Alcimo

 .
Alcime, quem raptum domino crescentibus annis
Lauicana leui caespite uelat humus,
Accipe non Pario nutantia pondera saxo,
Quae cineri uanus dat ruitura labor,
Sed faciles buxos et opacas palmitis umbras
Quaeque uirent lacrimis roscida prata meis
Accipe, care puer, nostri monimenta doloris:
Hic tibi perpetuo tempore uiuet honor.
Cum mihi supremos Lachesis perneuerit annos,
Non aliter cineres mando iacere meos.
 .
§
 .
Alcimo, preso al tuo padrone negli anni a levante,
ti copre d’un manto leggero la terra labicana.
Per te non il peso d’un marmo malfermo di Paro,
opera moritura che si impone ai morti,
ma bossi teneri e le dense ombre della vite
e l’erba cresciuta dal pianto. Eccoli,
bimbo, i segni del nostro dolore. Un funerale
immortale, che – quando Lachesi
avrà esordito il tempo che ci è dato –
voglio, per il riposo delle nostre spoglie, uguale.

PUBLIO VALERIO MARZIALE

Published in: on giugno 10, 2017 at 07:09  Comments (1)  

Contro un poeta lezioso

Dulcia cum tantum scribas epigrammata semper
Et cerussata candidiora cute,
Nullaque mica salis nec amari fellis in illis
Gutta sit, o demens, vis tamen illa legi!
Nec cibus ipse iuvat morsu fraudatus aceti,
Nec grata est facies, cui gelasinus abest.
Infanti melimela dato fatuasque mariscas:
Nam mihi, quae novit pungere, Chia sapit.

§

Sempre componi soltanto epigrammi leziosi
e lisci più di bianca pelle imbiancata con biacca,
senza che in essi vi sia manco un grano di sale, né d’amaro fiele
una goccia, o deficiente; e pretendi pure che siano letti!
Non piace il cibo privo d’una spruzzata d’aceto,
né un volto è bello, se gli manca una fossetta.
Dà pure ai bambini le melette dolci e gli insipidi fioroni,
perché a me gusta l’asprigno sapore del fico di Chio.

PUBLIO VALERIO MARZIALE                   

(Traduzione di Lorenzo De Ninis)

Published in: on settembre 4, 2015 at 07:29  Comments (3)  

Sono sempre stato povero

Sum fateor, semperque fui, Callistrate pauper,

Sed non obscurus nec male notus eques,

sed toto legor orbe frequens et dicitur ‘Hic est’,

quodque cinis paucis, hoc mihi vita dedit.

At tua centenis incumbunt tecta columnis

Et libertinas arca flagellat opes,

Magnaque Niliacae servit tibi glaeba Syenes,

Tondet et innumeros Gallica Parma greges.

Hoc ego tuque sumus: sed quod sum, non potes esse:

Tu quod es, e populo quilibet esse potest.

§

Sono, non lo nego, e sempre sono stato, o Callistrato, povero,
ma non sono uno sconosciuto e nemmeno un cavaliere di scarso valore,
bensì mi leggono spesso in tutto il mondo e di me dicono: <<È proprio lui!>>,
e ciò che a pochi dà la morte, a me la vita ha dato.
Pure la tua casa si regge su colonne a centinaia
e la tua cassaforte custodisce le tue ricchezze di liberto,
e i vasti terreni di Siene sul Nilo sono a tua disposizione,
e la gallica Parma tosa per te innumerevoli greggi.
Mettiamola così: quel che sono io, tu mai puoi essere;
quel che tu sei invece può diventarlo una qualsiasi mezza cartuccia.

PUBLIO VALERIO MARZIALE

(Epigrammi V, XIII – Traduzione di Lorenzo De Ninis)

A Erotion

Hanc tibi, Fronto pater, genetrix Flaccilla, puellam
oscula commendo deliciasque meas,
parvola ne nigras horrescat Erotion umbras
oraque Tartarei prodigiosa canis.
inpletura fuit sextae modo frigora brumae,
vixisset totidem ni minus illa dies.
inter tam veteres ludat lasciva patronos
et nomen blaeso garriat ore meum.
mollia non rigidus caespes tegat ossa nec illi
terra, gravis, fueris: non fuit illa tibi.

§

A te, padre Frontone, a te Flaccilla,
amata madre, affido questa bimba,
delizia mia, mio bacio: ché le negre
ombre non atterriscano la piccola,
povera Erotion, né l’orrida fauce
della belva del Tartaro. Sei giorni
soltanto le bastavano a varcare
il sesto dei suoi inverni. Giochi in pace,
da voi, gravi per gli anni, custodita;
e il mio nome, insicura, la sua bocca
pigoli ancora a lungo dolcemente.
Lieve la gleba copra le sue ossa
fragili. Terra, non gravarle addosso:
quando era in vita, ti sfiorava appena.

PUBLIO VALERIO MARZIALE