Lo stivale

Io non son della solita vacchetta,
né sono uno stival da contadino;
e se pajo tagliato coll’accetta,
chi lavorò non era un ciabattino:
mi fece a doppie suola e alla scudiera,
e per servir da bosco e da riviera.

Dalla coscia giù giù sino al tallone
sempre all’umido sto senza marcire;
son buono a caccia e per menar di sprone,
e molti ciuchi ve lo posson dire:
tacconato di solida impuntura,
ho l’orlo in cima, e in mezzo la costura.

Ma l’infilarmi poi non è sì facile,
né portar mi potrebbe ogni arfasatto;
anzi affatico e stroppio un piede gracile,
e alla gamba dei più son disadatto;
portarmi molto non potè nessuno,
m’hanno sempre portato a un po’ per uno.

Io qui non vi farò la litania
di quei che fur di me desiderosi;
ma così qua e là per bizzarria
ne citerò soltanto i più famosi,
narrando come fui messo a soqquadro,
e poi come passai di ladro in ladro.

Parrà cosa incredibile: una volta,
non so come, da me presi il galoppo,
e corsi tutto il mondo a briglia sciolta;
ma camminar volendo un poco troppo,
l’equilibrio perduto, il proprio peso
in terra mi portò lungo e disteso.

Allora vi successe un parapiglia;
e gente d’ogni risma e d’ogni conio
pioveano di lontan le mille miglia,
per consiglio d’un Prete o del Demonio:
chi mi prese al gambale e chi alla fiocca,
gridandosi tra lor: bazza a chi tocca.
Volle il Prete, a dispetto della fede,
calzarmi coll’ajuto e da sé solo;
poi sentì che non fui fatto al suo piede,
e allora qua e là mi dette a nolo:
ora alle mani del primo occupante
mi lascia, e per lo più fa da tirante.

Tacca col Prete a picca e le calcagna
volea piantarci un bravazzon tedesco,
ma più volte scappare in Alemagna
lo vidi sul caval di San Francesco:
in seguito tornò; ci s’è spedato,
ma tutto fin a qui non m’ha infilato.

Per un secolo e più rimasto vuoto,
cinsi la gamba a un semplice mercante;
mi riunse costui, mi tenne in moto,
e seco mi portò fino in Levante, –
ruvido sì, ma non mancava un ette,
e di chiodi ferrato e di bullette.

Il mercante arricchì, credè decoro
darmi un po’ più di garbo e d’apparenza:
ebbi lo sprone, ebbi la nappa d’oro,
ma un tanto scapitai di consistenza;
e gira gira, veggo in conclusione
che le prime bullette eran più buone.

In me non si vedea grinza né spacco,
quando giù di ponente un birichino
ea una galera mi saltò sul tacco,
e si provò a ficcare anco il zampino;
ma largo largo non vi stette mai,
anzi un giorno a Palermo lo stroppiai.

Fra gli altri dilettanti oltramontani,
per infilarmi un certo re di picche
ci si messe cò piedi e colle mani;
ma poi rimase lì come berlicche,
quando un cappon, geloso del pollajo,
gli minacciò di fare il campanajo.

Da bottega a compir la mia rovina
saltò fuori in quel tempo, o giù di lì,
un certo professor di medicina,
che per camparmi sulla buccia, ordì
una tela di cabale e d’inganni
che fu tessuta poi per trecent’anni.

Mi lisciò, mi coprì di bagattelle,
e a forza d’ammollienti e d’impostura
tanto raspò, che mi strappò la pelle;
e chi dopo di lui mi prese in cura,
mi concia tuttavia colla ricetta
di quella scuola iniqua e maledetta.

Ballottato così di mano in mano,
da una fitta d’arpìe preso di mira,
ebbi a soffrire un Gallo e un Catalano
che si messero a fare a tira tira:
alfin fu Don Chisciotte il fortunato,
ma gli rimasi rotto e sbertucciato.

Chi m’ha veduto in piede a lui, mi dice
che lo Spagnolo mi portò malissimo:
m’insafardò di morchia e di vernice,
chiarissimo fui detto ed illustrissimo;
ma di sottecche adoperò la lima,
e mi lasciò più sbrendoli di prima.

