IL FAGIANO

Oggi, mentre rientravo dal lavoro, un fagiano si è alzato in volo dal bordo della strada. Era dall’altro lato della carreggiata e speravo non lo facesse. Invece l’ha fatto, sollevandosi da terra ha attraversato la strada, ma non abbastanza alto…. Non potevo frenare, avevo auto dietro attaccate. E poi mi ha presa di sorpresa, era lì fermo e d’improvviso ha iniziato a muovere le ali…L’unica cosa che, d’istinto, ho fatto è stato abbassare la testa. Un gesto assolutamente inutile e ridicolo, dentro l’abitacolo della macchina. Non ho potuto evitarlo, poverino… ha sbattuto sul tettuccio. È stato traumatizzante. È come investire qualcuno, circa, forse, è un essere vivente che arriva addosso alla tua auto. E ti senti in colpa. Anche se non sei stato tu ad investire lui, ma è stato lui ad investire te. Ti senti in colpa come essere umano. Ti senti in colpa per questa civiltà che sovrasta e umilia la natura. Perché non ci sta, non ci sta nel dna del fagiano che arrivi questo grosso coso ferroso a questa velocità.

Alessandra Generali

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Published in: on ottobre 20, 2016 at 06:54  Comments (1)  

FERRAGOSTO

L’estate è già calante, si sente nell’aria qualcosa di settembre, una dolcezza nuova e già conosciuta, rassicurante. un sole più mite in cui è bello stare. Ci si sente più rilassati e languidi. Almeno è quello che a me succede, ho sempre amato settembre. L’estate forte e violenta, la luce così accecante l’ho amata raramente.  Sebbene a volte sia esaltante. Preferisco atmosfere più quiete, dove è piacevole stare, senza troppi sbalzi di temperature e di umore. Senza picchi asfissianti,  e l’ansia di doversi riparare. Ci sono ancora cicale, ma una brezza che accarezza. È bello stare.

Alessandra Generali

Published in: on settembre 1, 2016 at 07:34  Comments (1)  

SIGNORE PERCHE’

 
Signore perché
Perché Signore non me le hai fatte salvare?
 
Ci sarebbero altre parole
Da aggiungere a questo
Grido di dolore?
 
Perché Signore non me le hai lasciate salvare?
 
Oltre alle lacrime nella voce
Il pianto che non si trattiene
Che sgorga via senza
Poter fare nulla
 
E tu Dio lassù o dove sei
Tu che ci sei e puoi tutto
Perché perché
Io ho provato
Ho provato
Ma Tu
Tu che puoi
Perché non me le hai lasciate salvare?

Mi ha colpita tanto questo pianto, quella voce, le parole, che ho dovuto scriverne. Non che altre cose non mi colpiscano, non che non ci sarebbe da scrivere e scrivere di tanto. Ma in genere non riesco. Anche quando me lo chiedono, e lo vorrei. Forse un meccanismo di difesa che allontana dalla sfera emotiva le notizie. Non potremmo sopravvivere se soffrissimo per ogni cosa riportata dal telegiornale. È che le cose viste alla tv sembrano sempre, per quanto ci addolorino, tragedie di altri. Invece qua mi sentivo presa in causa personalmente. Non so perché. Mi è parso che quell’uomo che piangeva la morte della moglie e della figlia, quell’uomo arrivato lì nel momento in cui si compiva la cosa, ed ha cercato di impedirla, ma non ce l’ha fatta, perché ormai gli eventi erano già avanti nel loro corso, mi è parso che quell’uomo incarnasse il più grande dolore del mondo. È una tragedia nella tragedia. E ho pianto. Come si trattasse di mio padre o mio fratello, o di me stessa. In quella voce l’amore e la disperazione che riguardano tutto il genere umano.L’impotenza più grande credere in Dio, invocarlo, e pensare che ti impedisce un gesto giusto. È la sconfitta totale.

