Sento crescere l’erba

Eppure, mi manca il coro di messa, un ubriaco.
Il flit della vicina che scaccia via le mosche.
Mi manca questa ingenua vacanza dalla vita
quella che picchia giù duro e miete sassi
quella che prima o poi muori, e buonasera.
Mi manca la Filanda con i suoi puzzi intorno
l’acqua di cera del lago ai primi soli;
distendersi alle pietre per diventare scuri
e fare via anche i segni di certe canottiere
stampate sulla pelle come dei peli al pube.
Mi manca il cane matto ai calcagni del postino
la sua promessa mezza feroce e mezza finta;
e certe trasparenze di sottovesti al filo
per asciugare i conti col figlio del droghiere
col senso del peccato di sabato, poi basta.
Mi manca l’oratorio col prete nigeriano
il suo colore d’Africa che dava sul curioso.
Mi mancano le corse e i racconti del tramvai
di quando le rotaie venivano fin qui;
e per andare al Duomo si salutava un po’
come partire in guerra o in miniera. Manca, si
un po’ di tutto questo e qualcosa che non so
che gira nella pancia e mica viene su.
Sarà il magone per tanti morti, chi lo sa?
andare per le strade era facile, ora più.

Massimo Botturi

Published in: on maggio 10, 2020 at 06:56  Lascia un commento  

Aspetto il bacio

Mio padre non ascolta i saluti delle volte
continua a raccontare di un mondo dove
solo, coltiva fino all’ultima zolla la sua terra.
E io lo lascio fare, come un bel disco vecchio
perché sono il grammofono in forze
e lui i miei solchi, la musica degli alberi a Brescia
o lì vicino.
Il suono cupo e antico del lago che vien nero.
Mio padre crede tutti lontani quando chiama
e alza la sua voce come ci fosse un campo
tra lui e quanti ascoltano altrove, non un filo
un fascio di elettroni fantastico. Io rido
perché fa tenerezza, e l’ascolto come un figlio
che adesso è la sua mano potente, il passo breve
un piccolo gelato comprato il dì di festa
con pochi spicci messi da parte.
Aspetto il bacio.

Massimo Botturi

Published in: on aprile 15, 2020 at 07:40  Lascia un commento  

Preziosa

Per ricordarmi degli alberi africani
ti toccherò le mani sul dorso, fino ai polsi
e lungo il braccio udrò sciami e pascoli;
la terra, e il ferro che la nutre e sorregge.
Fino al petto, andrò cercando oceano e calura
il primo verso, dell’animale in preda alla luce.
Con ferocia, ti succhia la mammella il pericolo del tempo
e tu lo lasci fare, con mezza bocca storta
per dare a ognuno un poco del riso che ti abbonda.
E stolti sono gli altri, coloro che non sanno
la fiera negritudine in te, mia donna bianca
e verde degli ulivi pietrosi, e rossa in canto
celeste dei mattini domenica, e di ocra, la cera delle tue malattie.
Mille colori
ti fanno vagabonda e ora libera, più ossuta
di cento guglie di cattedrale. Mille odori
l’afrore di quest’erba snudata. Tu, preziosa.

Massimo Botturi

Published in: on marzo 23, 2020 at 06:59  Comments (1)  

In the Circle Game

Voi mi credete?
Ho riso con un frate
seguito fino in fondo alla vigna il volo azzurro
di diecimila rondini basse.
Era d’estate
nel tempo in cui morire era un verbo sconosciuto
e fuori dalle scuole ci si rubava il pane.
O forse maggio
perché v’era la luce impetuosa dei torrenti
ed ogni cosa chiara appariva;
un altro me
toccato sulle spalle per prendermi tuo sposo.
Oppure inverno
turbato nel rumore dal nettare del cielo.
Perché ricordo il cibo di neve a mano aperta
l’offerta per guardarti la bocca
e le ombre lunghe
di noi tornati a casa a prometterci il futuro.
Ma forse era un ottobre inoltrato
un’osteria, il lume di alternanza di un treno
un mio cerino. Quanto bastava a prenderti intera
alla mia vista, e ricordarti poi a notte fonda.
Certo, ho riso, e capita talvolta di farlo a bocca piena
come il bambino pigro e innocente
là lasciato.

Massimo Botturi

Published in: on marzo 6, 2020 at 07:21  Lascia un commento  

Itaca

Ad indicarti navi in partenza non son buono
il dito lo vorrebbe
ma il mare è in ogni altrove.
E’ dove può scaldarsi le ossa
a gambe dritte, e mani come strade da soma.
In questo buio
se ti indicassi l’uomo che vola, meglio Luna
il latte che nel cielo non cade; giravolte
di lumi e di pianeti che tolgono anche il fiato.
Se ti indicassi me, come scoglio, avresti cime
sartiame e vele forti abbastanza?
Siamo al buio, e dentro ci mettiamo che vuoi
ma fallo piano; ché gli occhi non ne abbiano pena
più di ora, che tocco le tue vene più estreme
come un pane,
un olio di fragranza per giovani in amore,
Resta stesa, sulla mia sabbia d’isola e sangue
resta stesa.

