Luminosa

Non te l’ho detto mai
ma somigli ai miei canali.
Alle scritte sopra l’acqua che invitano le capre
i musi bene attenti nel bere; i miei respiri
tra la corrente azzurra che lecca sopra i fianchi
e i lombi un tempo giovani e belli.
Non l’ho detto, non te l’ho detto mai
che somigli alle mie mele.
Selvatiche nell’orto d’infanzia
piccoline; tra il rosso labbra piene d’amore
e il giallo terra.
Non te l’ho detto mai che sei tavolata estiva
tovaglia bianca piena di brise
e poi di uccelli
che spingono la luce fino all’estremo nord.
Non te l’ho detto mai che sei bosco di nocciole
un numero d’inverno in rubrica, il fontanile
che a volte dentro gli occhi pareva di toccare.
Non te l’ho detto mai
che sei nuda di peccati.
Fino alla ascelle e giù, sopra i seni
sull’addome, e il ricciolo precoce
cucito in ombra pura.
Che mai io t’ho veduta in quei luoghi aperti a Dio
eppure di magnolia ti so, di spago e seta
la seta che fa ricca la fabbrica e la donna
quando giù in piazza passa ad accendere i cantoni
veloce come fiamma, più esperta
luminosa.

Massimo Botturi

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Published in: on ottobre 10, 2017 at 07:18  Comments (2)  

Pirati

Maria era sempre incinta.
Gridava come i corvi tra gli alberi
a noi tutti, venuti a far la conta
in quell’angolo di casa
da dove usciva odore di arrosto, e rosmarino.
Le ho vedute
le isole ancorate più a largo di Milano
i caseggiati mezzi scrostati, e poi i ponteggi
mangrovie dove uomini nudi vecchio Sud
tingevano le mura di cielo.
Ho visto i mari
i suoi caleidoscopi nel pozzo
e seppellito, nel cuore di un’amica la mappa del tesoro.
Son stato capitano di spada e di robinia
spesso solo, fino al tramonto d’ogni speranza
d’ogni indugio.
Ho fatto buona pesca di api e di mosconi
in laghi di mastelli di zinco. E avuto figli
sparati per il mondo come rondoni bianchi.
Ho amato donne in porti d’Oriente
e seta, e spezie
catene per remare fino alla consunzione.
Amanti più segrete di me, e ne ho goduto
piangendole svuotando le tasche ai poliziotti
a certi mal mostosi viziati di città
venuti per vedere noi poveri, Pirati.
Bendati alle brutture del mondo
generosi, quando si tratta di fare tardi.
Ho avuto male
dissenterie da dodici mesi, febbri gialle
ragazze azzurre senza mutande
preti e ostie; timore solamente di Dio
e di morte scura. Quella che prese Peppino
un dì di marzo
dopo aver tanto tossito e poi pregato
che mamma lo venisse a pigliare.
Si, vi giuro
vi giuro che ho condotto anche io grandi velieri
nel ventre di un cortile assolato dell’infanzia.

Massimo Botturi

Published in: on settembre 27, 2017 at 07:06  Comments (3)  

Libera – Elogio della poesia

La mia amante ha una chitarra in groppa
la suona all’orinale d’ardesia sotto il letto;
quando la notte è fiacca di spinte
e alla finestra, rimane impresso come un patibolo
od un geco.
L’amante mia ha le pietre del giorno tra le dita
i piedi divenuti faine, il dente d’oro
ficcato tra l’ogiva dei baci e il pentimento.
L’amante mia ha uno strascico in seta, il culo sodo
un albero che origina frutti per dorsale.
Ha un’orgia di capelli sul pergolato, anelli
sposati a dei capezzoli bruni, grandi, dolci
spinosi quando è tempo di semina e stan ritti
contro gli uccelli del malaugurio.
La mia amante
mi chiava e resta vergine sempre, mi condanna
e chiude fuori porta come uno che ha peccato.
L’amante mia è sacrilega e porca, puzza d’aglio
di vino messo in frigo, svanito
è capricciosa, piange le sette fiasche e mi stira le camicie.
Si lascia tra le mani il sapore sfegatato
di quando s’è cercata il piacere.
La mia amante, non sa che è la mia amante
ma le dichiaro il falso, e torno alla mia casa ogni volta
testa alta.
L’amante mia è una fata ubriaca, agita in aria
la sua bacchetta fatta di spago e liquerizia;
ci prova a far fiorire un disastro, l’eccellenza
in questa testa preda dei flutti. Ama dormire
un poco prima e dopo l’amore, è in costruzione
come la vanità di chi scrive e non sa nulla
della sua libertà ben nascosta, della pena
con cui è costretta a vivere, eterna, dentro libri
soffitte e biblioteche ammuffite.
La mia amante
è una scultura senza cavalli e senza spada
ci cagano i piccioni l’inverno
e anche gli idioti, gli indifferenti al fatto
che tutti siamo uguali, tremendamente soli
cadenti, affascinati, nel nostro misurarci le ali
come un gioco.

