Come una cosa viva

Talvolta
chino all’ombra di un posto in fondo al treno
ricordo che son stato ragazzo.
E allora rido, da solo come certi balordi
qui, al paese, che vengono additati da matti.
Dolce affiora
in me il ritratto d’ogni poeta, innamorato
del semplice profilo che incendia una vicina
di posto mentre sfoglia il suo libro.
Od accarezza, sul vetro la misura degli alberi.
Riposo, ripenso le piastrelle coi fiori a prima casa
la tua verginità persa in piccoli dolori.
E il mio tremore. Per quella nudità
già più grande del destino,
del dono che non merita l’uomo, a volte inetto
non buono di competere in grazia.
Ed ecco, accetto
lascio al futuro un fragile ramo
un verde incontro, di terra e mani caritatevoli.
Una voce, e cento meraviglie animali
la passione, la storia che sta dentro le pietre;
questa mia.

Massimo Botturi

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Published in: on dicembre 17, 2017 at 06:56  Comments (3)  

Messaggio in bottiglia

Sappiate che ho sconvolto un oceano di sottane
appese al filo in qualche quartiere.
Ed ero un lupo, quando la luna ancora era vergine.
Ho studiato
la direzione esatta dei venti, i pesci gatto
il nome che ci univa e non era parentela.
Sappiate che anche io ho messo l’ombra in qualche valle
e avuto vista come di aquila, rapace
in queste unghie sulla sua schiena. Ho scritto il meglio
con l’acqua della brina e fatto di conto
per mia madre, a fine mese già dal droghiere.
Sembra strano
ma ho avuto il cuore debole e forte nei sospiri
gite scolastiche da metterci poi bocca
a una compagna dietro una siepe.
Melograno, per qualche tempo questo era il simbolo
più rosso, del sesso quando ha smania d’amore
il corpo luce, nel suo volere solo giustizia.
Questo è il viaggio
affondo la mia coda maestosa ora che è sera.
Io sono Moby Dick, l’innocente
vado a prua.

Massimo Botturi

Published in: on dicembre 4, 2017 at 07:21  Comments (3)  

Semplice

In questa cittadina occidentale vivo.
In giorni in cui il colore è monotono
rappreso. E le notizie certe si mostrano arancione:
quattro minuti al quindici o al tre. Verso là fuori
ai palazzoni degli sfrattati, ai nuvoloni
sui campi di magnesia ed ortica.
Qui io vivo, precisamente a qualche chilometro
e, credete, a volte cambia tutta la storia
e i paletot, le feste con i fuochi di sabato.
Qui vivo, col porto d’armi dei macellai
capanne in frasche, e capannoni un tempo abitati.
A volte il gelo, che fa brillare l’erba che sembra un’officina
una gioielleria di liquami. In occidente
dove s’invecchia prima del tempo, sempre presi
dalle centrali elettriche o il gas, dal partorire
dei gatti e foglie nuove ogni anno.
Eppure godo, sento le gambe fredde alle donne
e le consolo, vivo bene, dove l’amore è uguale e universo
stesso sangue, respiro, facce da funerale
se getta via i tuoi fiori e ritorna da mammà.
Un occidente fatto di labbra, introspezioni
di gratta e vinci e sedie anatomiche, di auto
che vanno sole ai propri parcheggi. Vivo qui
dove mia madre ama i suoi preti, babbo l’orto
i pomodori come le tette di una balia
il verde disgregato al prezzemolo, la terra.
Vivo nei tuoi pensieri alle volte, tutto intero
paure e altri dolciumi compresi. E me ne vanto
perché c’ho dentro il blu ed il cobalto
il rosso anguria, il giallo dei limoni cresciuti sul balcone
il nero dei tuoi anfratti d’amore. Tutto quanto.

Massimo Botturi

Published in: on novembre 20, 2017 at 07:25  Comments (1)  

Toglietevi il cappello

Toglietevi il cappello, diceva.
Se entrate in una chiesa o in casa del defunto.
Toglietevi il cappello davanti all’erezione
del giglio o del gran fiore di sé:
se è primavera, e cadono le foglie, la neve
i caseggiati, sostituiti interi da marmi più pregiati
da scritte del liquore fasullo o d’alta moda.
Toglietevi il cappello quando la donna arriva
e a filo d’acqua mette le ascelle
il nudo enorme, la tavolata dei sentimenti
bianca in mezzo, come una corsa aggiunta dei tram
la mano amica, sull’inguine invasato di grazia.
Via il cappello, il broncio
e le scommesse perdute di salute;
quando ti conta su qualche cosa dell’infanzia
dei primi appuntamenti e dei tacchi innaturali
del petto esuberante mostrato ad un dottore.
Toglietevi il cappello quando comincia il giorno
e fa il caffè per due da una vita, si rilassa
guarda di fuori un’isola impropria
e pare pianga, le sette fiasche della sfortuna.
Voi l’amate.

