Nove vite

Avessi nove vite come i gatti
ci metterei più tempo a esordire con l’amore
imparerei ad avere i migliori, i voti alti
del come fare a giungere a te con testa e corpo;
dosando la saggezza dentro la lingua amara
e cestinando tutti gli errori con le mani.
Se avessi nove vite come i gatti
terrei le prime tre al materasso degli incontri
per dedicarle al bel cigolio che fa di notte
quando per troppa saliva al basso ventre
gli amanti fanno cose da matti.
E poi la quarta
la doserei ad ognuno che ho perso, come il pane
una moneta d’anima e aria. Tutte l’altre
ancora non ci ho fatto pensiero
ma, credete, c’è un mondo là di fuori che merita rispetto
fotografie e scritture nei secoli.
C’è gente
uguale a me che vuole un abbraccio
una parola, una semplice carezza
come si fa coi fiori, con gli alberi che volano via
con te che dormi.

Massimo Botturi

Published in: on aprile 23, 2017 at 06:51  Comments (2)  

Margini

Vengo da un posto di alberi mai soli
di spazi con le pecore perse
luce azzurra, mattino presto e poi calda miele.
Posti ignoti
ai più che fanno il mondo importante
posti argento, per l’acqua quando scava tra i prati.
Più vicini
di quanto l’apprendista play boy possa pensare
mezzi giusti, per la malinconia di ‘sto tempo passeggero
dove il silenzio sta a capotavola e c’ha il gusto
di fare le mie notti un tamburo di pensieri.
Vengo da un posto di mezzadria, di stalle e vacche
di sogni fatti spesso col tono della voce
di chi va alle osterie per cercare padri e figli.
Vengo da un posto inverno più lungo, ghiaccio ai coppi
dove le rondinelle faticano a volare
e i nuvoloni sono le donne, per noi becchi
che le vogliamo nude guardandole nel cielo.
Vengo da un posto pari e poi dispari, di morra
di giochi con le carte e di limonate fredde
di mani tra le cosce in un auto in piena estate
nascosti sotto un tiglio e spiati dalle stelle.
Da un posto programmato ad uccidere, a salvare
lontano quanto basta dalle città di mare
per non sentirne l’ozio di chi ci fa l’amore;
per non sentire il gusto terribile e affamato
di prendere una vela e scappare chissà dove.

Massimo Botturi

Published in: on aprile 9, 2017 at 07:34  Comments (5)  

Ballata di marzo

Tra il paletot e la tua riga di rossetto
c’è una faccetta febbre dei tigli, ala di gallo
la limonaia in pieno d’estate.
C’è un aliante
un pezzo della Francia e una bambola di pane.
C’è un uccello, una colomba in cerca d’amore
un davanzale, di grate e di fioriere coperte.
Un ché di marzo, da poco cominciato
e già pieno d’invenzioni. Di sole sulle spalle
e di pioggia ballerina.
C’è un’ora di scommesse in un parco, dietro siepi
il gusto di pistacchio nel cono tuo da due;
il libro delle belle maniere preso ieri
rubato da una gazza domani.
C’è l’istante, la femmina che elettrica gode
e che produce
dall’acqua l’erezione dei seni.
C’è la sete
il debole respiro di quando dormi, il vento
da Procida alle isole greche. C’è il progresso
la civiltà che ha gusto per l’arte; una scultura
che parla le due lingue dei gatti.
La natura
che porge il frutto e lenta si nuda. Il mio toccarti
parola dopo santa parola, come niente
potessero distanze e stagioni. Un ché di marzo
che fa la spuma al tratto dei porti, soffia
placa, ti spettina e neanche ti accorgi, un alleluia.

