Sogno d’estate

Trapeli un po’ di verde
il limone, il sifone,
il piccolo portone
della pensione,
trapeli il blu,
anche tu
vestita col tuo nudo rosa,
ogni cosa amorosa.
Amore è amore
liscio alla sua foce.
Un’alpe zuccherina,
l’amore è brina.
Che sogno averti vicina
notturna, fresca, sottovoce.

ALFONSO GATTO

Published in: on settembre 24, 2016 at 07:08  Lascia un commento  

Sera di Roma

O grande prateria del cielo, o rosa
decrepita, alle cupole sbandate
del temporale la città furiosa
delle speranze brucia l’estate.

L’odor di Villa Sciarra è autunnale,
piove dal verde muschio dei suoi marmi
sulla spoglia dell’aria con l’uguale
lentezza delle foglie, quasi a darmi

il ricordo dei secoli e dell’ora
vana che splende ai simulacri e all’erme.
Scesa al sepolcro già la terra odora
al suo buio gradito nelle ferme
chiese dove s’annuvola la notte.

E’ come un sogno s’io ricordi il nome
scritto sui marmi scritto sull’oblio,
dimenticato sulle fresche chiome
dei morti che ci dicono addio.

ALFONSO GATTO

Published in: on settembre 13, 2015 at 07:28  Comments (4)  

Le vittime

La storia fosse scritta dalle vittime
altro sarebbe, un tempo di minuti,
di formiche incessanti che ripullulano
al nostro soffio e pure ad una ad una
vivide di tenacia, intente d’essere.

Gli inermi che si scostano al passaggio
delle divise chiedono allo sguardo
dei propri occhi la letizia ansiosa
d’essere vinti, il numero che oblia
la sua sabbia infinita nel crepuscolo.

Dei vincitori, ai ruinosi alberghi
del loro oblio, piu’ nulla.
Rimane chi disparve nella sera
dell’opera compiuta, sua la mano
di tutti e il fare che e’ del fare il tenero.
E’ il nostro soffio che gli crede, il dubbio
di perderlo nel numero, tra noi.

ALFONSO GATTO

Published in: on maggio 2, 2015 at 07:01  Comments (3)  

A mia madre tornando nella casa vuota

Fu in un giorno d’autunno che l’amore
mi disse a lungo che la lunga sera
del parlare tacendo era venuta
a zittire sugli alberi, la muta
eternità specchiava la peschiera
annerita dai boschi, nel chiarore
– visibile per sempre – la tua gota
struggente, il segno della casa vuota.

ALFONSO GATTO

Published in: on ottobre 30, 2013 at 07:07  Comments (3)  

Sera in Valtellina

Addio, povera sera di maggio,
luce dei casolari sino all’alba
grigi di solitudine e di freddo.
Una mucca fa largo a una famiglia
in gramaglie che tutto spera in lei,
è bianca a quei bambini neri, rosa
a quel cielo deserto che la scioglie
come una grande nuvola. La terra
è una vecchia reliquia a chi la porta
tutta la vita sulle spalle invano
per dar seme alla roccia dove l’Adda
corre di gioventù nei suoi colori.

Addio, povera sera che coi lumi
accendi anche il pensiero che sia festa
nelle tue case ove s’aspetta il sonno.
In quest’ultima luce tutto è vano,
ogni grido, e silenzio, ogni rumore.

ALFONSO GATTO

Published in: on giugno 10, 2013 at 07:18  Comments (1)  

Canto alle rondini

Questa verde serata ancora nuova
e la luna che sfiora calma il giorno
oltre la luce aperto con le rondini
daranno pace e fiume alla campagna
ed agli esuli morti un altro amore;
ci rimpiange monotono quel grido
brullo che spinge già l’ inverno, è solo
l’ uomo che porta la città lontano.
E nei treni che spuntano, e nell’ora
fonda che annotta, sperano le donne
ai freddi affissi d’ un teatro, cuore
logoro nome che patimmo un giorno.

ALFONSO GATTO

Parole

“Ti perderò come si perde un giorno
chiaro di festa :-io lo dicevo all’ombra
ch’eri nel vano della stanza – attesa,
la mia memoria ti cercò negli anni
floridi un nome, una sembianza: pure,
dileguerai, e sarà sempre oblio
di noi nel mondo”
Tu guardavi il giorno
svanito nel crepuscolo, parlavo
della pace infinita che sui fiumi
stende la sera alla campagna.

ALFONSO GATTO

Facciata natalizia napoletana

Ai poveri balconi delle case felici

zeppe di strilli, inferme, in alto alle cornici,

ove il cielo dei fili si perde nell’albore

murario delle cupole e nel freddo del cuore,

– e Napoli nell’agro falsetto trova il piglio

grinzoso, la sua matria ridicola di figlio-

di scena è la facciata ove il Natale mostra

i melloni, le sorbe, l’uva dei merletti

di carta, i fichi d’India. (E’ la nomenclatura

del far tutto con cura.) Qui sbiadiva la nostra

fanciullezza pensosa: la stanza, i vecchi letti,

il Vesuvio dipinto sul mare di Bengala.

Era l’aria festiva, era l’aria di tutti,

la porta sulla scala aperta ai pastori

che piangevano i lutti, il bambino che viene

in braccio alle novene.

Era un vederci fuori

di noi, “al vento, al gelo”, per restar dentro, al fiato

di quel primo passato ove albeggiava il cielo.

Ho dipinto un ricordo, il ricordo ha la mano

paffuta di geloni per quel mangiare poco

in mostra sui balconi, ma dipingo per gioco.

ALFONSO GATTO

Osteria flegrea

Come assidua di nulla al nulla assorta

la luce della polvere! La porta

al verde oscilla, l’ improvvisa vampa

del soffio è breve.

Fissa il gufo

l’ invidia della vita,

l’ immemore che beve

nella pergola azzurra del suo tufo

ed al sereno della morte invita.

ALFONSO GATTO

Published in: on giugno 15, 2010 at 07:28  Comments (3)  
Tags: , , , , , , , , , , , , ,