Toccami

Come al catino di zinco, metti mano

sono un’acquasantiera stamani, benedetta.

E ho rigettato forte il deserto arido e solo

come mio padre gli inverni delle nebbie

dei tram colore tacito assenso.

Prendi il corpo

è sempre ultima cena se arrivi in processione

se sali per le scale che pari una marea

fuliggine di sale e tristezza novembrina.

Metti mano

la gioia di vederti ora è un albero, un campetto

con quattro stracci in terra a delimitarne il senso.

La gioia di vederti mi fa latte di capra

più nudo di una mela e rotondo come un sole.

Ti succhia via il veleno dal seno ancora acerbo

e canta come un passero sui fili del bucato.

 

Massimo Botturi

Published in: on novembre 25, 2020 at 07:49  Lascia un commento  

Eri ragazza

Hai come due sentieri di luce sulle guance

le scie di una lumaca che ha fatto molta strada.

La luna li riflette allo specchio

e un po’ ti sfiora, come tentasse giù una carambola

un filotto, e tu fossi il suo prato di gioco.

Lasci fare, il sentimento mica si finge.

Piangi, preghi, cominci a odiare il corpo

lo stesso molto amato.

Poi porgi il seno come risorsa, come incontro

sperando che io dica qualcosa, come allora

seduto sul muretto a guardarti trasalire

per via che avevi visto una biscia d’acqua nera.

E’ già scappata in mezzo alle erbacce,

non temere – le scarpe in mano tutta la corsa

eri ragazza, le gambe come schegge impazzite

lo ricordi?

 

Massimo Botturi

Published in: on novembre 4, 2020 at 07:46  Comments (1)  

Giorni di scuola

Si crede che a sei anni non s’abbiano pensieri

il sole sulla faccia anche a notte

un cuore mite.

Eppure, quella chiave là sotto lo zerbino

faceva già un po’ vecchio il mio modo di arrivare.

Pigiavo poche luci, con parsimonia, e andavo

al posto apparecchiato da sempre.

C’era il pane

una caraffa d’acqua col piatto di minestra

il letto fatto e teso, il pitale già svuotato.

I giorni trascorrevano da naufrago felice.

A volte se pioveva restavo sotto vento

coperto dalle scale ascoltandone il rumore.

A volte, se pioveva, volevo la mia mamma.

 

Massimo Botturi

Published in: on ottobre 14, 2020 at 07:33  Comments (1)  

Anni fa come oggi

Quanto mi dura la mano tua alla guancia
mi pare nata lì da cent’anni, così calda
sospinta da un amore improvviso.
Sono cose
che impari con l’età e il turbamento
col cuore malandato ma ancora pronto.
Cose
che a dirle non fa mica giustizia.
E allora taci, ti gonfi il petto come le rane
e benedici, ogni granello santo di vita che ti preme.
Disteso, con un’ostia da fare
sto qui in ombra.
Mi pare solo adesso di appartenere al mondo.

Massimo Botturi

Published in: on settembre 29, 2020 at 07:42  Comments (1)  

Zip

Quanta fatica mi costi tu lo ignori.
Percorro il tuo profilo curvato della schiena
come una pedalata in salita, e non ho fiato
poiché nel firmamento dei pesci l’ho ceduto
con le intuizioni grandi a sedurti, i buoni intenti
dello spogliarci in ordine sparso.
Ora la luce
si posa rigogliosa come svagata d’acqua;
così che ancora infante ti vedo, e questo affanno
diventa la traiettoria di un aquilone arreso
un palpito di foglia lunare. L’aria bianca
che viene alle finestre dopo viaggiato nuda.

Massimo Botturi

Published in: on settembre 6, 2020 at 07:33  Lascia un commento  

La cena

Terra non buona per erpici e limoni
dura di petto come le cavedagne.
Battevo i piedi proprio d’incanto
ero un uccello, che lecca le sue piume
color dei tredicianni;
battevo i piedi e il sole saliva, e le chitarre
di erba e di papaveri sparsi.
Là, il concime, spandeva la sua ira modesta
alle fessure, nutriva in generosa postura
ogni sartiame, di questo bel veliero dei campi.
Come mamma
a cui toccava il fondo rimasto alla pietanza
dicendo – non ho fame stasera
eppure smunta, a noi pareva, via della luce
quella fioca. Una sola lampadina
più nuda di una vena.