Massimo Botturi

Published in: on marzo 25, 2017 at 07:10  Comments (3)  

L’odore di una donna

L’odore di una donna è il cavallo fuori Troia.
E’un legno che non brucia e non porta inganni
è un pacco, recapitato da un ragazzino
primo pelo
impiego stagionale per fare quattro lire.
E’ il modo suo che ha per accendere stazioni
biglietterie per vincere viaggi, o per restare
la schiena sulla pianta dei padri
e intorno foglie.
L’odore di una donna è la tiratura prima
notizie mica sempre felici, voglia poca
di andare a lavorare e poi stare via le ore.
L’odore di una donna lo scopri piano piano
è un lupo che si acquatta tra i seni
è odore forte, sa di periferie cementate, di fioriere
di drogherie e salami in cantina, aceto e sangue.
Sa della spugna in bocca di Cristo, di caverna
di fiume sotterraneo e cappotti in naftalina.
L’odore di una donna è un cappello per l’inverno
la grazia che ti lava il coppino e fuori è mondo
spericolato fino alla notte.
E’ un pungitopo
che metti sulla porta nei giorni di Natale
è tutto quello che si è fumato, che ha bevuto
ricorda il sesso appena scoperto, tiene rabbia
ma anche le violette del parco.
Tiene duro, fa il miele in vasi di terracotta
tiene schifo, degli uomini col cuore slavato
dei furfanti, i ladri di carezze senza teoria del dono.
L’odore di una donna ti siede accanto e ride
ti fa le fusa come una gatta quando vuole
rifiuta la ragione della sottomissione, si da
con gambe larghe soltanto se ti vede
la verità che è oltre la bocca, le parole
il belvedere di una camicia. Crea e disfà
il tutto in sette giorni contati, come Dio.

Massimo Botturi

Published in: on marzo 10, 2017 at 07:04  Comments (4)  

Acqua dalla luna

Acqua dalla luna
invece dei miei soliti fiori in carta velo.
La porterò alla fine di un viaggio immaginato
sul filo del telegrafo insonne, un piede solo
mi basterà a percorrerlo indenne.
Acqua salmastra
di villeggianti scesi in inverno, un poco amara
e rarefatta fino a puoi berla.
Acqua di luna
vicina alle promesse di un padre manovale
alle sue feste Cristo comanda, alla sua assenza.
Vicina a quelle donne con il foulard marrone
sui motorini in strade statali, andate tutte
a farsi via le mani a un telaio.
Acqua di luna
vicina alle calzette di Paola sul balcone
a venti foglie uccise ai gerani per chiamarmi
farsi guardare su alla ringhiera e poi scalare
i metri d’aria fino al suo corpo.
Acqua di luna.
Rimane sulle dita di chi la sa vedere
di chi ha capito il gusto segreto nel palato
di certe lingue in baci d’assurdo
baci lunghi, precipitosi e poco consueti.
Acqua di luna
per la fotografia da lavare, per il mago
che nel cilindro ha mille conigli e un tuo messaggio
una spinosa voglia di rose per l’amore
d’avermi accanto come l’afrore, verso sera
dei gelsomini in piena carriera.
Acqua di luna.

Massimo Botturi

Published in: on febbraio 25, 2017 at 07:48  Comments (2)  

Bianca

A impararle giuste
le mani fredde avrebbero pace
frasi lunghe.
Ché ci si abitua piano al dolore
al peso grave, di un’esistenza occhi negli occhi
di una donna, che spezza il vetro delle visioni
e pianta in terra, i semi del far luce e degli anni.
A pensar bene
me le terrei vicine alla bocca, come i bimbi
che addestrano la neve alle loro circostanze
facendone sculture di gioia e d’innocenza.
Le metterei alle tempie per le febbrate alte
per dirmi la presenza di te, quando vai via
e t’addormenti come morissi
poco a poco, sciupata nel tuo peso perduto
smunta
bianca.

Massimo Botturi

Published in: on dicembre 15, 2016 at 07:48  Comments (1)  

Il volatore

Un giorno mi alzerò, come adesso, ma diverso.
Mi leccherò le ali cresciute nottetempo
e proverò a cantartene una:
una nidiata
una vetta all’Himalaya, o sulla torre Eiffel.
Farò le giravolte che ho visto ai rondinini
per annusare il tuo sottotetto;
o andrò a ponente
dove le donne nude non hanno più vergogna.
Mi scoprirò un eccentrico mago, equilibrista
l’adoratore senza regali del tuo seno.
Un giorno sveglierò il vento caldo, e con sgambetto
ti leverò la gonna di mezzo. Sarai bella
come i respiri alti d’Islanda, come il Cile
la costa di Sardegna e l’azzurro delle grotte.
Un giorno mi alzerò, come adesso, ma diverso
non ci saremo più tu ed io, forse più niente
soltanto le parole che disperato elusi
una calligrafia niente facile, un amore
mai morto per davvero
un grande volatore.

