Estate

Estate

Benchè adusta abbia la fronte,
Con le curve opposte spalle
Un’ombrosa opaca valle
Cela il monte – al caldo sol:
Là dall’alto in giù cadendo
Serpe un rio limpido e vago,
Che raccolto in picciol lago
Va nutrendo – il verde suol.
Là del sol dubbia è la luce,
Come suol notturna luna;
Né pastor greggia importuna
Vi conduce – a pascolar.
E, se v’entra il sol furtivo,
Vedi l’ ombra delle piante
Al variar d’aura incostante
Dentro il rivo – tremolar.
Là, mia vita, uniti andiamo;
Là cantando il dì s’inganni:
Per timor di nuovi affanni
Non lasciamo – di gioir;
Che raddoppia i suoi tormenti
Chi con occhio mal sicuro
Fra la nebbia del futuro
Va gli eventi – a prevenir.
Me non sdegni il biondo Dio;
Me con Filli unisca Amore;
E poi sfoghi il suo rigore
Fato rio, – nemico Ciel:
Che il desio non mi tormenta
O di fasto o di ricchezza ;
Nè d’incomoda vecchiezza
Mi spaventa – il pigro gel .
Curvo il tergo, e bianco il mento
Toccherò le corde usate,
E alle corde mal temprate
Roco accento – accoppierò
E a que’rai non più vivaci
Rivolgendomi talora,
Su la man, che m’innamora,
Freddi baci – imprimerò .
Giusti Dei, che riposate
Placidissimi su l’etra,
La mia Filli e la mia cetra
Deh serbate – per pietà.
Fili poi la Parca avara
i miei dì mill’anni e mille ,
La mia cetra e la mia Filli
Sempre cara – a me sarà.

PIETRO METASTASIO

Published in: on aprile 10, 2015 at 06:50  Comments (3)  

La pesca

Già la notte s’avvicina:
vieni, o Nice, amato bene,
della placida marina
le fresch’aure a respirar.
Non sa dir che sia diletto
chi non posa in queste arene
or che un lento zefiretto
dolcemente increspa il mar.
Lascia una volta, o Nice,
lascia le tue capanne. Unico albergo
non è già del piacere
la selvaggia dimora;
hanno quest’onde i lor diletti ancora.
Qui, se spiega la notte il fosco velo,
nel mare emulo al cielo
più lucide, più belle
moltiplicar le stelle,
e per l’onda vedrai gelida e bruna
rompere i raggi e scintillar la luna.
Il giorno al suon d’una ritorta conca,
che nulla cede alle incerate avene,
se non vuoi le mie pene,
di Teti e Galatea, di Glauce e Dori
ti canterò gli amori.
Tu dal mar scorgerai sul vicin prato
pascer le molli erbette
e le tue care agnellette,
non offese dal sol fra ramo e ramo:
e con la canna e l’amo
i pesci intanto insidiar potrai;
e sarà la mia Nice
pastorella in un punto e pescatrice.
Non più fra’ sassi algosi
staranno i pesci ascosi;
tutti per l’onda amara,
tutti verranno a gara
fra’ lacci del mio ben
E l’umidette figlie
de’ tremuli cristalli
di pallide conchiglie,
di lucidi coralli
le colmeranno il sen.

PIETRO METASTASIO

Published in: on settembre 22, 2014 at 07:29  Comments (4)  

Vecchiaia

Chiamo ogni giorno ai consueti uffici
le castalidi dee: ma più non hanno
cura di me le sacre mie nutrici.
In van tempro la cetra, in van m’affanno,
ché ritrosi adattarsi i detti miei
all’armoniche leggi or più non sanno.
Qual ne sia la cagione io non saprei:
so che poco or mi val quanto adunai
da’ Toschi, da’ Latini e dagli Achei.
Forse è vizio del clima, a’ pigri rai
del vicino Orion: forse l’ingegno
cangiò natura, e intorpidisce ormai.

PIETRO METASTASIO