Rumore di fondo

Mi chiedi sempre cos’è che spinge l’acqua
in brevi salterelli fino alla riva
e ai piedi.
Mi chiedi quello che non conosco
il volto al vento, le dita piccoline dell’aria
e lo sai bene. Ma è tenero ti finga quel poco ragazzina
così, per farti fare una corte sempre nuova.
Perché da quella volta hai cambiato faccia e vita
ti sei riempita tutta di efelidi e peluria.
Sei stata bene fino ai cinquanta.
Vieni, dunque
a chiedermi le cose minuscole e importanti
e quelle gigantesche senza risposta alcuna.
Mettiti bene di fronte a questo sole
voglio l’incendio a navi nemiche; ché sei lente
a te attraverso vedo la Storia fatta insieme.

Massimo Botturi

Published in: on giugno 15, 2017 at 07:46  Comments (5)  

Salviamo i bambini

Qui, sopra la collina lunare, siamo vivi
ed esaliamo venti respiri ad armi pari;
desideriamo farvi sapere che la morte
è un candelabro sporco la notte del blackout
un osso di gallina piantato nel deserto
e la poesia un fucile per fanti.
Qui, in pianura, l’odore di città è cento erbe
i treni lupi, e le tabaccherie fanno a turno a stare chiuse
domenica e festivi compresi.
C’è la banda, il prete col pinnacolo rosso
e funerali. Nell’aria il fumo denso dei diesel
grano a sciami, e uccelli dal candore irrisolto.
E ancora noi
mischiati a tanto darsi da fare
qui, Shangai, Bombay, Palermo ed ogni città.
Qui siamo noi, bambini proletari con stecchi di bambù
giochiamo a nascondino, a dividerci il Brunei.
Qui nelle intercapedini d’armadi finto tek
sostiamo sui binari come gli uccelli blu
guardando a quei fanali d’argento in cecità
d’ingenuità perduta e costanza a dire NO.
Qui tra i camminatoi delle fabbriche, nel Bronx
vicino all’Esselunga della periferia;
col moccio sui polsini da zingari, e il grisù
dei nonni da mandare a memoria.
Siamo noi
fantasmi predicati senza lenzuola, noi
che non abbiamo niente da perdere.
Noi, stop.

Massimo Botturi

Published in: on maggio 29, 2017 at 07:05  Comments (4)  

Via Villoresi

Questa che fu la casa di Lazzaro e di pena
trema alla stessa maniera, prima ancora
che giunga quel fanale di nebula del treno
su dalla curva dove fa due la strada in ferro:
di là la snaturata riviera, qua per monti.
Passando tra cortili di ragazzine scese
a far saluti col fazzoletto, e poi tornate
a diventare donne con gli alberi dell’orto.
Ha preso quel colore dei nasi rosso vino
degli ubriachi di nostalgia, di tosse forte
e pare, per i muri, che il piangere l’accechi
con righe d’acqua dalla finestra.
Tu là stavi
davanti al Papa in televisione, tutta presa
da me che avevo un ciclo ormai vecchio, senza luce
il fiato ancora grosso dal pedalare forte
per arrivare prima di tutti, e di tuo padre
buon’anima che nulla poteva in nostra vece.
Poiché l’adolescenza è più furba, è come il lupo
che bagna il suo mantello alla luna
e nulla teme.

Massimo Botturi

Published in: on maggio 10, 2017 at 07:49  Comments (6)  

Nove vite

Avessi nove vite come i gatti
ci metterei più tempo a esordire con l’amore
imparerei ad avere i migliori, i voti alti
del come fare a giungere a te con testa e corpo;
dosando la saggezza dentro la lingua amara
e cestinando tutti gli errori con le mani.
Se avessi nove vite come i gatti
terrei le prime tre al materasso degli incontri
per dedicarle al bel cigolio che fa di notte
quando per troppa saliva al basso ventre
gli amanti fanno cose da matti.
E poi la quarta
la doserei ad ognuno che ho perso, come il pane
una moneta d’anima e aria. Tutte l’altre
ancora non ci ho fatto pensiero
ma, credete, c’è un mondo là di fuori che merita rispetto
fotografie e scritture nei secoli.
C’è gente
uguale a me che vuole un abbraccio
una parola, una semplice carezza
come si fa coi fiori, con gli alberi che volano via
con te che dormi.