Massimo Botturi

Published in: on giugno 8, 2020 at 18:55  Lascia un commento  

Sento crescere l’erba

Eppure, mi manca il coro di messa, un ubriaco.
Il flit della vicina che scaccia via le mosche.
Mi manca questa ingenua vacanza dalla vita
quella che picchia giù duro e miete sassi
quella che prima o poi muori, e buonasera.
Mi manca la Filanda con i suoi puzzi intorno
l’acqua di cera del lago ai primi soli;
distendersi alle pietre per diventare scuri
e fare via anche i segni di certe canottiere
stampate sulla pelle come dei peli al pube.
Mi manca il cane matto ai calcagni del postino
la sua promessa mezza feroce e mezza finta;
e certe trasparenze di sottovesti al filo
per asciugare i conti col figlio del droghiere
col senso del peccato di sabato, poi basta.
Mi manca l’oratorio col prete nigeriano
il suo colore d’Africa che dava sul curioso.
Mi mancano le corse e i racconti del tramvai
di quando le rotaie venivano fin qui;
e per andare al Duomo si salutava un po’
come partire in guerra o in miniera. Manca, si
un po’ di tutto questo e qualcosa che non so
che gira nella pancia e mica viene su.
Sarà il magone per tanti morti, chi lo sa?
andare per le strade era facile, ora più.

Massimo Botturi

Published in: on maggio 10, 2020 at 06:56  Lascia un commento  

Aspetto il bacio

Mio padre non ascolta i saluti delle volte
continua a raccontare di un mondo dove
solo, coltiva fino all’ultima zolla la sua terra.
E io lo lascio fare, come un bel disco vecchio
perché sono il grammofono in forze
e lui i miei solchi, la musica degli alberi a Brescia
o lì vicino.
Il suono cupo e antico del lago che vien nero.
Mio padre crede tutti lontani quando chiama
e alza la sua voce come ci fosse un campo
tra lui e quanti ascoltano altrove, non un filo
un fascio di elettroni fantastico. Io rido
perché fa tenerezza, e l’ascolto come un figlio
che adesso è la sua mano potente, il passo breve
un piccolo gelato comprato il dì di festa
con pochi spicci messi da parte.
Aspetto il bacio.

Massimo Botturi

Published in: on aprile 15, 2020 at 07:40  Lascia un commento  

Preziosa

Per ricordarmi degli alberi africani
ti toccherò le mani sul dorso, fino ai polsi
e lungo il braccio udrò sciami e pascoli;
la terra, e il ferro che la nutre e sorregge.
Fino al petto, andrò cercando oceano e calura
il primo verso, dell’animale in preda alla luce.
Con ferocia, ti succhia la mammella il pericolo del tempo
e tu lo lasci fare, con mezza bocca storta
per dare a ognuno un poco del riso che ti abbonda.
E stolti sono gli altri, coloro che non sanno
la fiera negritudine in te, mia donna bianca
e verde degli ulivi pietrosi, e rossa in canto
celeste dei mattini domenica, e di ocra, la cera delle tue malattie.
Mille colori
ti fanno vagabonda e ora libera, più ossuta
di cento guglie di cattedrale. Mille odori
l’afrore di quest’erba snudata. Tu, preziosa.

Massimo Botturi

Published in: on marzo 23, 2020 at 06:59  Comments (1)  

In the Circle Game

Voi mi credete?
Ho riso con un frate
seguito fino in fondo alla vigna il volo azzurro
di diecimila rondini basse.
Era d’estate
nel tempo in cui morire era un verbo sconosciuto
e fuori dalle scuole ci si rubava il pane.
O forse maggio
perché v’era la luce impetuosa dei torrenti
ed ogni cosa chiara appariva;
un altro me
toccato sulle spalle per prendermi tuo sposo.
Oppure inverno
turbato nel rumore dal nettare del cielo.
Perché ricordo il cibo di neve a mano aperta
l’offerta per guardarti la bocca
e le ombre lunghe
di noi tornati a casa a prometterci il futuro.
Ma forse era un ottobre inoltrato
un’osteria, il lume di alternanza di un treno
un mio cerino. Quanto bastava a prenderti intera
alla mia vista, e ricordarti poi a notte fonda.
Certo, ho riso, e capita talvolta di farlo a bocca piena
come il bambino pigro e innocente
là lasciato.

Massimo Botturi

Published in: on marzo 6, 2020 at 07:21  Lascia un commento