La moglie del barcaiolo

Qualche volta nel tiepido sonno dell’alba,
sola in sogno, le accade che ha sposato una donna.

Si distacca dal corpo materno una donna
magra e bianca che abbassa la piccola testa
nella stanza. Nel freddo barlume la donna
non attende il mattino; lavora. Trascorre
silenziosa: fra donne non occorre parola.

Mentre dorme, la donna sa la barca sul fiume
e la pioggia che fuma sulla schiena dell’uomo.
Ma la piccola moglie chiude svelta la porta
e s’appoggia, e solleva gli sguardi nei suoi.
La finestra tintinna alla pioggia che scroscia
e la donna distesa, che mastica adagio,
tende un piatto. La piccola moglie lo riempie
e si siede sul letto e comincia a mangiare.

Mangia in fretta la piccola moglie furtiva
sotto gli occhi materni, come fosse una bimba
e resiste alla mano che le cerca la nuca.
Corre a un tratto alla porta e la schiude: le barche
sono tutte attraccate alla trave. Ritorna
piedi scalzi nel letto e s’abbracciano svelte.

Sono gelide e magre le labbra accostate,
ma nel corpo si fonde un profondo calore
tormentoso. La piccola moglie ora dorme
stesa accanto al suo corpo materno. E’ sottile
aspra come un ragazzo, ma dorme da donna.
Non saprebbe portare una barca, alla pioggia.

Fuori scroscia la pioggia nella luce sommessa
della porta socchiusa. Entra un poco di vento
nella stanza deserta. Se si aprisse la porta,
entrerebbe anche l’uomo, che ha veduto ogni cosa.
Non direbbe parola, crollerebbe la testa
col suo viso di scherno, alla donna delusa.

CESARE PAVESE

Published in: on febbraio 17, 2020 at 07:43  Lascia un commento  

L’universo irreale inesistente

inconsistenza di coscienza nei paraggi
macchie rosse solchi neri
scarafaggi
e ne siamo prigionieri.
Come, quanto, s’assottiglia lo spessore
quando, delle storie, in teca d’ossa
biglietti da bottiglia
la vista ne perde tutto il colore
e m’osserva dalla rupe
e dalla mia fossa.
Sempre io son di cuperòse brividi e drupe
quando di neri mortali nei
e nel sangue i lividi
dei sogni miei
molto,
tremo del suono lento nel sonno
e langue
infine,
sotto sottile sole rosso la mia vita e il senno.
Mai la Morte aspetta questa fine alle sue storie
confonde l’amore con le parole
lo so
giro chiavistelli all’incontrario
agli sportelli del cervello
finchè,
se nel Saàra
nella sabbia d’arsa e cara
ci pianto un fiore senza bere la c… l’acqua color del sole
non so se la pioggia ne disseta il sogno vegetale
ma so nello mio core che al miraggio tremolante
evanescente al vento del deserto
s’attacca la speranza
d’un mare aperto…
Stendo qui davanti a me
un cielo di stelle d’universo…

Enrico Tartagni

Published in: on febbraio 17, 2020 at 07:40  Lascia un commento  

Nel ghetto di Terezin

Voleva correre tra l’erba
profumata;
non riusciva a toccarla
né a vederla:
era un piccolo ebreo
senza calore,
con lo sguardo già greve
di pena,
chiuso nel ghetto.
Un recinto limitato
e fango consumato,
filo spinato a puntellare
il dolore
d’una gente senza patria.
-Se volerò – sognava il fanciullo
che mostrava al vento
tutte le sue tenere ossa,
-se volerò – sognava –
toccherò l’azzurro cielo,
vedrò un verde prato.
E il sorriso
gl’illuminava il viso
come fiore
che s’apriva al sole
e lo faceva bello.
Nel ghetto di Terezin
non c’era luce
per vivere,
né speranza per resistere.
C’era solo un sogno di bimbo
che voleva volare
nel cielo azzurro.

Giuliana Angeli

Published in: on febbraio 17, 2020 at 07:05  Comments (2)