Ho sempre usato mille parole elementari

Ho sempre usato mille parole elementari
ma con monastica cura dei dettagli
l’ossigeno più denso alle mani. Non per scelta:
è l’ignoranza bella e un po’ ingenua a farmi nudo
la stringa che si slaccia nel mentre corro. E il fatto
che per pigrizia ho chiuso questi occhi sopra i libri
per dedicarli sempre alle nuvole. Pensieri
ne ho tanti e complicati fin troppo, ma è col palmo
che tocco te se me lo permetti, e leggo il mondo
la tua pepita via nel petto. E con la bocca
assaggio l’intuizione del nudo, la confermo
e volo sopra il fiore più aperto come scritto
nei secoli di regole semplici, incorrotte.
Ho sempre usato mille parole elementari
cortecce di magnolia e orecchini di ciliegie
la barba del granturco per riderci l’un l’altra;
la schiena sulla terra di quando sono esausto
e guardo il cielo in cerca di onde, di balene
di ninnoli da metterci il dito. E tu capisci
arrivi prima d’ogni giuria, d’ogni sospetto
prima dell’osso di seppia e del cantore.
E unisci le tue mani alle mie
forse è poesia.

Massimo Botturi

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Published in: on giugno 18, 2018 at 07:44  Lascia un commento  

Il modo più bagnato di salutarti intera

Un bacio non ha etnia, né materia
è incontro/scontro.
Il labbro superiore vestito per la cena
e quello sotto nudo d’Adamo.
E’ un cervo in ombra
un tordo sopra il ramo di tiglio, è il tuo coraggio
di attraversare a nuoto lo stagno fino al borgo
all’erba marzolina che si risveglia antica.
Un bacio è un cacasotto che prende la sua mira
e fa l’uccello per un istante, è una saetta
che attraversato il fango si infila nella terra
ribalta le sottane del cielo, la fa sua
con tenerezza o argilla di vene.
E’ duro a volte
si lancia contro i denti con piglio militare
fa diventare duri i capezzoli e li chiama.
Un bacio è un pentagramma per flauto ed ocarina
per l’aria nei pertugi della benedizione
è prima delle mani e delle parole oscene
è il modo più bagnato di salutarti intera.

Massimo Botturi

Published in: on giugno 5, 2018 at 07:45  Comments (3)  

Soltanto un po’

Magari un’azalea, di trenta che ne hai
un fiore preso al supermercato, un altro in più.
Suonare il campanello dove ho vissuto te
le piogge di una Rho più indecente tempo fa
la puzza di miscela in garage con il Merlot.
Si dice che la mamma non la si scorda mai
ma quando si sta in piedi da sé non ce n’è mai
di tempo per contarsela su, non ce n’è mai
biglietti per un Cine e Nazzari.
Mamma, sai, è come si nascesse due volte, o forse tre.
La prima conta solo la tetta, la magia
di un mondo dove tutto è già pronto, un bel bijou.
Ma poi è venuto un tempo senza capelli, e noi
minuscola in un letto che non facevi tu;
un tempo di due pugni di riso messo là
in un vassoio senza poesia. Un tempo noi
cinquanta due e più anni da crederci e far via
come le brise sulla tovaglia. Mamma, sai
tirarti fuori è stato restituirti un po’
dell’uomo visto sempre andar via
soltanto un po’.

Massimo Botturi

Published in: on maggio 25, 2018 at 07:19  Comments (1)  

Io sono te che ritorni

Un uomo, a questa età
dovrebbe avere muli e cisterne, non credete?
Un piccolo grembiule di cuoio, ed un martello
la forca e gli strumenti per fare su una casa.
Dovrebbe avere un pezzo di terra, anche due metri
qualcosa da lasciarci su scritto.
Mica io
che ho fatto della penna il mio fascio di roselle
il più tenero regalo per arrivarti in cuore;
per poi posarmi come un uccello sui tuoi fianchi
beccare qualche grano di miglio tra i tuoi peli
e ricordare più come vola, a uno spavento
l’astuto e il mattiniero grifone.
Mica io
che ho gli occhi sulle vene del campo e annuso l’acqua
la sera dei dispetti e di poche situazioni.
Che aspetto quattro giri di chiave per puntare
il dito a quel tuo letto già caldo
e dirti, t’amo, perché sei piccolina
adesso che la vita, ti ha masticato tutta
come una mela prima.