Massimo Botturi

Published in: on febbraio 8, 2020 at 06:53  Comments (1)  

Ida

Passata l’ubriaca bellezza,
il bel sudore,
che viene sulla schiena a esibire gioventù;
conservi il pane della mitezza
il tuo migliore.
Spezzato con le mani di cedro
che, ora, hai fredde
ferite come l’osso che ha tribolato gli anni.
Come la spiga si brucia alla tempesta
si piega al vento sacro e improvviso;
anche io, madre
son fatto di natura più fragile, tua stessa.
Felicità vissuta in silenzio
men dolore, con dignità portato a conforto
con l’amore.

85 anni, auguri mamma

Massimo Botturi

Published in: on gennaio 16, 2020 at 06:56  Lascia un commento  

Amatissime

Vorrei queste mie poche parole come acqua
lo schietto zampillare di fonte, un segno certo
che qui passai giocando alla vita
corse, affanni, ore d’amore dentro un portone
mia
stupore.
Vorrei che rimanessero pane sull’altare
sulla tovaglia a quadri d’ogni serata insieme;
ora sparse in un cassetto confuso
ora vicine, fin nelle tasche delle tue ascelle.
Dentro il sesso
che scavino il dolore materno come un seme
nella tua terra un poco dimentica del frutto
del vento buono e delle mie mani.
Vorrei, ora
perfezionarle ingenue alla tattica del volo
alla vita dentro il mare.
Abituarle al freddo digiuno
e poi all’essenza.

Massimo Botturi

Published in: on dicembre 30, 2019 at 07:31  Lascia un commento  

Dicembre

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Che poi siamo passati di qua
lo dirà il tempo
il miele nelle orecchie che arriverà, notturno
sentendo il mare farsi capriccio.
Poche cose, parole come fossero alberi
la storia, di due strappati via dalla scuola come foglie.
Desiderosi farsi dei viaggi fino al treno
al limite dell’acqua che bagna l’Asia e il cielo.
Di tutto questo scrivere lento e appassionato
vi rimarrà il ramarro alle vigne, il sole a picco
quel cencio unito su a quattro nodi e messo in testa
che la faceva Dea tra i mortali. Vostra madre
pulita come son cento rose e un calicanto
bambina nel sorreggervi il gioco, fine amante
durante il corpo elettrico e bruno.
Qui ora stiamo.
Per raccontare di cattedrali fatte a rami
di giochi che voialtri forse non conoscete
di strade e di città là a venire. E poi d’incanto
al pianto della vita che ha male al suo respiro:
il primo che v’ha messo del fuoco, e ali ai piedi.

Massimo Botturi

per Alice e Davide, nati entrambi a dicembre

Published in: on dicembre 13, 2019 at 07:19  Lascia un commento  

Billie Holiday

Non c’è granché da fare stamattina
il giallo della grande lucerna fiacca il cielo;
è come un osso bell’e lappato, piove ancora.
Soltanto Lady Day sta ignorando tutto questo.
Dal suo pontile in latta e cemento tocca il mare
l’asfalto strofinato dai Taxi. E le tue orecchie
abituate un tempo alla fabbrica, ora ai grilli.
Non c’è molto da fare nemmeno due ore dopo
in fondo è una giornata tranquilla: poco muove
si soffre tutt’al più nel silenzio dei cortili
o dentro proprie stanze di buio artificiale.
Più tardi cambieremo il lenzuolo, forse umore
via via che il notiziario si sgranerà giù intero.
Si metterà qualcosa sul fuoco, nel palato
la lingua prenderà la sua parte, io la tua
ristretta in un pudore che il tempo ha maturato.
Ma adesso non è ancora il momento, adesso è niente
niente fatica e niente discorsi, sta a sentire:
Strange fruits ricorda a tutti che cosa c’è la fuori.
Alziamo barricate d’amore, siamo in tempo.

Massimo Botturi

Published in: on novembre 25, 2019 at 07:19  Comments (1)  

Libera compagna

M’è naturale l’amarti, sei una mela
e come la delizia centellina la luce
così io ti avvicino alla bocca
con sorpresa, con gesti di saluto sul petto.
Dolce sera
che pigoli al cavagno di giunco delle braccia
mia libera compagna, bagliore della donna.
Vedo passare i cervi giù in valle quando preghi
quando ti mordi il labbro e non è piacere amico.
Quando ti alzi poi in volo e ti fai terra
cercando l’acqua delle stenelle
in questo azzurro, che immaginiamo mare lombardo.
Amica e sposa, io non governo bestie né eserciti
lavoro, col mio decoro d’uomo e le scarpe d’ordinanza;
ma so attirare il fulmine e il miele
farmi pesce, nelle tue mani d’isola spoglia, mani d’aria
di ossa che si spaccano mute al solo sguardo.
Da te ho imparato origine e vanto d’innocenza
quella sensualità ch’è coraggio e morsi netti
al frutto della vita che può cadere, ora.

Massimo Botturi

Published in: on ottobre 31, 2019 at 07:37  Comments (1)