Il buongiorno

THE GOOD-MORROW

I wonder by my troth, what thou, and I
Did, till we lov’d? were we not wean’d till then?
But suck’d on country pleasures, childishly?
Or snorted in the seaven sleepers den?
T’was so; But this, all pleasures fancies bee.
If ever any beauty I did see,
Which I desir’d and got, t’was but a dreame of thee.

And now good-morrow to our waking soules,
Which watch not one another out of feare;
For love, all love of other sights controules,
And makes one little roome, an every where.
Let sea-discoverers to new worlds have gone,
Let Maps to other, worlds on worlds have showne,
Let us possesse one world, each hath one, and is one.

Mine face in thine eye, thine in mine appeares,
And true plain hearts doe in the faces rest,
Where can we finde two better hemispheares
Without sharpe North, without declining West?
What ever dyes, was not mixt equally;
If our two loves be one, or, thou and I
Love so alike, that none doe slacken, none can die.

§

Mi chiedo in fede: che facemmo noi
prima di amare? Divezzati ancora
non eravamo e allattati di rustici
piaceri, come i bimbi? O russavamo
nella caverna dei Sette Dormenti?
Fu cosí. Ma non erano che ombre
di piaceri. Se mai vidi bellezza
e la volli e la ebbi,
non fu che sogno della tua bellezza.

E ora buongiorno alle nostre due anime
che si destano e senza alcun timore
si vegliano, ché amore ogni orizzonte
chiude all’amore e di una cameretta
fa un ognidove. Restino alle nuove
terre i navigatori, e mappe nuove
scoprano ad altri mondi sopra mondi:
si lasci un solo mondo a noi, che abbiamo
ciascuno un mondo ed è un mondo ciascuno.

Nel tuo occhio il mio volto, il tuo nel mio
si specchia e cuori semplici e fedeli
riposano nei nostri volti: dove
trovare due piú limpidi emisferi
senza Nord affilato, Ovest caduco?
Equamente non fu mischiato ciò che muore,
se i nostri amori sono uno e tu
ed io cosí fratelli nell’amore
che né l’uno né l’altro può mancare o morire.

JOHN DONNE

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Published in: on marzo 11, 2017 at 07:04  Comments (3)  

L’estasi

THE EXTASIE

Where, like a pillow on a bed,
A Pregnant banke swel’d up, to rest
The violets reclining head,
Sat we two, one anothers best.

Our hands were firmely cimented
With a fast balme, which thence did spring,
Our eye-beames twisted, and did thred
Our eyes, upon one double string;

So, to’entergraft our hands, as yet
Was all the meanes to make us one,
And pictures in our eyes to get
Was all our propagation.

As ’twixt two equal Armies, Fate
Suspends uncertaine victorie,
Our soules, (which to advance their state,
Were gone out) hung ’twixt her, and mee.

And whil’st our soules negotiate there,
Wee like sepulchrall statues lay;
All day, the same our postures were,
And wee said nothing, all the day.

If any, so by love refin’d,
That he soules language understood,
And by good love were growen all minde,
Within convenient distance stood,

He (though he knew not which soule spake,
Because both meant, both spake the same)
Might thence a new concoction take,
And part farre purer than he came.

This Extasie doth unperplex
(We said) and tell us what we love,
We see by this, it was not sexe,
We see, we saw not what did move:

But as all severall soules containe
Mixture of things, they know not what,
Love, these mixt soules doth mix againe,
And makes both one, each this and that.

A single violet transplant,
The strength, the colour, and the size,
(All which before was poore, and scant,)
Redoubles still, and multiplies.

When love, with one another so
Interinanimates two soules,
That abler soule, which thence doth flow,
Defects of loneliness controules.

Wee then, who are this new soule, know,
Of what we are compos’d, and made,
For, th’Atomies of which we grow,
Are soules, whom no change can invade.

But O alas, so long, so farre
Our bodies why doe wee forbeare?
They’are ours, though they are not wee, Wee are
The intelligences, they the spheare.

We owe them thankes, because they thus,
Did us, to us, at first convay,
Yeelded their forces, sense, to us,
Nor are drosse to us, but allay.

On man heavens influence workes not so,
But that it first imprints the ayre,
Soe soule into the soule may flow,
Though it to body first repaire.