A mezza gamba, di color vermiglio,
per segno di grandezza e per memoria,
m’era rimasto solamente un Giglio:
ma un Papa mulo, il Diavol l’abbia in gloria,
ai Barbari lo diè, con questo patto
di farne una corona a un suo mulatto.

Da quel momento, ognuno in santa pace
la lesina menando e la tanaglia,
cascai dalla padella nella brace:
vicerè, birri, e simile canaglia
mi fecero angherie di nuova idea,
et diviserunt vestimenta, mea.

Così passato d’una in altra zampa
d’animalacci zotici e sversati,
venne a mancare in me la vecchia stampa
di quei piedi diritti e ben piantati,
cò quali, senza andar mai di traverso,
il gran giro compiei dell’universo.

Oh povero stivale! Ora confesso
che m’ha gabbato questa matta idea:
quand’era tempo d’andar da me stesso,
colle gambe degli altri andar volea;
ed oltre a ciò, la smania inopportuna
di mutar piede per mutar fortuna.

Lo sento e lo confesso; e nondimeno
mi trovo così tutto in isconquasso,
che par che sotto mi manchi il terreno
se mi provo ogni tanto a fare un passo;
chè a forza di lasciarmi malmenare,
ho persa l’abitudine d’andare.

Ma il più gran male me l’han fatto i Preti,
razza maligna e senza discrezione;
e l’ho con certi grulli di poeti,
che in oggi si son dati al bacchettone:
non c’è Cristo che tenga, i Decretali
vietano ai Preti di portar stivali.

E intanto eccomi qui roso e negletto,
sbrancicato da tutti, e tutto mota;
e qualche gamba da gran tempo aspetto
che mi levi di grinze e che mi scuota;
non tedesca, s’intende, né francese,
ma una gamba vorrei del mio paese.

Una già n’assaggiai d’un certo Sere,
che se non mi faceva il vagabondo,
in me potea vantar di possedere
il più forte stival del Mappamondo:
ah! Una nevata in quelle corse strambe
a mezza strada gli gelò le gambe.

Rifatto allora sulle vecchie forme
e riportato allo scorticatojo,
se fui di peso e di valore enorme,
mi resta a mala pena il primo cuojo;
e per tapparmi i buchi nuovi e vecchi
ci vuol altro che spago e piantastecchi.

La spesa è forte, e lunga è la fatica:
bisogna ricucir brano per brano;
ripulir le pillacchere; all’antica
piantar chiodi e bullette, e poi pian piano
ringambalar la polpa ed il tomajo:
ma per pietà badate al calzolaio!

E poi vedete un po’: qua son turchino,
là rosso e bianco, e quassù giallo e nero;
insomma a toppe come un arlecchino;
se volete rimettermi davvero,
fatemi, con prudenza e con amore,
tutto d’un pezzo e tutto d’un colore.

Scavizzolate all’ultimo se v’è
un uomo purché sia, fuorché poltrone;
e se quando a costui mi trovo in piè,
si figurasse qualche buon padrone
di far con meco il solito mestiere,
lo piglieremo a calci nel sedere.

GIUSEPPE GIUSTI

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-63139>

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Published in: on maggio 17, 2014 at 07:11  Comments (8)  

Sant’Ambrogio

Vostra Eccellenza che mi sta in cagnesco
Per que’ pochi scherzucci di dozzina,
E mi gabella per anti–tedesco
Perchè metto le birbe alla berlina,
O senta il caso avvenuto di fresco,
A me che girellando una mattina,
Capito in Sant’Ambrogio di Milano,
In quello vecchio, là, fuori di mano.

M’era compagno il figlio giovinetto
D’un di que’ capi un po’ pericolosi,
Di quel tal Sandro, autor d’un Romanzetto
Ove si tratta di Promessi Sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo: il suo cervel, Dio lo riposi,
In tutt’altre faccende affaccendato,
A questa roba è morto e sotterrato.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
Di que’ soldati settentrïonali,
Come sarebbe Boemi e Croati,
Messi qui nella vigna a far da pali:
Difatto, se ne stavano impalati,
Come sogliono in faccia a’ Generali,
Co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
Davanti a Dio diritti come fusi.

Mi tenni indietro; chè piovuto in mezzo
Di quella maramaglia, io non lo nego
D’aver provato un senso di ribrezzo,
Che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo:
Scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
In quella bella casa del Signore,
Fin le candele dell’altar maggiore.

