La tempesta

No, non turbarti, o Nice; io non ritorno
a parlarti d’amor. So che ti spiace;
basta così. Vedi che il ciel minaccia
improvvisa tempesta: alle capanne
se vuoi ridurre il gregge, io vengo solo
ad offrir l’opra mia. Che! Non paventi?
Osserva che a momenti
tutto s’oscura il ciel, che il vento in giro
la polve innalza e le cadute foglie.
Al fremer della selva, al volo incerto
degli augelli smarriti, a queste rare,
che ci cadon sul volto, umide stille,
Nice, io preveggo… Ah non tel dissi, O Nice?
ecco il lampo, ecco il tuono. Or che farai?
Vieni, senti; ove vai? Non è più tempo
di pensare alla greggia. In questo speco
riparati frattanto; io sarò teco.
Ma tu tremi, o mio tesoro!
Ma tu palpiti, cor mio!
Non temer; con te son io,
né d’amor ti parlerò.
Mentre folgori e baleni,
sarò teco, amata Nice;
quando il ciel si rassereni,
Nice ingrata, io partirò.
Siedi, sicura sei. Nel sen di questa
concava rupe in fin ad or giammai
fulmine non percosse,
lampo non penetrò. L’adombra intorno
folta selva d’allori
che prescrive del Ciel limiti all’ira.
Siedi, bell’idol mio, siedi e respira.
Ma tu pure al mio fianco timorosa ti stringi, e, come io voglia
fuggir da te, per trattenermi annodi
fra le tue la mia man? Rovini il cielo,
non dubitar, non partirò. Bramai
sempre un sì dolce istante. Ah così fosse
frutto dell’amor tuo, non del timore!
Ah lascia, o Nice, ah lascia
lusingarmene almen. Chi sa? Mi amasti
sempre forse fin or. Fu il tuo rigore
modestia, e non disprezzo; e forse questo
eccessivo spavento
è pretesto all’amor. Parla, che dici?
M’appongo al ver? Tu non rispondi? Abbassi
vergognosa lo sguardo!
Arrossisci? Sorridi? Intendo, intendo.
Non parlar, mia speranza;
quel riso, quel rossor dice abbastanza.
E pur fra le tempeste
la calma ritrovai.
Ah non ritorni mai,
mai più sereno il dì!
Questo de’ giorni miei,
questo è il più chiaro giorno
Viver così vorrei,
vorrei morir così.

PIETRO METASTASIO

Published in: on luglio 24, 2017 at 06:57  Lascia un commento  

Estate

Estate

Benchè adusta abbia la fronte,
Con le curve opposte spalle
Un’ombrosa opaca valle
Cela il monte – al caldo sol:
Là dall’alto in giù cadendo
Serpe un rio limpido e vago,
Che raccolto in picciol lago
Va nutrendo – il verde suol.
Là del sol dubbia è la luce,
Come suol notturna luna;
Né pastor greggia importuna
Vi conduce – a pascolar.
E, se v’entra il sol furtivo,
Vedi l’ ombra delle piante
Al variar d’aura incostante
Dentro il rivo – tremolar.
Là, mia vita, uniti andiamo;
Là cantando il dì s’inganni:
Per timor di nuovi affanni
Non lasciamo – di gioir;
Che raddoppia i suoi tormenti
Chi con occhio mal sicuro
Fra la nebbia del futuro
Va gli eventi – a prevenir.
Me non sdegni il biondo Dio;
Me con Filli unisca Amore;
E poi sfoghi il suo rigore
Fato rio, – nemico Ciel:
Che il desio non mi tormenta
O di fasto o di ricchezza ;
Nè d’incomoda vecchiezza
Mi spaventa – il pigro gel .
Curvo il tergo, e bianco il mento
Toccherò le corde usate,
E alle corde mal temprate
Roco accento – accoppierò
E a que’rai non più vivaci
Rivolgendomi talora,
Su la man, che m’innamora,
Freddi baci – imprimerò .
Giusti Dei, che riposate
Placidissimi su l’etra,
La mia Filli e la mia cetra
Deh serbate – per pietà.
Fili poi la Parca avara
i miei dì mill’anni e mille ,
La mia cetra e la mia Filli
Sempre cara – a me sarà.

PIETRO METASTASIO

Published in: on aprile 10, 2015 at 06:50  Comments (3)  

La pesca

Già la notte s’avvicina:
vieni, o Nice, amato bene,
della placida marina
le fresch’aure a respirar.
Non sa dir che sia diletto
chi non posa in queste arene
or che un lento zefiretto
dolcemente increspa il mar.
Lascia una volta, o Nice,
lascia le tue capanne. Unico albergo
non è già del piacere
la selvaggia dimora;
hanno quest’onde i lor diletti ancora.
Qui, se spiega la notte il fosco velo,
nel mare emulo al cielo
più lucide, più belle
moltiplicar le stelle,
e per l’onda vedrai gelida e bruna
rompere i raggi e scintillar la luna.
Il giorno al suon d’una ritorta conca,
che nulla cede alle incerate avene,
se non vuoi le mie pene,
di Teti e Galatea, di Glauce e Dori
ti canterò gli amori.
Tu dal mar scorgerai sul vicin prato
pascer le molli erbette
e le tue care agnellette,
non offese dal sol fra ramo e ramo:
e con la canna e l’amo
i pesci intanto insidiar potrai;
e sarà la mia Nice
pastorella in un punto e pescatrice.
Non più fra’ sassi algosi
staranno i pesci ascosi;
tutti per l’onda amara,
tutti verranno a gara
fra’ lacci del mio ben
E l’umidette figlie
de’ tremuli cristalli
di pallide conchiglie,
di lucidi coralli
le colmeranno il sen.

PIETRO METASTASIO

Published in: on settembre 22, 2014 at 07:29  Comments (4)  

Vecchiaia

Chiamo ogni giorno ai consueti uffici
le castalidi dee: ma più non hanno
cura di me le sacre mie nutrici.
In van tempro la cetra, in van m’affanno,
ché ritrosi adattarsi i detti miei
all’armoniche leggi or più non sanno.
Qual ne sia la cagione io non saprei:
so che poco or mi val quanto adunai
da’ Toschi, da’ Latini e dagli Achei.
Forse è vizio del clima, a’ pigri rai
del vicino Orion: forse l’ingegno
cangiò natura, e intorpidisce ormai.

PIETRO METASTASIO