As our blood labours to beget
Spirits, as like soules as it can,
Because such fingers need to knit
That subtile knot that makes us man:

So must pure lovers soules descend
T’affections, and to faculties,
Which sense may reach and apprehend,
Else a great Prince in prison lies.

To’our bodies turne wee then, that so
Weake men on love reveal’d may looke;
Loves mysteries in soules doe grow,
But yet the body is his booke.

And if some lover, such as wee,
Have heard this dialogue of one,
Let him still marke us, he shall see
Small change, when we’are to bodies gone.

§

Dove, come un guanciale sopra un letto,
la pregna riva s’alza a riposare
la viola dal capo reclinato,
posammo noi, l’uno cuore dell’altro.

Le nostre mani salde, cementate
da un balsamo tenace che ne sgorga,
i raggi degli sguardi s’incrociavano,
gli occhi infilando su di un refe doppio.

Cosí per ora innestare le mani
fu tutto il nostro modo d’esser uno
e concepire immagini negli occhi
fu nostra sola moltiplicazione.

Come tra eguali eserciti la sorte
sospende incerta la vittoria,
le nostre anime (che per allargare
il campo erano uscite da noi) tra noi s’alzavano:

e mentre là negoziavano le anime,
noi giacevamo, statue sepolcrali:
tutto il giorno immutata l’attitudine,
non dicemmo parola tutto il giorno.

Se alcuno, dall’amore raffinato
sino a intender la lingua delle anime,
fatto dal buon amore tutto spirito,
alla giusta distanza fosse stato,

egli, pure ignorando quale anima parlasse
(poiché a un modo intendevano e parlavano entrambe)
nuova sublimazione avrebbe ricevuto
ripartendo piú puro.

Ogni perplessità discioglie l’estasi
(noi dicemmo) e ci dice quel che amiamo:
da lei sappiamo che non era il sesso,
sappiamo che di ciò nulla sappiamo.

Ma poiché ciascun’anima racchiude
cose mischiate e ignorate, l’amore
quelle anime mischiate mischia ancora
e fa una di due, questa e quella ciascuna.

Trapiantate un’unica viola:
forza, misura, sfumatura, quanto
era dapprima povero e mancante,
tuttavia si raddoppia e si moltiplica.

Cosí quando l’amore una con l’altra
due anime interanima, quell’unica
anima piú compiuta che ne sgorga
vince sulle mancanti solitudini.

E noi che siamo questa nuova anima,
sappiamo ormai di che siamo composti,
ché gli atomi da cui crescemmo sono anime
da mutamento intoccabili.

Ma ahimè, perché cosí a lungo e tant’oltre
negarci ai nostri corpi?
Se anche non noi, pure son nostri. Noi
siamo le intelligenze, essi la sfera.

Dobbiamo loro grazie, ché per primi
cosí ci avvicinarono ed a noi
cedettero le forze e i sensi loro,
lega, e non scoria, a noi.

Non influisce il Cielo sull’uomo se dapprima
nell’aria non lo imprima, sicché l’anima
possa fluir nell’anima, seppure
prima al corpo ripari.

Come il sangue s’ingegna a generare
spiriti quanto può simili ad anime
(ché tali dita debbono annodare
quel fine nodo che ci rende umani)

cosí debbono scendere le anime
dei puri amanti a facoltà ed affetti
che il senso possa cogliere ed apprendere,
o giacerà in catene un grande principe.

Ai corpi dunque ci volgiamo, che i deboli
possano contemplare rivelato l’amore:
i misteri d’amore crescono nelle anime
ma il nostro corpo è il libro dell’amore.

E se un amante, uno come noi,
udisse questo dialogo a una voce,
ci osservi: poco ci vedrà mutare
quando ritorneremo ai nostri corpi.

JOHN DONNE

Published in: on dicembre 5, 2016 at 07:40  Lascia un commento  

Crescita d’amore

LOVE’S GROWTH

I scarce believe my love to be so pure
As I had thought it was,
Because it doth endure
Vicissitude, and season, as the grass;
Methinks I lied all winter, when I swore
My love was infinite, if spring make it more.

But if this medicine, love, which cures all sorrow
With more, not only be no quintessence,
But mix’d of all stuffs, vexing soul, or sense,
And of the sun his active vigour borrow,
Love’s not so pure, and abstract as they use
To say, which have no mistress but their Muse;
But as all else, being elemented too,
Love sometimes would contemplate, sometimes do.