Ma in quella che s’appresta il sacerdote
A consacrar la mistica vivanda,
Di subita dolcezza mi percuote
Su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscìan le note
Come di voce che si raccomanda,
D’una gente che gema in duri stenti
E de’ perduti beni si rammenti.

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de’ Lombardi miseri assetati;
Quello: O Signore, dal tetto natio,ì
Che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io;
E come se que’ cosi doventati
Fossero gente della nostra gente,
Entrai nel branco involontariamente.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
Poi nostro, e poi suonato come va;
E coll’arte di mezzo, e col cervello
Dato all’arte, l’ubbie si buttan là.
Ma cessato che fu, dentro, bel bello
Io ritornava a star, come la sa:
Quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
Da quelle bocche che parean di ghiro,

Un cantico tedesco lento lento
Per l’äer sacro a Dio mosse le penne:
Era preghiera, e mi parea lamento,
D’un suono grave, flebile, solenne,
Tal che sempre nell’anima lo sento:
E mi stupisco che in quelle cotenne,
In que’ fantocci esotici di legno,
Potesse l’armonia fino a quel segno.

Sentìa nell’inno la dolcezza amara
De’ canti uditi da fanciullo: il core
Che da voce domestica gl’impara,
Ce li ripete i giorni del dolore:
Un pensier mesto della madre cara,
Un desiderio di pace e d’amore,
Uno sgomento di lontano esilio,
Che mi faceva andare in visibilio.

E quando tacque, mi lasciò pensoso
Di pensieri più forti e più soavi.
Costor, dicea tra me, Re pauroso
Degl’italici moti e degli slavi,
Strappa a’ lor tetti, e qua senza riposo
Schiavi gli spinge per tenerci schiavi;
Gli spinge di Croazia e di Boemme,
Come mandre a svernar nelle Maremme.

A dura vita, a dura disciplina,
Muti, derisi, solitari stanno,
Strumenti ciechi d’occhiuta rapina
Che lor non tocca e che forse non sanno:
E quest’odio, che mai non avvicina
Il popolo lombardo all’alemanno,
Giova a chi regna dividendo, e teme
Popoli avversi affratellati insieme.

Povera gente! lontana da’ suoi,
In un paese qui che le vuol male,
Chi sa che in fondo all’anima po’ poi
Non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hanno in tasca come noi. ―
Qui, se non fuggo, abbraccio un Caporale,
Colla su’ brava mazza di nocciolo,
Duro e piantato lì come un piolo.

GIUSEPPE GIUSTI

Published in: on giugno 12, 2013 at 07:25  Comments (1)  

Il Re Travicello

Al Re Travicello
piovuto ai ranocchi,
mi levo il cappello
e piego i ginocchi;

lo predico anch’io
cascato da Dio:
oh comodo, oh bello
un Re Travicello!

Calò nel suo regno
con molto fracasso;
le teste di legno
fan sempre del chiasso:

ma subito tacque,
e al sommo dell’acque
rimase un corbello
il Re Travicello.

Da tutto il pantano
veduto quel coso,
«È questo il Sovrano
così rumoroso? »

(s’udì gracidare).
«Per farsi fischiare
fa tanto bordello
un Re Travicello?

Un tronco piallato
avrà la corona?
O Giove ha sbagliato,
oppur ci minchiona:

sia dato lo sfratto
al Re mentecatto,
si mandi in appello
il Re Travicello».

Tacete, tacete;
lasciate il reame,
o bestie che siete,
a un Re di legname.

Non tira a pelare,
vi lascia cantare,
non apre macello
un Re Travicello.

Là là per la reggia
dal vento portato,
tentenna, galleggia,
e mai dello Stato

non pesca nel fondo:
che scienza di mondo!
che Re di cervello
è un Re Travicello!

Se a caso s’adopra
d’intingere il capo,
vedete? di sopra
lo porta daccapo

la sua leggerezza.
Chiamatelo Altezza,
ché torna a capello
a un Re Travicello.

Volete il serpente
che il sonno vi scuota?
Dormite contente
costì nella mota,

o bestie impotenti:
per chi non ha denti,
è fatto a pennello
un Re Travicello!

Un popolo pieno
di tante fortune,
può farne di meno
del senso comune.

Che popolo ammodo,
che Principe sodo,
che santo modello
un Re Travicello!

GIUSEPPE GIUSTI