UMANI: NON CON . . . QUESTI OCCHI

 
che cosa
debbo darvi
come prove:
siete,  siamo,  tutti fasulli  e . . . intanto,
nel remoto remoto,  nessuno leggerà
quello – che è stato scritto – e sarà scritto,
da me,  da voi,  dal  previssuto Alighieri,
anzi da tutti,
ALMENO NON CON . . . QUESTI OCCHI,
.
NON SPECIE, NON PROGENIE,
ALTERANTI
PROBOSCIDI
ACCATTIVANTI CLITORIDI
VITA ESTREMA
FULGIDA
COME UN LAPILLO
E VACUA E VAGA
COME DA ESTERNO FURORE
ETERNO VANO.
.
VINCOLO
PER LA VITA IN CUI NON SIAMO
MA STAREMO PER SEMPRE
FINO A CAPIRE.
.
Oltre l’Anima non c’è nulla
che scende o che sale
verso il Tutto,
l’anonimo astrale
prova
anche lui come noi
da culla del tempo
alla fine del viaggio.
.
Coraggio:
ne abbiamo bisogno,
col sogno dell’ ultimo
abbaglio
la vita terrena per noi.
Travalica i sensi
fittizi
dell’essere umano,
arriva in sinapsi,
di sensi mai occorsi,
che ora son morsi
dal vivere eterno
a noi occulto,
ché ancora
non siamo all’altezza di Loro e di Lui.
Di Lui: leggerà i fatti nostri
– senza occhi –
in un modo diverso.
 

Paolo Santangelo

La giostra

 
che parte da un bacio
inizia la storia fiorita,
girando
misura l’altezza del monte
col verso che foggia a destino
cestini di frutta,
si carica d’anni, d’affanni
e guarda con gli occhi
degli alberi spogli
le grigie distese,
consegna i vestiti alle ombre
e segue discorsi di piedi
che lasciano orme
di sabbia, di pietra, di miele…
come una cantilena del canneto
a supplizio del vento
tutte le orme sparse
dappertutto.

 Giuseppe Stracuzzi

Ali all’altezza del cuore

 
Restare in questo stato
d’animo sospeso
leggerezza del respiro
attrazione all’alto
sensazione di non avere
più piedi
ma ali
all’altezza del cuore
.
restare in questa sensazione
.
il più a lungo possibile
.
dilatare il tempo
.
l’assenza di gravità
.
così si fugge dalla dura
legge della terra
dal qui e ora e ogni giorno
.
si allarga come nuvole
come zucchero filato
su cui una fata
poggia la punta
del piede e lascia
l’impronta
.
questa orma o
la sua ombra
è la traccia che lasciano
le mie dita sul foglio
sono le mie parole
accanto alle tue

azzurrabianca

A quest’ora morivo

‘Twas just this time, last year, I died.
I know I heard the Corn,
When I was carried by the Farms –
It had the Tassels on –

I thought how yellow it would look –
When Richard went to mill –
And then, I wanted to get out,
But something held my will.

I thought just how Red – Apples wedged
The Stubble’s joints between –
And Carts went stooping round the fields
To take the Pumpkins in –

I wondered which would miss me, least,
And when Thanksgiving, came,
If Father’d multiply the plates –
To make an even Sum –

And would it blur the Christmas glee
My Stocking hang too high
For any Santa Claus to reach
The altitude of me –

But this sort, grieved myself,
And so, I thought the other way,
How just this time, some perfect year –
Themself, should come to me –

§

A quest’ora morivo, l’anno scorso.
So che udivo il granturco,
Quando ero trasportata tra i poderi –
Aveva già i pennacchi –

Pensai come sarebbe parso giallo –
Nell’andare di Richard al mulino –
E allora, volli scendere,
Ma qualcosa bloccò il mio volere.

Pensai rosse – le mele incuneate
Nei solchi fra le stoppie –
Curvi i carri nei campi
Per raccoglier le zucche –

Mi chiesi a chi sarei mancata meno,
E se nel giorno del Ringraziamento,
Aumentato mio padre avrebbe i piatti –
Per pareggiar la somma –

E se avrebbe il Natale rattristato
La calza mia in su appesa troppo
Per lasciare arrivare Santa Claus
All’altezza di me –

Ma tutto questo, mi dava dolore,
Così, pensai altrove,
Come a quest’ora, in un anno perfetto –
Loro stessi, venuti a me sarebbero –

EMILY DICKINSON

Sedia bambina

La seduta è sempre più giù
Il piano del tavolo non è
Mai alla mia altezza
Io in posizione più bassa
Non arrivo al tavolo
Mi siedo laggiù
Tra i fiori e le pietre sconnesse
In attesa di un gatto
Che mi lecchi la faccia

azzurrabianca

Published in: on novembre 16, 2010 at 07:30  Comments (6)  
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Il Re Travicello

Al Re Travicello
piovuto ai ranocchi,
mi levo il cappello
e piego i ginocchi;

lo predico anch’io
cascato da Dio:
oh comodo, oh bello
un Re Travicello!

Calò nel suo regno
con molto fracasso;
le teste di legno
fan sempre del chiasso:

ma subito tacque,
e al sommo dell’acque
rimase un corbello
il Re Travicello.

Da tutto il pantano
veduto quel coso,
«È questo il Sovrano
così rumoroso? »

(s’udì gracidare).
«Per farsi fischiare
fa tanto bordello
un Re Travicello?

Un tronco piallato
avrà la corona?
O Giove ha sbagliato,
oppur ci minchiona:

sia dato lo sfratto
al Re mentecatto,
si mandi in appello
il Re Travicello».

Tacete, tacete;
lasciate il reame,
o bestie che siete,
a un Re di legname.

Non tira a pelare,
vi lascia cantare,
non apre macello
un Re Travicello.

Là là per la reggia
dal vento portato,
tentenna, galleggia,
e mai dello Stato

non pesca nel fondo:
che scienza di mondo!
che Re di cervello
è un Re Travicello!

Se a caso s’adopra
d’intingere il capo,
vedete? di sopra
lo porta daccapo

la sua leggerezza.
Chiamatelo Altezza,
ché torna a capello
a un Re Travicello.

Volete il serpente
che il sonno vi scuota?
Dormite contente
costì nella mota,

o bestie impotenti:
per chi non ha denti,
è fatto a pennello
un Re Travicello!

Un popolo pieno
di tante fortune,
può farne di meno
del senso comune.

Che popolo ammodo,
che Principe sodo,
che santo modello
un Re Travicello!

GIUSEPPE GIUSTI

Foglio di via

Dunque nulla di nuovo da questa altezza

Dove ancora un poco senza guardare si parla

E nei capelli il vento cala la sera.

Dunque nessun cammino per discendere

Se non questo del nord dove il sole non tocca

E sono d’acqua i rami degli alberi.

Dunque fra poco senza parole la bocca.

E questa sera saremo in fondo alla valle

Dove le feste han spento tutte le lampade.

Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.

FRANCO FORTINI

Published in: on dicembre 22, 2009 at 07:15  Comments (2)  
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