Massimo Botturi

Published in: on maggio 12, 2018 at 07:33  Comments (1)  

Libri di foglie che volano

Questi budelli di acqua, terra molle
e rose le cui spine palpeggiano i confini.
Questi presagi di tempo e schiene rotte
di piccoli animali in boscaglie senza eguali.
Questa mia landa d’accessi un po’ musoni
di gente dai dialetti foresti, questi spazi
dove gettare il pensiero e farne uccello:
pignolo testa bassa sui solchi e sulle crepe.
Questi canali più stretti e tumefatti
libri di foglie che volano, incapaci
d’uccidere bellezza ed orgoglio. Questo tempo
che lento si è posato sull’erba, e sulla pelle
facendone una stola di mandorli. Il mio tempo
tra queste mura e i baci di babbo, i pianti zitti
di mamma mentre legge i suoi conti.
Questo legno, che zuppo di brinate mi scheggia il cuore
e il canto. Questa mielosa cagnara del mattino
che chiude imposte e tace le sveglie.
Eccomi dunque, salute cose amate
miei cari tutti e vita più agile
io vado, ad occhi aperti incontro alla luce
quella accesa, il giorno che dall’utero donna venni al mondo
lasciando il guscio d’uovo e conchiglia in un ospizio
in metri due di sabbia e acqua cupa.
Questa è l’ora; sento gridare giù in strada le monete
la gioventù risorta e immortale. A loro il vanto
e l’onere di erigere case, ed alberate
violini per il mare profondo, voli e salti.
Per tutte le creature che vivono, sia bene!

Massimo Botturi

Published in: on maggio 6, 2018 at 07:42  Comments (3)  

Patibolo ai cattivi pensieri

Se la sceneggiatura lo prevedesse, amore
metterei bocca vicino a quel tuo orecchio
luogo di tedio e teatro, e di lussuria.
Verrebbero parole di luce e di crepaccio
di zoccoli sui sassi e sentieri sotto l’erba;
verrebbero parole di Genova di notte
di mare tempestoso e di te, scoperta ancora
come un’America nuda là poggiata
coi seni sui gerani e la sigaretta a lato.
Mezza ubriaca di acqua minerale
di ustioni al sole primaverile. Un tono sopra
le gronde e gli uccellacci sui tetti
ed uno sotto, alla saggina scossa degli alberi.
Il più giusto
che faccia come l’olio nel tempo dei malati
consolazione e dopo accensione, lingua e verso
patibolo ai cattivi pensieri
forse gioia.

Massimo Botturi

Published in: on aprile 27, 2018 at 07:02  Lascia un commento  

Sono donne

La donna bussa forte, le sette di mattina
toglie le scarpe e sciarpa, si mette su un grembiule
in un appartamento finito di pagare:
doppi servizi e legno alle stanze.
Un’altra donna
davanti al suo caffè niente zucchero, annoiata
l’accenno di un sorriso a un rapporto di giornale
che oggi le consiglia le unghie tal colore.
Un’altra donna dieci ore in fabbrica, sei dita
un figlio solo in qualche parcheggio, mezza vita.
Un’altra ancora in qualche salotto, un tè all’inglese
le previsioni un po’ catastrofiche di Borsa
la scelta del paese migliore dove andare
da qualche prestanome a pulirsi i soldi. Un’altra
che prende ordinazioni e ha le gambe gonfie
e dietro, un’altra sui bicchieri e i fornelli sempre accesi.
Un’altra sul tramvai là di fuori, sta leggendo
la parte sua di sogno mancato. E’ un’impiegata
gratifica la sua gioventù con pacche al culo;
ma questo è il suo padrone magnanimo.
E poi un’altra
che sposta di un millimetro il suo calcolo inerziale
decide il prezzo dell’energia con mano stanca:
una nazione quasi allo stremo, l’altra addio.
Un’altra ancora fuori di chiesa, ora è una sposa
sua madre le ha redatto lenzuola e asciugamani;
un’altra là sistema vetrine, ha guanti in seta
per non sciupare stracci da mille euro al capo.
Un’altra fa la fila al mercato della frutta
ha un borsellino e poche monete, un’altra al mare
a fare le sue tette colore delle mele.
Un’altra lava i suoi pavimenti, una è una madre
il fiore poverello che non ha più bandiere.

