Il pianto

C’è chi piange copioso
Come un fiume che scorre
Quasi in piena,
Chi non trova la via
Neppure per una sola lacrima,
Un fiume nel suo letto asciutto
E chi sommessamente
Come una pioggerella
Sul viso nebulizza
Il dolore o la gioia.
Chi piange trafitto
Dal suo pianto fatto
Di aghi salati,
Chi lo asciuga subito,
Chi aspetta un po’
Per sentire bruciare la pelle
Come brucia dentro.
Chi lo assaggia per gustare
Il sapore della sua emozione,
Chi aspetta che qualcuno
Glielo deterga con dolcezza.
Che meraviglia siamo noi
Che riusciamo a far piovere
Sul nostro viso come fosse terra
Questa pioggia incantata
Dal nostro cielo interiore.
Che meraviglia il pianto.

Piera Grosso

Published in: on marzo 13, 2020 at 07:43  Comments (4)  

Il funerale

THE FUNERAL

Whoever comes to shroud me, do not harm
         Nor question much
That subtle wreath of hair, which crowns my arm;
The mystery, the sign, you must not touch,
         For ‘tis my outward soul,
Viceroy to that, which then to heaven being gone,
         Will leave this to control
And keep these limbs, her provinces, from dissolution.
For if the sinewy thread my brain lets fall
         Through every part
Can tie those parts, and make me one of all,
Those hairs which upward grew, and strength and art
         Have from a better brain,
Can better do’it; except she meant that I
         By this should know my pain,
As prisoners then are manacled, when they’are condemn’d to die.
Whate’er she meant by’it, bury it with me,
         For since I am
Love’s martyr, it might breed idolatry,
If into other hands these relics came;
         As ‘twas humility
To afford to it all that a soul can do,
         So, ‘tis some bravery,
That since you would have none of me, I bury some of you.
.
§

Con mani maldestre non tocchi
chi venga a coprirmi del sudario,
né troppo interroghi
il sottile cerchio di capelli
che mi incorona il braccio.
Segno e mistero lasciate intatti
è la mia anima visibile,
viceré di quella salita in cielo,
e questa lasciata a governare,
a preservare queste membra, sue province,
dalla dissoluzione. Se il reticolo dei nervi,
che ovunque si dirama dal cervello,
può unire queste parti e fare
di me un tutto, questi capelli,
cresciuti belli, che forza e arte
hanno da un cervello migliore,
lo possono anche meglio.
Ma forse lei voleva che da esso
io riconoscessi la mia pena –
ai prigionieri si mettono le manette
quando la condanna è a morte.
Qualunque fosse l’intento, seppellitelo con me.
lo sono martire d’amore,
e queste reliquie, in mani profane,
potrebbero ingenerare idolatria.
Fu atto d’umiltà attribuirgli
le facoltà di un’anima,
così è audacia che io seppellisca
qualcosa di te, che di me non hai voluto
salvare niente.

JOHN DONNE

Published in: on marzo 13, 2020 at 07:41  Lascia un commento  

L’innocenza del non saper amare

È nello spazio di una casa
che fioriscono gigli sulla fronte
alla follia che mi disarma chiedo
sei tu che mi perdoni
_ che mi dispensi da condanne
malgrado i testimoni?_

le luci basse fanno gioco al cuore
distanziano le lapidi. Sorridere per poco
fa sì che sulla bocca sia dipinta
un’allegria leggera
una forma benigna di pudore
_ci si assenta dai fatti, si bivacca_

negli sfregi degli occhi lui ha smarrito
il bene addolorato dell’assenza
lui sottratto a se stesso dagli eventi
_in quel suo sguardo filiforme
domande di controllo, ora impossibile_

non chiedo le attenuanti
sto dilavando cicatrici e tracce
sono un muro di strada senza uscita
ai lati tra lo scorrere di frane
graffiti come cere
in via di scioglimento

Cristina Bove

Published in: on marzo 13, 2020 at 07:31  Lascia un commento