Sono il forno

Il tempio  (di Giancarlo Giudice – tecnica mista su tela)
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Sono il forno che non vuole far sapere
che il pane è bruciato. Vivo sulle strade
per osservare l’umanità che nei sottopassaggi
carezza. Ma quando esco
sento le voci e i passi della mia gente.
Qualcuno mi fissa dall’inquadratura dell’
ingresso; fa cenno con la testa che lo segua:
mentre scendo, l’ingresso taglia le
gambe.
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Giancarlo Giudice
Published in: on dicembre 16, 2016 at 07:03  Lascia un commento  

Non lasciare avvizzire

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Non lasciare avvizzire i capelli
se l’umidità volgare ti sarà
fatale. Credi agli spiriti superiori
che varcarono la vita
e non li riconoscesti.
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Giancarlo Giudice
Published in: on novembre 28, 2016 at 07:27  Comments (2)  

Non credere facile

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Non credere facile
ascoltare la gente
quando tra i viali
sovrasta auto e semafori:
districarsi tra le vite;
flessibile nel giudizio;
e il desiderio di morire
per la noia; la solitudine
nei locali dalle pareti ocra
e le sedie; le fiere
i colori i vapori e il discorso
di chi pretende solidarietà
sulla piazzetta di fronte. Credo nell’
umanità che pensa libertà
tra cunicoli sotto le strade;
a prati con la città per fondale;
e all’intimo desiderio
d’immortalità.
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Giancarlo Giudice
Published in: on novembre 19, 2016 at 07:43  Comments (1)  

Sotto la palpebra

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Sotto la palpebra
scoscesa
c’è l’occhio vivo. Disteso dietro la
schiena, il braccio poggiato sulla
panchina. Ascolti con labbra sottili;
sulle tempie i capelli sono gonfi
e la magrezza del viso è giovanile.
Già siamo stanchi di vivere;
e respiri la mia nebbia
annoiata. Voglio protezione
e poi abbracciami come sai.
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Giancarlo Giudice
Published in: on ottobre 31, 2016 at 07:10  Lascia un commento  

Acrostico

Annoto – su questo quaderno di ritmi

Nuovi versi del labirinto di camere:

Giacimenti dentro i quali girerò

Emozionato come un imbecille.

Lavavo così – da bambino – la coscienza

Annusando le maglie di mia madre.

 

Giancarlo Giudice

Published in: on ottobre 21, 2016 at 07:39  Comments (4)  

Alessandrini in distici

Con occhi di brace    fissava il vuoto;

l’aurea di luce    veniva dal vuoto.

Sentiva i pensieri    di tutto il mondo:

chiudeva gli occhi    come soffrendo

quando la mia ansia    come una marea

in un’elettricità    sfiniva la linea.

Allora la sua aurea    di color rosa

con raggi al quarzo    si faceva rossa;

il capo reclinato    come in preghiera

avvertiva il peso    della mia sfera.

Ho voluto il suo sguardo    puro più del cuore

paesaggio di viole    per sempre amore.

Ali di anice    come cappella

riversò su di me    la vita bella:

pepite d’oro    come l’orgasmo

dalle ali sottili    nel mio organismo;

passione in vena    e occhi di stella;

muscoli turgidi    e pelle bella.

Alzai le braccia    e dalle mia dita

schizzò la bramosia    di tutta una vita.     

 

Giancarlo Giudice

Published in: on ottobre 5, 2016 at 07:08  Lascia un commento  

Prosa ritmica

Parte lo sguardo davanti, alla stradina che percorro da ore, bagnata dalla pioggia della notte trascorsa;

foglie marroni come la sabbia di Siena, io alzo gli occhi usando un tronco verde come guida:

l’edera che si ripete all’infinito, mentre la vegetazione fosforescente in prospettiva sempre più piccola sulla collina,

fino a quando non si distinguono che punti cromatici ben abbinati di foglie e di bosco che fermentano il cielo di rosso e di giallo, per sempre, nella mia memoria.

 

Giancarlo Giudice

Published in: on settembre 7, 2016 at 07:39  Lascia un commento  

Lassa

Quando prenderai questo libro

Nila – giudicherai le catene

che tintinneranno – in cadenza

sotto il palato – nella lettura.

Proverai a lasciare – il libro

per non sentire più le catene;

cercherai le altre cadenze:

la realtà – la verità – e via – la lettura. 

 

Giancarlo Giudice

Published in: on giugno 23, 2016 at 06:58  Lascia un commento  

Haiku

Cade la neve…

un cervo alza la testa:

buh – sulla neve!

 

Giancarlo Giudice

Published in: on giugno 14, 2016 at 07:34  Comments (2)  

Sestina

(Al mio angelo custode, Gabriele)

 

L’antigravità lo rendeva bambino

come la carne bianca senza gli ormoni

respirava solamente con l’azoto;

chino sulla mia testa – lui – Perlaceo

mi parlava della conca del cosmo

e delle stelle – come della mia vita.

Conosceva le interconnessioni e la vita

con la lungimiranza dei moti del cosmo;

in me cresceva l’amore per il Perlaceo

e rifiutando i moti degli ormoni

diventavo poi il suo caro bambino:

un canovaccio – di quella sfera d’azoto.

Salimmo – qui – sulle volte d’azoto

dove sembrò il cielo tutto il mio cosmo;

paragonai le comete a ormoni

i moti degli astri a capricci da bambino

che conosce solo una linea di vita

e non si affida ai segreti di Perlaceo.

Però – io mi affidavo al mio Perlaceo!

Rapito – come è di solito un bambino;

mi affidavo ai consigli d’azoto:

i ragionamenti sulla nuova vita;

la visione interiore del mio cosmo;

la guida per gestire i miei ormoni.

E – in effetti – salivo come gli ormoni;

giù – avevo una visuale di vita

completamente sbrogliata – da Perlaceo;

e già la visione eccitava il bambino

che vedeva le particelle d’azoto

che compongono tutti i corpi del mio cosmo.

E vidi i gas primordiali del mio cosmo;

le fughe di luce nei buchi della vita;

l’angoscia come alito d’azoto;

e le volte che aveva cantato – Perlaceo

per me – affinché tornassero gli ormoni

e fossi di nuovo il suo caro bambino.

Mi chiese di non dimenticare che il cosmo

è l’insieme dei pensieri – di Perlaceo;

la linea che lega – a Sé – la nostra vita.

 

Giancarlo Giudice

Published in: on maggio 27, 2016 at 06:52  Lascia un commento