And yet no greater, but more eminent,
Love by the spring is grown;
As in the firmament
Stars by the sun are not enlarged, but shown,
Gentle love deeds, as blossoms on a bough,
From love’s awakened root do bud out now.

If, as in water stirr’d more circles be
Produced by one, love such additions take,
Those like so many spheres but one heaven make,
For they are all concentric unto thee;
And though each spring do add to love new heat,
As princes do in times of action get
New taxes, and remit them not in peace,
No winter shall abate this spring’s increase.

§

Credo appena il mio amore così puro
come l’avevo pensato
se, come l’erba, dura
vicissitudine e stagione.
Dunque tutto l’inverno mentii, quando giuravo
il mio amore infinito, se cresce a primavera.

Ma se amore, questa medicina
che cura ogni dolore con dolore maggiore,
non è la quintessenza ma, di più,
misto è di tutto, pena d’anima o senso,
e dal sole prende il suo vigore,
non è amore così puro né astratto
come dicono quelli che non hanno altro amore
che la Musa. Ma, come ogni altra cosa
composta di elementi, amore a volte vuole
contemplare, altre fare.

Eppure più eminente, non maggiore,
l’amore è divenuto a primavera.
Come nel firmamento il sole svela,
non dilata, le stelle,
gentili atti d’amore, come bocci sul ramo,
gemmano alla radice ridesta dell’amore.

Se (come in acqua smossa molti circoli
produce il primo) amore
riceve tali moltiplicazioni,
queste, come altrettante sfere, fanno un solo
cielo, poiché son tutte a te concentriche.

E sebbene ogni aprile aggiunga nuovo
fuoco all’amore, al modo di quei principi
che esigono nel tempo dell’azione
nuovi tributi, senza abrogarli in pace,
così nessun inverno gelerà
la crescita d’aprile dell’amore.

JOHN DONNE

Published in: on ottobre 1, 2016 at 07:46  Comments (1)  

Il sorgere del sole

.
THE SUN RISING
.
Busy old fool, unruly sun,
               Why dost thou thus,
Through windows, and through curtains call on us?
Must to thy motions lovers’ seasons run?
               Saucy pedantic wretch, go chide
               Late school boys and sour prentices,
         Go tell court huntsmen that the king will ride,
         Call country ants to harvest offices,
Love, all alike, no season knows nor clime,
Nor hours, days, months, which are the rags of time.
               Thy beams, so reverend and strong
               Why shouldst thou think?
I could eclipse and cloud them with a wink,
But that I would not lose her sight so long;
               If her eyes have not blinded thine,
               Look, and tomorrow late, tell me,
         Whether both th’ Indias of spice and mine
         Be where thou leftst them, or lie here with me.
Ask for those kings whom thou saw’st yesterday,
And thou shalt hear, All here in one bed lay.
               She’s all states, and all princes, I,
               Nothing else is.
Princes do but play us; compared to this,
All honor’s mimic, all wealth alchemy.
               Thou, sun, art half as happy as we,
               In that the world’s contracted thus.
         Thine age asks ease, and since thy duties be
         To warm the world, that’s done in warming us.
Shine here to us, and thou art everywhere;
This bed thy center is, these walls, thy sphere.
.
§
.
Vecchio stolto faccendiere, sole dissennato,
perché così,
attraverso vetri e tende vieni a visitarci?
Le stagioni degli amanti devono volgere
ai tuoi movimenti?
Sfacciato dannatissimo pedante, va a strapazzare
gli scolari in ritardo, i garzoni inveleniti,
va a dire ai cacciatori: il Re vuole cavalcare,
chiama le formiche dei campi alle fatiche del raccolto,
immutabile l’amore non conosce climi e stagioni,
non giorni, mesi, e ore, del tempo solo i brandelli.

Perché pensi che i tuoi raggi
siano tanto potenti e venerandi?
Con un battito di ciglia potrei eclissarli,
obnubilarli, se non che non vorrei
non vedere lei tanto a lungo.
Se i suoi occhi non hanno accecato i tuoi,
guarda, e domani quando è tardi dimmi
se le Indie delle spezie e delle miniere
sono dove le lasciasti, o sono qui da me.
Chiedi dei Re che hai visto ieri,
ti sarà detto, che giacciono tutti qui in un letto.

