Rosazzurra

Non ha il profumo del mare
o i colori di questo autunno
che un vile destino ha rubato
ai tuoi giovani giorni di madre;
non può asciugare il dolore
di lacrime e vane domande,
o recare conforto a chi resta
nel tuo incalcolabile vuoto.
Porta solo la voce sommessa
dei nostri cento invisibili cuori,
flebile fiato di amici poeti
che fragile rima sussurrano al vento:
ti accarezzi quel canto di pace
che ti giunge da questo giardino,
vegli piano il tuo sonno leggero
come dolce bisbiglio di nenia
a cullarti, l’azzurra mia rosa.

Fabio Sangiorgio

In ricordo dell’amica Daniela Procida

Annunci
Published in: on giugno 13, 2018 at 07:35  Comments (2)  

Versi liberi

Smetto il giocar da poeta stasera:
celarmi non posso dietro le rime,
devo decidere forma e maniera
che ben si adatti al mio interno regime.
E’ giunta l’ora di scegliere un metro,
il modo giusto e lo stile migliore,
un limpido ritmo, un plettro di vetro
per far vibrare le corde del cuore.
Il repertorio provai tutto intero,
odi, sonetti e perfin sirventese,
forse il mio canto non era sincero.
Le mie misure ogni volta le ho prese:
furono sempre costretti e legati
tutti i miei versi, e l’amore che sento.
Soltanto liberi un dì li ho lasciati,
e da quel giorno ancor me ne pento.

Fabio Sangiorgio

Published in: on maggio 27, 2018 at 07:40  Comments (1)  

La tela

Amo il tuo ingrato tacere,
e quella tua distanza lenta
come un cerchio nell’acqua
che lascia la riva lontana.
Anche ora intingo il pennello
in ogni mio deluso ieri,
per dare al mio finto fondale
il colore del tuo ricordo
e dipingere una celeste bugia
su questa enorme tela di silenzio.

Fabio Sangiorgio

Published in: on maggio 1, 2018 at 07:48  Comments (4)  

Il cervo

Ed il cervo vide la donna
che arrancava il sentiero
guidando la corsa e il motore
Donna impavida e bella
inseguita dal vento
in cerca della sua strada
E vide il dolore e la forza
la smania e l’amore
a condurre le ruote e i pensieri
su per quella collina
Non si fece domande
quel cervo veloce
commosso e stregato
saltò d’istinto il torrente
col cuore in tumulto
e si trovò a divorare
veloce la dolce pianura
Non aveva parole quel cervo
solo battiti fiato e passione
ed occhi di chi conosce amore
Quella donna doveva seguire
pensò il cervo
– La so io la strada
vieni ti mostro il cammino
conosco i ruscelli e i profumi del bosco –
Allungò il galoppo ansimante
e già la donna affiancava
ma lei non poteva vederlo
perduta nella sua meta
e senza fermarsi fuggiva
incontro al rosso orizzonte
Ma il cervo corse più forte
– ora la avverto – pensò
– se solo la supero
parandomi innanzi
La so io la strada
che porta alla pace
e alle vivide stelle
Vieni ti mostro il cammino
conosco l’odore e la calma del mare –
Ecco la via si assottiglia
ed il cuore oltrepassa il destino
gli occhi si incrociano
il cervo li ferma in quelli di lei
Davanti ha un metallico mostro
guidato da angeliche mani
ed ancora più accese dei fari
due luci di azzurro silenzio
Ma il suo sguardo implorante
non ferma il dolore e la corsa
e rimane soltanto un istante
a fissare quel vuoto perché
Poi l’urto di un male improvviso
si abbatte sul cervo stupito
La donna sorpassa il sobbalzo
e continua il suo errare
portando due occhi di cervo
nell’anima triste che attraversa la sera
Quegli occhi sorpresi e delusi
riversi su un fianco la seguono ancora
Ancora lontano quel gemito
lo stanco lamento ripete
– La so io la strada
Vieni ti mostro il cammino
conosco i sentieri del cuore
Se per un momento soltanto
te li potessi mostrare…-
Ma ormai non ha zampe nè fiato
il cervo accasciato che piange
Al limite della foresta
trascina nel suo nascondiglio
ferita l’anima e il fianco
Gli mancano i giorni e le ore
e il coraggio di correre ancora

Fabio Sangiorgio

Published in: on aprile 15, 2018 at 07:11  Comments (1)  

Il calabrone

Dormì trent’anni
di letargo e indolenza
il vecchio calabrone
Fu la magia di un fiore
a svegliarlo di improvviso tepore
e il nettare vivo
di quella tarda primavera
Aprì il suo volo
incredulo e felice
su quel mattino nuovo
seguendo tracce di miele
in danza di cuore e poesia
Nell’irrequieta ricerca
di lontane essenze
giunse a lambire il suo sogno
e libero posò le ali
ebbre di aromi e di mistero
Ma un malvagio destino
girò il suo bicchiere
a punire il volo impudente
e coprì di notte in un attimo
quel cielo azzurro di prigioniero.
Ora nel vuoto universo di vetro
lui scivola dimena percuote sbatte
arrampica pareti di trappola
ma vinto dal duro involucro
ricade sconfitto e sfinito
Poi tace ogni ronzìo
e sopraggiunge la quiete
in questa ampolla senza più profumi
Muore così nell’alba spenta
la flebile promessa di un domani
e tra i confini di una soffocante certezza
si consuma lenta
l’ultima aria del calabrone.