Perché, Dio, scusa,
perché non dovevo salvarle?
Perché mi hai fatto arrivare in quel momento e mi hai lasciato credere che potevo farcela?
Io ho provato. Erano tutta la mia vita. Ma Tu
Perché lasciar morire una donna e una bambina
Che senso ha, Signore, tu che Sei la Vita
Perché non me le hai lasciate salvare?
Sono arrivato in tempo, sono arrivato, sono qui
Ma tu Signore, non me le hai lasciate salvare
Me le hai portate via, non capisco i tuoi disegni

E anche adesso che ne scrivo piango

Alessandra Generali

Published in: on dicembre 3, 2014 at 20:06  Comments (4)  

LA NEBBIA

La nebbia – noi qua siamo un po’ abituati – a volte è fonte di fascino, mistero: le figure di alberi e case nella campagna emergono quasi indistinte, sfumate nei contorni e nelle tinte, nell’incerto di un orizzonte che non c’è. E’ un mondo favolistico dove l’immaginazione può prendere il sopravvento su di una realtà (così) evanescente. Un mondo senza contorni precisi, dove puoi smarrirti nei sogni e confonderli con il reale che ti appare oltre il vetro come un muro bianco, ma soffice, in cui puoi sprofondare. Allora vengono a bussare fantasie da un mondo ancestrale, indistinte sensazioni ti confondono la mente, e viaggia il cuore in tutto ciò che è assente. Ma ti senti così piena di una vitalità pacata, una gioia misurata, che va a spasso con la noia, nel niente. Ti senti una identità, un’individualità esagerata, (ti senti) presente a te stessa, con le emozioni raccolte, in un mondo dove l’esistere non è fare ma sentire, sentire senza il mondo, quello che di te si è raccolto sul fondo, e viaggia leggero e indistinto, come fumo bianco, ti avvolge, ti prende e si fonde ad ogni cosa, e le confonde e ti confonde e allora non sei più niente.

Alessandra Generali

Published in: on febbraio 4, 2014 at 19:23  Comments (4)  

LA CASA ABBANDONATA

Ieri sera tornando dalla mia passeggiata, accanto alla casa abbandonata, come un soffio giunto da altro tempo, il vento ha sollevato una polvere bianca. Era poco dopo il tramonto, ed io stanca per la salita, per un attimo attonita e stupita, ho creduto a qualcuno da una altra vita, che qua fosse giunto a dirmi per l’ appunto, di essere più leggera.
Nell’aria della sera la luce così chiara evidenziava le trasparenze delle piccole foglie. Era il loglio, ho visto avvicinandomi, o qualche altra pianta infestante, che in quell’istante si spostava e si piegava verso la strada, azzurra scura nella luce che calava. È che iersera era la sera che precede la notte delle streghe, e un vento forte soffiava, il bosco quasi parlava nei cigolii dei rami mossi una lingua antica e strana di parole e paradossi. E quel bianco tutto mosso, agitato in un sol soffio, in un attimo è sembrato qualche spirito agitato, di una vita ritrovata, un affetto di antenata, che ora qua voleva dire: su su cara non morire, non lasciar tacere il cuore vedi attorno che bellezza… vivi un po’ con leggerezza! Volo un po’ ma poi ritorno a quel campo abbandonato, prima o poi tornerà giorno, la scopa magica solo un po’ mi hanno prestato. In questo mondo malandato penso è proprio un gran peccato tutto così lasciato andare, il campo non coltivato e la casa che può crollare. E continuo a camminare.

Alessandra Generali

Published in: on dicembre 20, 2013 at 07:40  Comments (8)  