Massimo Botturi

Published in: on settembre 14, 2017 at 07:08  Comments (4)  

Inventario

Valeva bene dirlo, insistendo, tutto vero.
– Devi imparare un mestiere e non sei solo
non hai che da raccogliere pane
una famiglia, qualcuno che ti pensi da vecchio.
Un bel mestiere, magari da studiato
mani pulite sempre. I soldi per i denti malati
per il mare, d’inverno
al piccolino, che gli fa bene l’aria.
La vita è cento metri ad ostacoli, carogna
un orto con tempeste e sementi, terra grassa
e sfinimento nel rivoltarla.
Non so mica
se abbia fatto il giusto in sto tempo, ci ho provato
goduto di quei gomiti al fianco degli amici;
frustato il corpo quando era nudo, ed elevato
nell’Odissea che è amare una donna.
Ho intriso il dito
nella semplicità di una ragazzo che ha paura
nell’uomo con la lente sui libri
nel Signore, ma ad ore fuori d’ogni sospetto.
Ho atteso sempre
d’avere più coraggio e parole, una corriera
un treno e l’ora d’aria dei Cine.
Ho atteso te, le tue sentenze sulla salute
sulle gambe, su quanto sei pulita nel sangue.
Adesso ho sonno
e voglia che qualcuno mi tiri un po’ le tende
mi legga venti righe di Yourcenar
mi baci.

Massimo Botturi

Published in: on luglio 27, 2017 at 06:52  Lascia un commento  

Il tempo

Il tempo è un vandalo
martello e cattiveria;
indugia sui ginocchi come se avesse mille
che dico, centomila suoi anni e pochi giorni.
Ti scaraventa a terra come l’amico dolce
d’infanzia dietro i prati di casa, poi fa pace
disegna sulle palpebre libellule e fastidi
prepara la tua terra per semi d’oleandro
per grano saraceno e l’avena più sottile.
Il tempo c’ha il motore truccato, a tratti frena
in altri fa la pietra che rotola, ti ammazza
mettendoti davanti una donna che c’ha voglia.
A volte fa dei buchi nel muro per i quadri
a volte i quadri stessi e li espone al pregiudizio.
Il tempo è un lazzarone con venti mani in tasca
ti ruba le monete del latte, ride forte
del tuo fastidio al vino mediocre, al cibo sfuso
ti fa venir la gobba dove c’avevi il meglio
il libro delle dolci carezze, quelle spalle
che hanno portato i figli a vedere i fuochi al lago.
Ma il tempo perde sempre
se dormo sul tuo seno, come tra i fiori nuovi di prato
e lasci fare.

Massimo Botturi

Published in: on luglio 15, 2017 at 06:52  Comments (5)  

Le rondini ritornano a volte

Se non c’è neanche una nuvola, è un cagnaccio
a rinfoltire il cielo legnoso di Milano.
L’assenza è presupposto impossibile qua dentro
tra le officine robotizzate, il mimetismo
con cui le piante grasse scoraggiano le api.
Nella totale efficienza tutto è un mostro
un nervo da scoprire e spezzare
un viaggio a vuoto, per le periferie ormai insozzate.
Tutto quadra
fuorché la privazione del senso, la mancanza
l’amica fatta fuori perché così va il mondo.
Le rondini ritornano a volte, ma non sanno
dei mille e più cannoni rivolti alla bellezza.
Fanno dei giri come di danza, tutte insieme
così che come un velo somigliano, un foulard
perduto da una donna invisibile.
Ti penso.