Massimo Botturi

Published in: on aprile 23, 2017 at 06:51  Comments (2)  

Margini

Vengo da un posto di alberi mai soli
di spazi con le pecore perse
luce azzurra, mattino presto e poi calda miele.
Posti ignoti
ai più che fanno il mondo importante
posti argento, per l’acqua quando scava tra i prati.
Più vicini
di quanto l’apprendista play boy possa pensare
mezzi giusti, per la malinconia di ‘sto tempo passeggero
dove il silenzio sta a capotavola e c’ha il gusto
di fare le mie notti un tamburo di pensieri.
Vengo da un posto di mezzadria, di stalle e vacche
di sogni fatti spesso col tono della voce
di chi va alle osterie per cercare padri e figli.
Vengo da un posto inverno più lungo, ghiaccio ai coppi
dove le rondinelle faticano a volare
e i nuvoloni sono le donne, per noi becchi
che le vogliamo nude guardandole nel cielo.
Vengo da un posto pari e poi dispari, di morra
di giochi con le carte e di limonate fredde
di mani tra le cosce in un auto in piena estate
nascosti sotto un tiglio e spiati dalle stelle.
Da un posto programmato ad uccidere, a salvare
lontano quanto basta dalle città di mare
per non sentirne l’ozio di chi ci fa l’amore;
per non sentire il gusto terribile e affamato
di prendere una vela e scappare chissà dove.

Massimo Botturi

Published in: on aprile 9, 2017 at 07:34  Comments (5)  

Ballata di marzo

Tra il paletot e la tua riga di rossetto
c’è una faccetta febbre dei tigli, ala di gallo
la limonaia in pieno d’estate.
C’è un aliante
un pezzo della Francia e una bambola di pane.
C’è un uccello, una colomba in cerca d’amore
un davanzale, di grate e di fioriere coperte.
Un ché di marzo, da poco cominciato
e già pieno d’invenzioni. Di sole sulle spalle
e di pioggia ballerina.
C’è un’ora di scommesse in un parco, dietro siepi
il gusto di pistacchio nel cono tuo da due;
il libro delle belle maniere preso ieri
rubato da una gazza domani.
C’è l’istante, la femmina che elettrica gode
e che produce
dall’acqua l’erezione dei seni.
C’è la sete
il debole respiro di quando dormi, il vento
da Procida alle isole greche. C’è il progresso
la civiltà che ha gusto per l’arte; una scultura
che parla le due lingue dei gatti.
La natura
che porge il frutto e lenta si nuda. Il mio toccarti
parola dopo santa parola, come niente
potessero distanze e stagioni. Un ché di marzo
che fa la spuma al tratto dei porti, soffia
placa, ti spettina e neanche ti accorgi, un alleluia.

Massimo Botturi

Published in: on marzo 25, 2017 at 07:10  Comments (3)  

L’odore di una donna

L’odore di una donna è il cavallo fuori Troia.
E’un legno che non brucia e non porta inganni
è un pacco, recapitato da un ragazzino
primo pelo
impiego stagionale per fare quattro lire.
E’ il modo suo che ha per accendere stazioni
biglietterie per vincere viaggi, o per restare
la schiena sulla pianta dei padri
e intorno foglie.
L’odore di una donna è la tiratura prima
notizie mica sempre felici, voglia poca
di andare a lavorare e poi stare via le ore.
L’odore di una donna lo scopri piano piano
è un lupo che si acquatta tra i seni
è odore forte, sa di periferie cementate, di fioriere
di drogherie e salami in cantina, aceto e sangue.
Sa della spugna in bocca di Cristo, di caverna
di fiume sotterraneo e cappotti in naftalina.
L’odore di una donna è un cappello per l’inverno
la grazia che ti lava il coppino e fuori è mondo
spericolato fino alla notte.
E’ un pungitopo
che metti sulla porta nei giorni di Natale
è tutto quello che si è fumato, che ha bevuto
ricorda il sesso appena scoperto, tiene rabbia
ma anche le violette del parco.
Tiene duro, fa il miele in vasi di terracotta
tiene schifo, degli uomini col cuore slavato
dei furfanti, i ladri di carezze senza teoria del dono.
L’odore di una donna ti siede accanto e ride
ti fa le fusa come una gatta quando vuole
rifiuta la ragione della sottomissione, si da
con gambe larghe soltanto se ti vede
la verità che è oltre la bocca, le parole
il belvedere di una camicia. Crea e disfà
il tutto in sette giorni contati, come Dio.