Massimo Botturi

Published in: on dicembre 6, 2016 at 07:07  Lascia un commento  

Occhi aperti

Quante constatazioni ci tocca fare, amore
esempio dirci – a presto
così, senza occasione;
poi un bacio da versare alla coppa dei tuoi seni.
A volte a quattro zampe mi metto
e guardo il cielo
cercandomi una luna pelosa come musa
o due fanali verdi scroccati alla natura.
E il constatare d’essere lupo fa strozzare
in gola gli ululati poetici, i rimbrotti
al fatto che la notte è violata con i ceri
coi quindici lampioni di Via Milano
e gnomi, chiamati metronotte
o pistoleri stanchi.
Quante anticipazioni locali, qui, sul petto
di quello che verrai a riscaldare con il pianto
un chiedermi l’aiuto da bimba;
o un bell’andare, sul sesso come al vento un grembiule.
Quanti libri
ho scritto sulle mani toccando corde e pesi
e quanti matrimoni sfarzosi, poco riso
per via che non c’è nulla da ridere a restare
appiccicati tutta la vita. Fa sognare
e bestemmiare il corpo degli ultimi.
Sicuro, un’altra delle nostre improvvise
una certezza. Constatazione d’essere fragili
paurosi
ma pronti all’aria tutta traversa, occhi aperti.

Massimo Botturi

Published in: on novembre 26, 2016 at 07:38  Comments (1)  

Giro giro tondo

E viene giù con pelle di fico, un polverone
rumore di pagaie inabissate.
L’altoforno
e tutto che rimane di questi alberghi a ore
di questi inurbamenti caotici ed odiati.
E viene giù con piena di sasso
come un tempo, le gambe dei migranti sui treni
niente in tasca, se non l’immaginetta di Padre Pio
e una cicca, arrotolata trinciato forte.
Giù, con forza
la forza del progresso e del tempo, in questa valle
che ha monti di macerie per lato, e tradimenti
nell’acqua le garitte dell’ultima battaglia:
di qua bandiere rosse per miseri danari
di là la polizia a dare botte. Giù, per sempre
come la testa del padre mio quando c’ha sonno
e non capisce il mondo dov’è che va a finire;
coi suoi leopardi in mezzo alla strada
e solo vecchi
la voglia ormai passata di protestare, e il mare
che sembra una tinozza di pesci rossi e neri.
E viene giù per farci qualcosa, altre chimere
rossetti e scarpe per nulla comode
giù in fretta.
Come quel ragazzino al cortile della scuola
l’anello indebolito del coro, giù per terra
il sangue sui ginocchi è un rubino d’avventura
cascato lui è cascata la terra, adesso è chiaro.

Massimo Botturi

Published in: on novembre 16, 2016 at 06:50  Comments (2)  

Per fare una poesia senza calze

Per fare una poesia senza calze serve il sole
la terra mendicante tra la città ed un fiume
l’accento degli uomini cresciuti sui cavalli.
Per fare una poesia senza calze devi amare
le donne come fossero alberi
abbracciarle
e mettere l’orecchio alle corde della schiena.
Per fare una poesia senza calze non temere
digiuni e piedi nudi, la fioritura ai meli
non devi aver paura dell’acqua, della bocca
di dire alla ragazza che passa il suo splendore
la luminosità che produce. Il suo negozio
di spezie e pietre dure indossate.
Devi andare
a farti pettinare porgendo il capo sciolto
nel vuoto delle sue litanie, tra le sue mani
nel vortice accessorio che insieme al suo vestito
ti cambia l’aria intorno
la percezione intera
che qualche cosa di molto bello
è qui accaduto.

Massimo Botturi

Published in: on novembre 5, 2016 at 06:50  Comments (1)