Massimo Botturi

Published in: on giugno 30, 2017 at 06:52  Comments (6)  

Rumore di fondo

Mi chiedi sempre cos’è che spinge l’acqua
in brevi salterelli fino alla riva
e ai piedi.
Mi chiedi quello che non conosco
il volto al vento, le dita piccoline dell’aria
e lo sai bene. Ma è tenero ti finga quel poco ragazzina
così, per farti fare una corte sempre nuova.
Perché da quella volta hai cambiato faccia e vita
ti sei riempita tutta di efelidi e peluria.
Sei stata bene fino ai cinquanta.
Vieni, dunque
a chiedermi le cose minuscole e importanti
e quelle gigantesche senza risposta alcuna.
Mettiti bene di fronte a questo sole
voglio l’incendio a navi nemiche; ché sei lente
a te attraverso vedo la Storia fatta insieme.

Massimo Botturi

Published in: on giugno 15, 2017 at 07:46  Comments (5)  

Salviamo i bambini

Qui, sopra la collina lunare, siamo vivi
ed esaliamo venti respiri ad armi pari;
desideriamo farvi sapere che la morte
è un candelabro sporco la notte del blackout
un osso di gallina piantato nel deserto
e la poesia un fucile per fanti.
Qui, in pianura, l’odore di città è cento erbe
i treni lupi, e le tabaccherie fanno a turno a stare chiuse
domenica e festivi compresi.
C’è la banda, il prete col pinnacolo rosso
e funerali. Nell’aria il fumo denso dei diesel
grano a sciami, e uccelli dal candore irrisolto.
E ancora noi
mischiati a tanto darsi da fare
qui, Shangai, Bombay, Palermo ed ogni città.
Qui siamo noi, bambini proletari con stecchi di bambù
giochiamo a nascondino, a dividerci il Brunei.
Qui nelle intercapedini d’armadi finto tek
sostiamo sui binari come gli uccelli blu
guardando a quei fanali d’argento in cecità
d’ingenuità perduta e costanza a dire NO.
Qui tra i camminatoi delle fabbriche, nel Bronx
vicino all’Esselunga della periferia;
col moccio sui polsini da zingari, e il grisù
dei nonni da mandare a memoria.
Siamo noi
fantasmi predicati senza lenzuola, noi
che non abbiamo niente da perdere.
Noi, stop.

Massimo Botturi

Published in: on maggio 29, 2017 at 07:05  Comments (4)  

Via Villoresi

Questa che fu la casa di Lazzaro e di pena
trema alla stessa maniera, prima ancora
che giunga quel fanale di nebula del treno
su dalla curva dove fa due la strada in ferro:
di là la snaturata riviera, qua per monti.
Passando tra cortili di ragazzine scese
a far saluti col fazzoletto, e poi tornate
a diventare donne con gli alberi dell’orto.
Ha preso quel colore dei nasi rosso vino
degli ubriachi di nostalgia, di tosse forte
e pare, per i muri, che il piangere l’accechi
con righe d’acqua dalla finestra.
Tu là stavi
davanti al Papa in televisione, tutta presa
da me che avevo un ciclo ormai vecchio, senza luce
il fiato ancora grosso dal pedalare forte
per arrivare prima di tutti, e di tuo padre
buon’anima che nulla poteva in nostra vece.
Poiché l’adolescenza è più furba, è come il lupo
che bagna il suo mantello alla luna
e nulla teme.

Massimo Botturi

Published in: on maggio 10, 2017 at 07:49  Comments (6)  

Nove vite

Avessi nove vite come i gatti
ci metterei più tempo a esordire con l’amore
imparerei ad avere i migliori, i voti alti
del come fare a giungere a te con testa e corpo;
dosando la saggezza dentro la lingua amara
e cestinando tutti gli errori con le mani.
Se avessi nove vite come i gatti
terrei le prime tre al materasso degli incontri
per dedicarle al bel cigolio che fa di notte
quando per troppa saliva al basso ventre
gli amanti fanno cose da matti.
E poi la quarta
la doserei ad ognuno che ho perso, come il pane
una moneta d’anima e aria. Tutte l’altre
ancora non ci ho fatto pensiero
ma, credete, c’è un mondo là di fuori che merita rispetto
fotografie e scritture nei secoli.
C’è gente
uguale a me che vuole un abbraccio
una parola, una semplice carezza
come si fa coi fiori, con gli alberi che volano via
con te che dormi.

Massimo Botturi

Published in: on aprile 23, 2017 at 06:51  Comments (2)