccelli locali.
Tutti avevano qualcosa degli alberi e delle montagne.
Alcuni erano possenti come i cavalli normanni.
Altri avevano il volto di pietra o di grano tostato.
Ma tutti ricordavano le cose prossime alla terra.
Era uno sciame turbolento che riempiva la casa.
Era una banda di pavoncelle che preannunciava la pioggia.
Erano le cesene che rubavano le ciliege.
lo nacqui quando erano già vecchi;
quando mio nonno aveva i capelli bianchi,
e la barba l’allontanava come nebbia,
io nacqui quando ardevano i falò di maggio.
E la prima cosa che ricordo è la voce del fiume e della terra.

EFRAIN BARQUERO

Published in: on febbraio 6, 2020 at 07:33  Lascia un commento