Massimo Botturi

Published in: on novembre 8, 2017 at 07:10  Comments (2)  

Il colore del grano acerbo

Prima che tu vada via
che crolli il mio palazzo di miele
prima ancora, che non ricordi più
dove mettere le mani;
fammi dormire un’ora sul corpo d’acqua pura
nel tuo rifugio senza una foglia, una formica.
Regalami quel bacio impudente che commuove
la piazza delle tre a ferragosto
il tuo negozio, di fiori comperati e volati.
Fatti bella
se puoi di più di quando sei uscita, quella volta
dal nostro albergo pieno di autisti.
Prima ancora.
di quando dentro un treno fingevo di guardare
a tutta la campagna di riso, per cercare
il punto del ginocchio riflesso
e dopo il seno.
La tua somma d’età è un censimento, un segnalibro
un calendario pieno di eroi;
è bianca, e verde
come la calce del sentimento
è spiga acerba.

Massimo Botturi

Published in: on ottobre 24, 2017 at 07:29  Comments (2)  

Luminosa

Non te l’ho detto mai
ma somigli ai miei canali.
Alle scritte sopra l’acqua che invitano le capre
i musi bene attenti nel bere; i miei respiri
tra la corrente azzurra che lecca sopra i fianchi
e i lombi un tempo giovani e belli.
Non l’ho detto, non te l’ho detto mai
che somigli alle mie mele.
Selvatiche nell’orto d’infanzia
piccoline; tra il rosso labbra piene d’amore
e il giallo terra.
Non te l’ho detto mai che sei tavolata estiva
tovaglia bianca piena di brise
e poi di uccelli
che spingono la luce fino all’estremo nord.
Non te l’ho detto mai che sei bosco di nocciole
un numero d’inverno in rubrica, il fontanile
che a volte dentro gli occhi pareva di toccare.
Non te l’ho detto mai
che sei nuda di peccati.
Fino alla ascelle e giù, sopra i seni
sull’addome, e il ricciolo precoce
cucito in ombra pura.
Che mai io t’ho veduta in quei luoghi aperti a Dio
eppure di magnolia ti so, di spago e seta
la seta che fa ricca la fabbrica e la donna
quando giù in piazza passa ad accendere i cantoni
veloce come fiamma, più esperta
luminosa.

Massimo Botturi

Published in: on ottobre 10, 2017 at 07:18  Comments (2)  

Pirati

Maria era sempre incinta.
Gridava come i corvi tra gli alberi
a noi tutti, venuti a far la conta
in quell’angolo di casa
da dove usciva odore di arrosto, e rosmarino.
Le ho vedute
le isole ancorate più a largo di Milano
i caseggiati mezzi scrostati, e poi i ponteggi
mangrovie dove uomini nudi vecchio Sud
tingevano le mura di cielo.
Ho visto i mari
i suoi caleidoscopi nel pozzo
e seppellito, nel cuore di un’amica la mappa del tesoro.
Son stato capitano di spada e di robinia
spesso solo, fino al tramonto d’ogni speranza
d’ogni indugio.
Ho fatto buona pesca di api e di mosconi
in laghi di mastelli di zinco. E avuto figli
sparati per il mondo come rondoni bianchi.
Ho amato donne in porti d’Oriente
e seta, e spezie
catene per remare fino alla consunzione.
Amanti più segrete di me, e ne ho goduto
piangendole svuotando le tasche ai poliziotti
a certi mal mostosi viziati di città
venuti per vedere noi poveri, Pirati.
Bendati alle brutture del mondo
generosi, quando si tratta di fare tardi.
Ho avuto male
dissenterie da dodici mesi, febbri gialle
ragazze azzurre senza mutande
preti e ostie; timore solamente di Dio
e di morte scura. Quella che prese Peppino
un dì di marzo
dopo aver tanto tossito e poi pregato
che mamma lo venisse a pigliare.
Si, vi giuro
vi giuro che ho condotto anche io grandi velieri
nel ventre di un cortile assolato dell’infanzia.