Lei è tutti gli stati, io sono tutti i principi,
nient’altro esiste.
A paragone i principi non recitano che la nostra parte,
ogni onore è mimica, ogni ricchezza è alchimia.
Tu sei felice, oh sole, molto meno di noi,
in cui il mondo si è così contratto;
la tua età richiede agi, il tuo compito
è di scaldare il mondo – scaldaci, ed è fatto.
Splendi su noi e sarai dovunque,
questo letto è il tuo centro, queste pareti la tua sfera.

.
JOHN DONNE
Published in: on giugno 17, 2016 at 07:19  Comments (1)  

Aria e angeli

Aria e angeli

AIR AND ANGELS

Twice or thrice had I loved thee,
Before I knew thy face or name;
So in a voice, so in a shapeless flame,
Angels affect us oft, and worshipped be;
Still when, to where thou wert, I came,
Some lovely glorious nothing I did see.
But since my soul, whose child love is,
Takes limbs of flesh, and else could nothing do,
More subtle than the parent is,
Love must not be, but take a body too;
And therefore what thou wert, and who,
I bid love ask, and now
That it assume thy body I allow,
And fix itself to thy lip, eye, and brow.

Whilst thus to ballast love I thought,
And so more steadily to have gone,
With wares which would sink admiration,
I saw I had love’s pinnace overfraught
Every thy hair for love to work upon
Is much too much, some fitter must be sought;
For, nor in nothing, nor in things
Extreme and scatt’ring bright, can love inhere.
Then as an angel, face and wings
Of air, not pure as it, yet pure doth wear,
So thy love may be my love’s sphere.
Just such disparity
As is ‘twixt air and angel’s purity,
‘Twixt women’s love and men’s will ever be.

§

Due tre volte ti avevo amato
prima di conoscere il tuo volto,
il tuo nome. Così ora in voce,
ora in fiamma informe,
ci toccano gli Angeli
e sono da noi adorati.
E ancora quando ti raggiunsi
uno splendido ho visto
delizioso nulla.
Ma poi che la mia anima,
di cui amore è figlio,
prende forme di carne
o non potrebbe nulla,
più inconsistente della madre stessa
amore non può essere,
e un corpo anch’esso assume.
Per questo, cosa tu fossi e chi,
volli Amore che chiedesse e ora
che prenda il tuo corpo gli consento,
e sulle labbra, negli occhi fissi
e sulla fronte, la sua dimora.
Mentre così pensavo di zavorrare amore
e di procedere più stabilmente
con merci tali da inabissar l’ammirazione,
mi avvidi, avevo sovraccaricato
il vascello dell’amore. Anche uno solo
dei tuoi capelli è grave, per amore è troppo.
Altro è da tentare di più adatto.
Non al nulla infatti, non a cose estreme
né raggianti, l’amore si conviene.
Come un Angelo un volto prende e ali d’aria,
non pura come lui, ma pura tuttavia,
così il tuo amore del mio può essere la sfera.
La diversità che esiste
tra la purezza degli Angeli e dell’Aria
tra l’amore dell’uomo e della donna
sempre esisterà.

JOHN DONNE
Published in: on dicembre 29, 2015 at 07:00  Comments (1)  

Morte, non essere orgogliosa

DEATH BE NOT PROUD

Death be not proud, though some have called thee
Mighty and dreadful, for, thou art not so,
For, those, whom thou think’st, thou dost overthrow,
Die not, poore death, nor yet canst thou kill me.
From rest and sleepe, which but thy pictures bee,
Much pleasure, then from thee, much more must flow,
And soonest our best men with thee doe goe,
Rest of their bones, and souls deliverie.
Thou art slave to Fate, Chance, kings, and desperate men,
And dost with poyson, warre, and sicknesse dwell,
And poppie, or charmes can make us sleepe as well,
And better than thy stroake; why swell’st thou then;
One short sleepe past, wee wake eternally,
And death shall be no more; Death, thou shalt die.