LA NOTTE

Sono serotina, lavoro male la mattina. Soprattutto quando mi addormento tardi la sera prima.  In fondo non ne sono totalmente convinta. Forse sarei mattiniera ma la lunga abitudine ad amare la notte, coi suoi silenzi attorno, il mondo rarefatto dove tutto è più attento e concentrato, dove se senti una musica ti prende davvero l’ anima, dove le stelle così nette e precise così alte e vaste, ti fanno alzare il tono dell’ umore e dimenticare tutto ciò che non è essenziale…non hai più bisogno di niente di niente…perché buttarsi domattina fra la gente? Avere seduto accanto uno sconosciuto e crederlo il tuo innamorato, poi scesa dal treno con la testa girata di lato il pianto un po’ soffocato…hai solo sognato solo sognato…ma quello che senti nel cuore adesso sei certa che sia la tua verità nascosta. Incontrarlo di nuovo il giorno dopo e tutto è cambiato: è solo uno sconosciuto e tu sei piena delle mille solite paure; erigi barriere, steccati e lo guardi indifferente andare, mentre attendi un poco, per lasciare che fra di voi si crei una distanza fatta di selciato calpestato da altre persone che si frappongono e me lo nascondono. Esiste ancora l’ amore? È tutto così fuggevole frettoloso. . Ma non questa notte. In casa mia, nel mio rifugio, il tempo si distende. La notte, quando mi lascio andare, mi percepisco, mi sento intera, è calmo il mondo, e anche il mio cuore impazzito è un po’ più addomesticato.

Alessandra Generali

Published in: on novembre 28, 2013 at 07:22  Comments (2)  

BOLOGNA MI AVVOLGI

Bologna mi avvolgi di ricordi e possibilità. Nelle tue strade, silenziose d’estate, ricerco la mia vita, mi sento non finita. Due piccioni becchettano nel sole,  un mazzo di carte sparpagliate sulle scale. E’ qua il mio destino,  nel non finito che mi si allarga dentro, e trova spazio nel silenzio di quasi mezzogiorno, senza gente attorno. Il mio destino sento oggi nel divino che ognuno porta in sé. In quel di più che tutti abbiamo. Lo si chiami Dio, o Fantasia, o Arte, o Spirito dell’Universo. In quell’essere diverso (Essere Diverso) oltre i gesti consueti del condurre la materialità della vita. Le ombre già giocano più pacate sui muri e danzano le fronde agli improvvisi soffi di un’aria che porta in braccio un po’ d’autunno. E’ ancora tutto fermo qua, ma più in là, rumori di attività. E’ laboriosa la città. Fra poco tutto ricomincerà. Gli echi dei giochi della sera restano negli oggetti sparsi sui muretti: una bottiglia vuota, una lattina di coca. Ancora giorni da navigare fra il cielo e le mura della città antica, prima che diventi la city di affari e malaffari, la nostra Bologna cambiata, dove non sempre ti puoi fidare, dove non sai se ti puoi fidare, prima devi osservare, non ha più il sorriso aperto di un tempo. Ancora un po’ per vagare stordita, estatica di bellezza, con la leggerezza, per compagnia, di ricordi; che sono di una mamma che qua faceva la sarta, dentro il portone di un palazzo storico di via D’Azeglio. Più avanti, nel tempo, dell’amore, che la sera mi attendeva. Uscivo dall’ufficio e mi affrettavo con la bicicletta, verso piazza Santo Stefano. Lui era là per me ed io correvo ad incontrarlo. Baci, poche parole, stare vicini bastava a dimenticare le ore noiose del lavoro, a volgere in bello il tempo del nostro tempo, a trasformare l’ umore di una giornata. Ed ora nei ragazzi che oziosi si intrattengono davanti le sette chiese, in chiacchiere o abbracciati, seduti sotto i voltoni, ritrovo per un attimo il mio tempo di allora. Fra un po’…. Ancora un po’ nel senza tempo allargato dell’anima, dei tempi che si sommano e ritornano, di questa città che non mi lascia sola, e in cui un po’ sola son sempre stata…. Ancora un po’. Poi saprò, avrò, mi perderò, dentro un circuito di ripetizioni, e incontri, e azioni. Ancora un po’ di sottrazione al presente, e poi saprò se sarò fra coloro che hanno la loro parte assegnata, il ruolo esatto da interpretare, se avrò confini più precisi a definirmi, e nomi e parole con cui altri possan chiamarmi.  O se resterò in disparte, sconfitta, trafitta dai miei sogni.

