La figlia dei burattinai

Ti è rimasta la brama di verità

e quella di giocare, di fingere.

Chi sei, Giuseppe, oltre quel piccolo

che studiava tutte le sere, ai vetri

della grande veranda con un binocolo

da teatro, le stelle – era il cortile

dei fichi e dei nespoli già tutto

buio, e il pozzo che ti faceva

tanta paura, cancellato.

Che cosa credi, il tempo passa

Ma mica così in fretta come dicono.

Sei ancora lì, che piangi nella cucina

Senza sapere il perché, che guardi

Con una gioia sgomenta quella bambina

– la figlia dei burattinai, che venivano

tutti gli inverni nella tua città

da oltre le montagne, che davano

spettacoli di cavalieri e maghi –

e copri tutte quelle lentiggini

e le sue trecce, di lontano, di baci.

GIUSEPPE CONTE

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Elegia del tempo a Mary

  

Aswan

 

Noi non saremo più quei due

che si abbracciano soli nelle ultime

file di sedie al cinema, che ridono

che si cercano nel buio arcuato dei giardini

sotto le euforbie e gli alberi del pepe

che stanno ore a parlare sulle panchine

azzurre, si carezzano aspettando l’autobus

sotto le colonne delle pensiline.

Non più vasti aquiloni  o pescherecci

isolani ci guarderanno al largo i baci.

Questo passato, come è facile

per noi dire ieri, Mary!

Niente ritornerà, nè le passeggiate

per il corso Roosvelt, nè il vestitino

celeste che le tue gambe magrissime

tagliavano quasi, nè il mio sguardo

geloso, ossessionato. Niente. C’era

un tempio promesso, e non l’abbiamo

cercato. Dove andremo ora?

Non si devono sognare eterni gli amanti.

Eterno è quando il tempo finisce,

quando saremo sconosciuti, lontano.

Ma abbiamo camminato tanto mano per mano!

Non potremo continuare un po’ ancora

per vedere, restando insieme, l’essenza dell’aurora

su una strada che una sabbia di luce spazza 

come quella deserta a Sud di Aswan?

Te la ricordi?

GIUSEPPE CONTE

Published in: on novembre 11, 2009 at 08:20  Comments (3)  
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