§

Morte, non essere troppo orgogliosa, se anche
qualcuno ti chiama terribile e possente
tu non lo sei affatto: perché
quelli che pensi di travolgere
in realtà non muoiono, povera morte, né puoi uccidere me.
Se dal riposo e dal sonno, che sono tue immagini,
deriva molto piacere, molto più dovrebbe derivarne da te, con cui proprio i nostri migliori se ne vanno,
per primi, tu che riposi le loro ossa e ne liberi l’anima.
Schiava del caso e del destino, di re e disperati,
tu che dimori con guerra e con veleno, con ogni infermità,
l’oppio e l’incanto ci fanno dormire ugualmente,
e molto meglio del colpo che ci sferri.
Perché tanta superbia?
Perché tanta superbia? Trascorso un breve sonno,
eternamente, resteremo svegli, e la morte
non sarà più, sarai tu a morire.

JOHN DONNE

Published in: on luglio 14, 2015 at 07:03  Comments (1)  

Il sogno

THE DREAM

Dear love, for nothing less than thee
Would I have broke this happy dream ;
It was a theme
For reason, much too strong for fantasy.
Therefore thou waked’st me wisely ; yet
My dream thou brokest not, but continued’st it.
Thou art so true that thoughts of thee suffice
To make dreams truths, and fables histories ;
Enter these arms, for since thou thought’st it best,
Not to dream all my dream, let’s act the rest.

As lightning, or a taper’s light,
Thine eyes, and not thy noise waked me ;
Yet I thought thee
—For thou lovest truth—an angel, at first sight ;
But when I saw thou saw’st my heart,
And knew’st my thoughts beyond an angel’s art,
When thou knew’st what I dreamt, when thou knew’st when
Excess of joy would wake me, and camest then,
I must confess, it could not choose but be
Profane, to think thee any thing but thee.

Coming and staying show’d thee, thee,
But rising makes me doubt, that now
Thou art not thou.
That love is weak where fear’s as strong as he ;
‘Tis not all spirit, pure and brave,
If mixture it of fear, shame, honour have ;
Perchance as torches, which must ready be,
Men light and put out, so thou deal’st with me ;
Thou camest to kindle, go’st to come ; then I
Will dream that hope again, but else would die.

§

Per nessun altro, amore, avrei spezzato
questo beato sogno.
Buon tema per la ragione,
troppo forte per la fantasia.
Sei stata saggia a svegliarmi. E tuttavia
tu non spezzi il mio sogno, lo prolunghi.
Tu così vera che pensarti basta
per fare veri i sogni e storia le favole.
Entra tra queste braccia. Se ti sembrò
più giusto per me non sognare tutto il sogno,
ora viviamo il resto.
Come un lampo o un bagliore di candela
i tuoi occhi, non già il rumore, mi destarono.
Così (poichè tu ami il vero)
io ti credetti sulle prime un angelo.
Ma quando vidi che mi vedevi in cuore,
che conoscevi i miei pensieri meglio di un angelo,
quando interpretasti il sogno, sapendo
che la troppa gioia mi avrebbe destato
e venisti, devo confessare
che sarebbe stato sacrilegio crederti altro da te.
Il venire, il restare ti rivelò: tu sola.
Ma ora che ti allontani
dubito che tu non sia più tu.
Debole quell’amore di cui più forte è la paura,
e non è tutto spirito limpido e valoroso
se è misto di timore, di pudore, di onore.
Forse, come le torce
sono prima accese e poi spente, così tu fai con me.
Venisti per accendermi, vai per venire. E io
sognerò nuovamente
quella speranza, ma per non morire.

JOHN DONNE

Published in: on gennaio 21, 2014 at 07:12  Comments (4)  

Nessun uomo è un’isola

No man is an island, entire of itself

every man is a piece of the continent, a part of the main

if a clod be washed away by the sea,

Europe is the less, as well as if a promontory were,

as well as if a manor of thy friends or of thine own were

any man’s death diminishes me, because I am involved in mankind

and therefore never send to know for whom the bell tolls

it tolls for thee.

 §

Nessun uomo è un’isola,

intero in se stesso.

Ogni uomo è un pezzo del continente,

una parte della terra.

Se una zolla viene portata via dall’onda del mare,

la terra ne è diminuita,

come se un promontorio fosse stato al suo posto,

o una magione amica o la tua stessa casa.

Ogni morte d’uomo mi diminusce,

perchè io partecipo all’Umanità.

E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana:

Essa suona per te.

JOHN DONNE