Fabio Sangiorgio

Published in: on marzo 15, 2018 at 07:31  Comments (1)  

Il volo di Zitkala

Là dove termina il giorno
e sulla secca del fiume
il remo spossato
ferma la sua lenta corsa
ho visto fuggire Zitkala
due ali di sole incontro al mistero
Rallentava il mio piede
prigioniero del fango e del tramonto
mentre il silenzio scandiva
il tempo di un battito eterno
Ma questo mio cuore
è come un calabrone
e non sa di non poter volare
Questo mio cuore
che si alzò da terra leggero
cercando il suo pezzo di cielo
e in ampie volute sparì
seguendo quel volo
al di là dell’azzurro canneto

Fabio Sangiorgio

Zitkala è parola della lingua Sioux Lakota, e significa uccellino

Published in: on febbraio 27, 2018 at 07:28  Comments (3)  

La scelta

Fu per viltà, o per nostalgia.
Di fronte avevo un domani,
vecchie strade fedeli
o giovani nuovi sentieri;
polsi che seminano conferme
in terra antica e feconda
o bianche mani cantastorie
che intrecciano trame di sogno.
C’era il caldo di un fuoco acceso
o il brivido di una notte da ladri,
c’era la chiave della mia fortezza
oppure quella di un chiuso mistero.
Quando mi chiesero
– tu cosa scegli?-
fu nostalgia, o forse viltà:
tra quello che è stato
e ciò che poteva e non fu,
non deridetemi, ho scelto poesia.

Fabio Sangiorgio

Published in: on febbraio 12, 2018 at 07:22  Comments (4)  

Le montagne

Ho provato a scavarle,
a risalirne le ruvide chine,
a carpirne il mistero
in fitte ombre di boschi.
Sempre giravo intorno
a quelle solide cime,
montagne aspre e lontane,
padrone di tutti i miei giorni
e delle mie notti regine altère.
Grandi passioni per gesti avari
e fuoco in pietra racchiuso;
muto il loro segreto, e rara fonte
lo scaturire di indulgenti risa.
Non trovai quel sentiero
che vince le nebbie e i venti doma
e scopre in scintille di ghiaccio
le limpide vette da sempre amate.
Ora in questo vago imbrunire
preparo tra morte foglie e rovi
il mio freddo giaciglio d’autunno,
e abbraccio l’amara terra
che è donna sincera e pietosa madre.
Ormai pago di stanche domande
in un tempo che conta i suoi giorni
mi abbandono a un fedele presente
ed al miele di un ricordo antico,
perché all’ombra delle mie montagne
no, non conosco un altro rifugio.

Fabio Sangiorgio

Published in: on gennaio 21, 2018 at 07:14  Comments (3)  

Conchiglie

Sulla tomba di mia gioventù
oggi porto mimose
e petali spargo di serene parole.
Vengo a rendere grazie
per ogni mia cicatrice,
per ogni irridente destino,
per le piccole o grandi lezioni
che le sagge giovani donne
in amore son solite dare.
E penso ai sogni di ieri
sul davanzale di vita rimasti,
penso ad antichi dolci supplizi,
quando baleno d’occhi nocciola
l’alba dei miei incerti passi
trasformò in giorno pieno,
o quando in verdi paludi
ostaggio mi fece di sciolte chiome
la maestrina che aggrotta le ciglia,
o quando ancora sulla mia strada
per caso incontrai quella sera
un sorriso che non fa prigionieri.
Quanto ferire sapevano
tutte quelle piccole mani!
Ma il mar di Ponente mi è testimone,
anch’io qualche colpo lo infersi:
come onda sul lido è la vita,
prima ti bagna poi si ritrae.
Qui restano, donate conchiglie
sulla riva del mio tempo perduto,
frasi mozzate e dolci pensieri
da spuma di mare relitti.
Tempo non è di farne raccolta:
è già ora di fare ritorno
al caro domestico fuoco
dove m’aspetta lucente
l’unica perla all’oceano strappata.

Fabio Sangiorgio

Published in: on dicembre 24, 2017 at 07:04  Comments (3)  

Peccati

E’ stata mia l’ignavia
e l’adagiarmi pigro in compiaciuti voli
così come l’ira
che senza giustizia e ragione
ho riversato su chi più mi amava
E’ stata mia l’ingordigia
per placare ogni giorno
una fame che non era del corpo
ed il negarmi agli altri
io di me stesso avaro
chiuso negli angusti spazi di un errore
Sì è stata mia la brama
e l’impetuoso fiume di passione
che esplorava gli abissi
di ogni inconfessata fantasia
ed anche l’invidia gelosa
di ogni fantasma passato
che mi feriva le viscere a sangue vivo
Mia è stata l’idea superba
di salvare un’anima ferita
dall’antro di quel male oscuro
e ancora la vanagloria ingenua
di fingermi finanche un poeta
La colpa la vergogna il peccato
è mio tutto ciò di diritto
come radice profonda
che alla sua pianta appartiene
Ma tu che ancora sorridi
con l’innocenza dei tuoi occhi
non dire nulla ti prego
lo so che non sarai mai mia

Fabio Sangiorgio

Published in: on novembre 11, 2017 at 07:32  Comments (3)