Il globo

Ecco il globo: una palla di cartone,

che gira attorno a un asse interno. Gira…

Tracciato di color varii, si mira

il confin proprio d ’ogni nazione.

Questo, l ’Oceano Atlantico; ed è mare

quanto azzurro si vede. Questa soma

di grinze qui, montagne: le Alpi. Roma

è questo punto che pare e non pare.

Chi lo direbbe a prima giunta? Eppure

vi son uomini grandi, anzi immortali,

in questo baloccuccio; grandi mali

e grandi beni e grandi affetti e cure…

Io però me lo tengo tra le mani,

e lo faccio girare con un dito.

Stupido giuoco! Lo facciam finito?

Preparo il finimondo per dimani.

LUIGI PIRANDELLO

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Saltimbanchi

Bum! Bum! Bum! Fuori ragazzi!

Ecco in piazza i saltimbanchi!

Spiccan salti, lancian lazzi;

vien dal rider male ai fianchi.

Bum! Bum! tuona la grancassa,

la trombetta rauca strepe.

Ecco, fermasi chi passa,

altri accorrono e fan siepe.

A slargare il cerchio intorno

della banda il capo or gira,

suona in faccia a tutti un corno,

ed indietro ognun si tira.

Quella banda si compone

d’un pagliaccio infarinato

con in testa un berrettone

bianco, lungo, acuminato;

d’una donna macilente,

dalla strana acconciatura,

che con voce sonnolente

indovina la ventura;

v ’è un ragazzo capelluto,

che a far ridere si sforza;

ma il meschino è sordo e muto

saltator di prima forza,

Viene infin Lulú, ch ’è un cane

barboncin di buona scuola;

par che dica: “Oh Dio, c ’è pane?”

ma gli manca la parola.

Questa banda pel paese

già da un mese in giro va,

con la fame ell ’è alle prese

ma com ’andar via non sa.

È domenica. Ha piovuto,

e bagnata è ancor la piazza;

Roro, il bimbo capelluto,

e Lulú, cane di razza,

al comando del pagliaccio

spiccan salti in sú e in giú.

“Roro, lèvati su un braccio!

Lulú, opla! opla! sú”

Roro or via di tra ’ ginocchi

si fa uscir la testa; caccia

fuor la lingua, strizza gli occhi,

si contrae tutta la faccia.

Ognun ride, a ognun fa pena,

ma nessuno un soldo dà

a quel bravo Roro appena

col piattello in giro va.

Muto ei guarda quella gente

senza cuor, guarda la mano

tesa indarno, e mestamente

la reclina piano piano.

Dai balconi ah non scappate

anche voi, cari bambini!

Se v ’han fatto rider, date,

date un soldo a quei tapini!

LUIGI PIRANDELLO

Ai lontani

 

Ancora forse sul turbato mare

scendon le nubi a sera, entran per gli ampî

veroni a illuminar le stanze i lampi,

e si vede la notte sussultare.

Forse fra le cataste alte del solfo,

ancora, al mite lume siderale,

su l ’arso lido strillan le cicale

ne la calma purissima del golfo.

Salpa da l ’intricato porto a sera

con flosce vele qualche nave, a lento,

mentre il faro s ’accende e nessun vento

spira su l ’acque e sale una preghiera.

Ancora queste cose io sento, io vedo,

come se m ’accogliesse non mutato

la vecchia casa ne l ’antico stato,

e tra la madre e la sorella io siedo.

Da questa casa tu, dolce sorella,

a nozze uscisti, ed or ne sei pur lunge…

Ora anche te forse un rimpianto punge!

Oh se insieme vi fossimo! Di quella

vecchia musica mesta ho tanta sete!

Tu suoneresti ne l ’attigua stanza,

io comporrei con l ’estro che m ’avanza

un canto smanïoso di quiete

Secche son le mie labbra e gli occhi stanchi

di questa fiamma ond ’arsa, io temo, è già

tutta l ’anima mia, se piú non sa

quel che giovar le possa, o che le manchi.

Pianse la madre nel veder da fieri

desii condotto fuor del fido tetto

paterno il figlio; attese che l ’affetto

lo ritornasse a lei… Madre, e pur jeri

m ’animasti a fidar ne l ’avvenire…

“Resta lungi da me, figlio; non darti

alcun pensier di noi. Ben vorrei farti

contento, o figlio, a costo di morire!”

Io resterò cosí sempre lontano.

Troppo è il cor mio disajutato ormai.

Son caduto, son vinto. E non vedrai

che il sacrificio tuo, madre, fu invano.

 

LUIGI PIRANDELLO