Alessandra Generali

Published in: on settembre 3, 2013 at 07:24  Comments (5)  

HO APERTO UNA BUSTINA DI TÈ

Ho aperto una bustina di tè all’albicocca stamattina e il profumo dell’ estate si sprigiona
È grigio ancora il giorno dell’inverno ma non durerà in eterno il vivere
sempre chiusa all’interno di mura e da sola
Voglia di sole di prati fioriti di incontri graditi
Mi rivedo bambina, il verde attorno a casa, a correre la voglia di vita l’allegria senza allergia
Mi rivedo con un’ albicocca in mano e addentandola assaporarne il profumo
Rivedo  l’albicocco dietro casa assieme al pesco e al pruno
e quello nel giardino delle amiche nodoso e antico sul cui ramo era appesa l’altalena
Come vorrei la mia vita ancora così densa e gioiosa e serena
Ma oggi acquisto in negozio albicocche senza odore senza sapore
e l’aroma  intenso del tè nella bustina è provocato certo da qualche chimica essenza
che può soltanto far male, nulla di naturale, niente a che vedere con le albicocche di allora
e pure nell’incanto del momento nel profumo ho visto il colore, me n’è giunta
quasi concreta la presenza

Alessandra Generali

Published in: on febbraio 1, 2013 at 07:15  Comments (7)  

PICCOLO SCRITTO SUL TERREMOTO

 
Vorrei dire qualcosa a quelle persone dire di loro
dei cumuli di macerie dell’esser senza niente ora
delle certezze smarrite le più materiali essenziali
del bene di casa e lavoro conquiste di sudore
dell’arte dei palazzi castelli e chiese e affreschi
e piccole piazze che avevan la memoria d’incontri
passaggi calmi sulle biciclette nelle vie di paese
i negozietti di pane i portici d’ombra e riparo
alla pioggia accoglienza di parole scambiate
e i grandi capannoni d’industrie e forme di lavoro
 
vorrei dire di una terra che non se l’aspettava
questo che è come una guerra dove i colpi
esplodono senza nessuno che li mandi e che non puoi
sperare di fermare magari anche solo idealmente
facendo girotondi e inneggiando alla pace
con bandiere multicolori e cori da fare in corteo
d’altra parte dici non è responsabilità umana
 
e le vite perse lasciate là
sotto il crollo
se c’è una responsabilità
o no in questa faccenda
le costruzioni edilizie antisismiche o precarie
che importa a chi non c’è più
ma se ne penserà per il futuro
 
da qua mi dispiace per i paesi che abbiamo conosciuto
poco
visto un po’ di sfuggita
si diceva magari un’altra volta guardo meglio
eran lì da secoli e lì li immaginavi in futuro
sempre pronti e ben disposti ad accoglierti
ora non ci sono più
ma cosa posso dire? se fossi brava lo farei
mi dispiace per il caldo sotto le tende
mi viene da piangere quando vedo qualcuno di loro parlare alla televisione
non riesce a finire la frase la tristezza lo fa fermare in un nodo di
pianto
e in loro, nei loro volti e toni di voce di gente di campagna, di gente come
era mio zio o qualche altro parente, vedo l’umanità dolente impotente
“quello che prendi alla natura la natura se lo riprende”
Questa è la nostra radice, nei detti contadini, nel rispetto
per i confini della natura di quel che si può e quel che no
in una conoscenza di secoli o millenaria della terra

Alessandra Generali

CIAO CIAO SANDRÈN

Hai fatto il tuo ultimo numero fra di noi
due piroette e giochi di parole
invenzioni poetiche
di cui non ci hai svelato il percorso
“forse nemmeno io li ricordo
tutti i giochi inventati”
Ti sei alzato dalla sedia
com’eri solito quando giungeva
il momento di leggere.
Per te “poesia” non era cosa da
far seduti, ma fiamma che tutto
ti prende.
Con la consueta passione ci hai
trascinati nel vortice della creazione.
Alla fine hai detto “mi sono stancato”
non si vedeva quanto ti era costato
quella profusione di energia.
Poi hai salutato con un sorriso
dolce negli occhi e sei andato.
Ti immaginiamo là ora
in peripatetica nei cieli
o nei prati illimitati della poesia
senza stanchezza là così
olè opplà parapapà

E adesso un bel marameo di gruppo
come ci hai insegnato
ciao ciao Sandren

Ma poi diamo stura alle lacrime

Alessandra Generali

Published in: on aprile 15, 2012 at 07:12  Comments (3)  
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