Un sogno, un viaggio

 
In fondo a quel molo senza uscita
liberammo le ali dell’albatro
perché fossero da guida
ai nostri  pensieri.
.
Non seguimmo la strada del bosco,
né la scia della chiglia sembrava sicura.
Scegliemmo una nuvola scura
come stella polare del nostro cammino
.
Poi ancora a tentoni
sparpagliammo le braccia
alla cerca di luce
dormendo per sbaglio
nel letto del fiume.
.
Conchiglie trovate per caso sul greto
e vasi strappati al profondo del mare
ci porsero tracce di orme lontane
e bisbigli sommessi di antichi rottami.

Lorenzo Poggi

E IO CANTO IL GABBIANO BANALE


E io canto il gabbiano
banale e perduto
canto lo scoglio muto
poco frequentato dall’umano
il mare di sera o fuori stagione
praticato dall’innamorato
o dal coglione
dall’ultimo romantico
con poco senso pratico

azzurrabianca

§

Che ne dite, gente che frequenta poesia, dei gabbiani? I primi giorni caldi, anticipo di stagione, mi hanno portata al mare. E vi dico che non è niente male passeggiare verso sera alla riva coi gabbiani che planano agli scogli, con la luce rosata del tramonto. I gabbiani, tanto citati in poesia e canzone da farli poi rifiutare, indicati come clichè trito e quindi aborriti. Ebbene, consapevole di questo, ne voglio comunque parlare. Perchè? E come si può dimenticare “L’albatro” di Baudelaire, mentre i tuoi passi solitari sulla rena umida lasciano impronte subito cancellate dal mare, e sei tutt’uno con la natura, e ti senti respirare in quel vivere?

Alessandra Generali