Massimo Botturi

Published in: on marzo 10, 2017 at 07:04  Comments (4)  

Acqua dalla luna

Acqua dalla luna
invece dei miei soliti fiori in carta velo.
La porterò alla fine di un viaggio immaginato
sul filo del telegrafo insonne, un piede solo
mi basterà a percorrerlo indenne.
Acqua salmastra
di villeggianti scesi in inverno, un poco amara
e rarefatta fino a puoi berla.
Acqua di luna
vicina alle promesse di un padre manovale
alle sue feste Cristo comanda, alla sua assenza.
Vicina a quelle donne con il foulard marrone
sui motorini in strade statali, andate tutte
a farsi via le mani a un telaio.
Acqua di luna
vicina alle calzette di Paola sul balcone
a venti foglie uccise ai gerani per chiamarmi
farsi guardare su alla ringhiera e poi scalare
i metri d’aria fino al suo corpo.
Acqua di luna.
Rimane sulle dita di chi la sa vedere
di chi ha capito il gusto segreto nel palato
di certe lingue in baci d’assurdo
baci lunghi, precipitosi e poco consueti.
Acqua di luna
per la fotografia da lavare, per il mago
che nel cilindro ha mille conigli e un tuo messaggio
una spinosa voglia di rose per l’amore
d’avermi accanto come l’afrore, verso sera
dei gelsomini in piena carriera.
Acqua di luna.

Massimo Botturi

Published in: on febbraio 25, 2017 at 07:48  Comments (2)  

Bianca

A impararle giuste
le mani fredde avrebbero pace
frasi lunghe.
Ché ci si abitua piano al dolore
al peso grave, di un’esistenza occhi negli occhi
di una donna, che spezza il vetro delle visioni
e pianta in terra, i semi del far luce e degli anni.
A pensar bene
me le terrei vicine alla bocca, come i bimbi
che addestrano la neve alle loro circostanze
facendone sculture di gioia e d’innocenza.
Le metterei alle tempie per le febbrate alte
per dirmi la presenza di te, quando vai via
e t’addormenti come morissi
poco a poco, sciupata nel tuo peso perduto
smunta
bianca.

Massimo Botturi

Published in: on dicembre 15, 2016 at 07:48  Comments (1)  

Il volatore

Un giorno mi alzerò, come adesso, ma diverso.
Mi leccherò le ali cresciute nottetempo
e proverò a cantartene una:
una nidiata
una vetta all’Himalaya, o sulla torre Eiffel.
Farò le giravolte che ho visto ai rondinini
per annusare il tuo sottotetto;
o andrò a ponente
dove le donne nude non hanno più vergogna.
Mi scoprirò un eccentrico mago, equilibrista
l’adoratore senza regali del tuo seno.
Un giorno sveglierò il vento caldo, e con sgambetto
ti leverò la gonna di mezzo. Sarai bella
come i respiri alti d’Islanda, come il Cile
la costa di Sardegna e l’azzurro delle grotte.
Un giorno mi alzerò, come adesso, ma diverso
non ci saremo più tu ed io, forse più niente
soltanto le parole che disperato elusi
una calligrafia niente facile, un amore
mai morto per davvero
un grande volatore.

Massimo Botturi

Published in: on dicembre 6, 2016 at 07:07  Lascia un commento