Massimo Botturi

Published in: on aprile 14, 2018 at 07:15  Comments (1)  

Chiamo mani

Con stessa lingua
io chiamo voi, compagni
sentieri dove ho a lungo giocato
nudo ai piedi, ma più nel cuore ancora incorrotto.
Chiamo voi
origine del canto che porto come scorza
voi alberi coltelli del cielo, acque fangose
chiamo l’essenza del pane ancora verde
il ritmo dell’uccello in avanscoperta, i fiori
tenuti alla placenta di terra.
E chiamo mani, le vigorose a un padre sedotto
mani in marmo, mani di pesco ancora immaturo
nervi e sangue.
Chiamo a raccolta i miei idoli, e i poeti
a farsi ginocchioni di ciò ch’è più fatica
– dormire con la schiena spezzata insegna il verso
lo porta ad attitudini prime.
Chiamo amore, tutta la meraviglia che m’entra
langue, gode. La vanità di un tempo ammansita
forti abbracci,
quell’attimo in cui prendi la via del sonno duro
ma ancora il piede cerca l’origine, il tuo vero.

Massimo Botturi

Published in: on aprile 4, 2018 at 07:31  Comments (3)  

Io amo voi

Vi lascio questa terra vilipesa, i fiumi color sangue.
Vi lascio un posto dove segnarmi, nome e anni
la cenere del quarto mio cane, le sue ossa.
Vi lascio un cielo d’aquile fragili, di pioggia
di numeri e stagioni riprese. Qualche sasso
e un seme di susina ed avena, l’acqua chiara
del volto di una madre da giovane; il suo piede
il più agile alle piazze nei giorni dei cortei
e quello delle vecchie abitudini, del passo
accorto e calcolato sui monti fatti neve.
Vi lascio la mia musica come si lascia il pane
sul tavolo dai mille colori, la mia sedia
un piccolo cuscino di perle e di paillette
la gatta mentre cerca la via, la vastità
di quello che ho mai visto fin qui. Vi lascio, si.
Vi lascio temporali ed idee, balene blu
un attimo di vita in replay, le amiche mie
le loro biciclette piantate come gres
vicino alla stazione dei tram. Vi lascio, si
un sandalo e una stringa al cortile dei suldà
certe ringhiere fatte di aria di quassù
gerani a fior di pelle, e foglie, rataplan.
Vi lascio questa luna metallica, un cliché
ottanta stelle morte e splendenti, libri
gru, con una zampa sola nel lago del Brunei.
Vi lascio una carriera modesta, un’Osteria
divano letto pieno di lividi, un po’ beige
e un po’ colore ho fatto l’amore. Lascio, si
saluto e faccio lingua da idiota, io amo voi.

Massimo Botturi

Published in: on marzo 20, 2018 at 06:53  Comments (1)  

La notte sei talmente vicina che mi manchi

La notte è un giglio triste
una gazza, una feluca.
La notte ha le mie vertebre nude
il mio disagio, il fumo di chi aspetta l’amore.
Ha due candele, le chiama stelle e fa la romantica
ma bara!
La notte ha carte per le canzoni
per star solo, davanti a una barista dal seno prosperoso
ed un bicchiere unto d’inverno e di furbizia.
La notte sei talmente vicina che mi manchi
sorridi a qualche d’uno sognando chissà cosa
poi urli come gli alberi nani sotto il vento;
e torni al nulla fosse, come fa un pesce al mare.
La notte è delinquente e ribelle, è fannullona
disoccupata come le strade, senza niente
di sotto perché ama l’amore, quello tosto
pericoloso e incline all’acerbo.
E’ una chitarra, un tovagliolo bianco
col bacio di un rossetto. La notte è miserabile e ricca
è un sasso tondo, scagliato sullo stagno dei sogni
e tu respiri, come temessi il peso dell’ultimo
vai a fondo, come le trame in certi romanzi
oscuri e matti, anarchici come le carezze
come il nudo.

Massimo Botturi

Published in: on marzo 7, 2018 at 06:54  Lascia un commento