Massimo Botturi

Published in: on settembre 27, 2017 at 07:06  Comments (3)  

Libera – Elogio della poesia

La mia amante ha una chitarra in groppa
la suona all’orinale d’ardesia sotto il letto;
quando la notte è fiacca di spinte
e alla finestra, rimane impresso come un patibolo
od un geco.
L’amante mia ha le pietre del giorno tra le dita
i piedi divenuti faine, il dente d’oro
ficcato tra l’ogiva dei baci e il pentimento.
L’amante mia ha uno strascico in seta, il culo sodo
un albero che origina frutti per dorsale.
Ha un’orgia di capelli sul pergolato, anelli
sposati a dei capezzoli bruni, grandi, dolci
spinosi quando è tempo di semina e stan ritti
contro gli uccelli del malaugurio.
La mia amante
mi chiava e resta vergine sempre, mi condanna
e chiude fuori porta come uno che ha peccato.
L’amante mia è sacrilega e porca, puzza d’aglio
di vino messo in frigo, svanito
è capricciosa, piange le sette fiasche e mi stira le camicie.
Si lascia tra le mani il sapore sfegatato
di quando s’è cercata il piacere.
La mia amante, non sa che è la mia amante
ma le dichiaro il falso, e torno alla mia casa ogni volta
testa alta.
L’amante mia è una fata ubriaca, agita in aria
la sua bacchetta fatta di spago e liquerizia;
ci prova a far fiorire un disastro, l’eccellenza
in questa testa preda dei flutti. Ama dormire
un poco prima e dopo l’amore, è in costruzione
come la vanità di chi scrive e non sa nulla
della sua libertà ben nascosta, della pena
con cui è costretta a vivere, eterna, dentro libri
soffitte e biblioteche ammuffite.
La mia amante
è una scultura senza cavalli e senza spada
ci cagano i piccioni l’inverno
e anche gli idioti, gli indifferenti al fatto
che tutti siamo uguali, tremendamente soli
cadenti, affascinati, nel nostro misurarci le ali
come un gioco.

Massimo Botturi

Published in: on settembre 14, 2017 at 07:08  Comments (4)  

Inventario

Valeva bene dirlo, insistendo, tutto vero.
– Devi imparare un mestiere e non sei solo
non hai che da raccogliere pane
una famiglia, qualcuno che ti pensi da vecchio.
Un bel mestiere, magari da studiato
mani pulite sempre. I soldi per i denti malati
per il mare, d’inverno
al piccolino, che gli fa bene l’aria.
La vita è cento metri ad ostacoli, carogna
un orto con tempeste e sementi, terra grassa
e sfinimento nel rivoltarla.
Non so mica
se abbia fatto il giusto in sto tempo, ci ho provato
goduto di quei gomiti al fianco degli amici;
frustato il corpo quando era nudo, ed elevato
nell’Odissea che è amare una donna.
Ho intriso il dito
nella semplicità di una ragazzo che ha paura
nell’uomo con la lente sui libri
nel Signore, ma ad ore fuori d’ogni sospetto.
Ho atteso sempre
d’avere più coraggio e parole, una corriera
un treno e l’ora d’aria dei Cine.
Ho atteso te, le tue sentenze sulla salute
sulle gambe, su quanto sei pulita nel sangue.
Adesso ho sonno
e voglia che qualcuno mi tiri un po’ le tende
mi legga venti righe di Yourcenar
mi baci.

Massimo Botturi

Published in: on luglio 27, 2017 at 06:52  Lascia un commento  

Il tempo

Il tempo è un vandalo
martello e cattiveria;
indugia sui ginocchi come se avesse mille
che dico, centomila suoi anni e pochi giorni.
Ti scaraventa a terra come l’amico dolce
d’infanzia dietro i prati di casa, poi fa pace
disegna sulle palpebre libellule e fastidi
prepara la tua terra per semi d’oleandro
per grano saraceno e l’avena più sottile.
Il tempo c’ha il motore truccato, a tratti frena
in altri fa la pietra che rotola, ti ammazza
mettendoti davanti una donna che c’ha voglia.
A volte fa dei buchi nel muro per i quadri
a volte i quadri stessi e li espone al pregiudizio.
Il tempo è un lazzarone con venti mani in tasca
ti ruba le monete del latte, ride forte
del tuo fastidio al vino mediocre, al cibo sfuso
ti fa venir la gobba dove c’avevi il meglio
il libro delle dolci carezze, quelle spalle
che hanno portato i figli a vedere i fuochi al lago.
Ma il tempo perde sempre
se dormo sul tuo seno, come tra i fiori nuovi di prato
e lasci fare.

Massimo Botturi

Published in: on luglio 15, 2017 at 06:52  Comments (5)