Sono tornato

Un’aquila di gabbiano
attraversa il cielo plumbeo
stridendo nel vento di scirocco
e il campanone batte le ore
con colpi profondi
che sanno di passato.
Il giardino della piazza
è stato ripulito per le prossime elezioni
e un micio assonnato
mi osserva indifferente
da sopra un rudere.
Frastuono di clacson al semaforo
dal finestrino di un taxi
un braccio si protende
per indicarti senza ritegno
dov’è che dovresti andare.
Nel bar si lavora alacremente
dietro al bancone
un’operosità ostentata
mentre l’aroma dei cornetti
si spande e pervade l’aria.
Affollatissima la via del mercato
coi suoi colori e umori
e ai piedi di un lampione
spavalda
cresce rigogliosa una pianta di malva.
S. Giovanni dall’alto mi scruta severo
ma S. Francesco mi perdona
con sguardo bonario.
Sono a Roma
la mia città
sempre la stessa
da migliaia d’anni
rassegnata allegria
battuta pronta
e risata sorniona.

Sandro Orlandi

Published in: on maggio 6, 2021 at 07:48  Comments (1)  

Ricordi di Boris Pasternak

Comincerò da lontano, non da qui ma da là
comincerò dalla fine ma è anche l’inizio.
Il mondo era come il mondo. E questo significava
tutto quello che in questo mondo desiderate.

In quel luogo c’era un bosco, come un orto,
così piccolo e tuttavia ampio.
Là, per un capriccio di errori infantili,
tutto era così e tutto al contrario.

Su una piccola distesa di silenzio
c’era una casa come una casa. E questo significava
che in essa una donna dondolava il capo
e le lampade venivano accese presto.

Là il lavoro era leggero come un compito di scrittura
e qualcuno – noi stessi ancora non lo sapevamo –
da solo faceva perdonare , a furia di preghiere innanzi ai cieli,
il nostro peccato di un imperfetto intelletto.

Di quell’equilibrio tra il bene e il male
egli era colpevole. E la terra volava
sconsideratamente, come voleva,
mentre la candela ardeva sul tavolo.

Si perdonavano e l’ignorante e il bugiardo
-qual è la differenza?- davanti a tutto il mondo
poiché, avendoci permesso di non occuparci di ciò,
egli espiava la colpa universale.

Quando il vuoto da lui lasciato
apparve davanti al mondo, verso oriente,
con una scossa la natura spossata
spostò la gravità dei nostri corpi.

Riuniti in un povero cerchio,
l’immensità ci colse di sorpresa
e dallo squallore delle nostre indegnità
ormai nessuno si riscattava.

In quella casa andavano in molti. E quei
due ragazzini con le camicie a strisce
senza timidezza comparivano nel giardinetto
tra il lampone, che diventava scuro nell’oscurità.

Io mi trovavo per caso lì vicino
ma sono estranea all’abitudine moderna
di stabilire un rapporto impari,
d’essere in amicizia e chiamare per nome.

Di sera avevo l’onore
di guardare la casa e rivolgere una preghiera
alla casa, al giardinetto, al lampone:
quel nome non osavo pronunciarlo.

Era l’autunno ed era soltanto
una conseguenza e non un pegno dell’estate.
Allora ancora nessuno sapeva che questo
circolo dell’anno non sarebbe stato chiuso.

Sfuggendo rigorosamente agli incontri con lui
io andavo tra gli alberi, verso l’ineluttabilità dell’incontro,
verso la spaziosità del suo viso, verso la cantilena del parlare…
Ma fare rime in tuo nome?
Oh, no.

BELLA ACHATOVNA ACHMADULINA

Published in: on maggio 6, 2021 at 07:37  Lascia un commento  

Felicità

Per mille anni ho molto amato
amando anche ciò che altri odiavano
perché l’anima così consigliava

prima cercavo ciò che la terra offriva
donne vino amori facili
nient’altro che clamori e suoni
insensatezze

amare d’amore ora è il mio vizio
ora sollevo solo coppe
piene di canti dolci

ora la mia letizia è la solitudine
generatrice di immensi tesori
di vita d’amore
e di libertà

Marcello Plavier

Published in: on maggio 6, 2021 at 07:06  Lascia un commento