Attender deve, il Paradiso

Al confine con l’altra dimensione,
là dove nuova è d’alba la luce,
mi soffermai a pregustar la scena
volgendo gli occhi all’eterea via.

Immensa, di persone pullulava
e di germogli, a divenire fiori
al primo tocco della fantasia
quando li vuole contemplare schiusi.

Ed altro catturò la mia attenzione
in special modo uomini smarriti
e donne, anch’esse un po’ disorientate,
alla ricerca d’un arduo ritorno.

Possibile, mi domandai sorpreso,
che dopo averlo anelato a lungo,
quasi al cospetto del mistero bello
vi sia la ritrosia ad accettarlo?

In mano a quella gente vidi zolle,
di mare gocce dentro delle ampolle,
la neve scivolare sui mantelli
e di sei petali su ogni petto un fiore.

Nel cuor di quella gente vidi infanti,
adolescenti in cerca di futuro,
adulti a caccia del miglior presente
e vecchi, di nostalgia ammalati.

Ed un sussulto ebbi alla conferma
d’esser non solo ad amar la vita,
d’appartenere a quella folta schiera
per cui attender deve, il Paradiso.

Aurelio Zucchi

Nel campo

C’è un uomo che giace
in un campo di fiori
recisi e vasi mischiati
a decoro,
fetore di marcio
trasuda da ampolle rafferme
e si fonde tra mazzi
appena deposti.
Un giovane uomo
di cui non conobbi
nelle sue mani calde
il tatto amorevole,
né l’ultimo sfiato
a dovere dei tanti sberleffi
lasciati,
e occhi e sguardi senza menzogna
ancora portare nero di seppia
sui baveri d’uniforme.

Beatrice Zanini

Tarpati voli


E’ sola la mia voce,
su mari immoti, amari
fra celie e folli soli
e cieli di spergiuri
Tra Lune butterate,
crateri dissennati
d’ ampolle ed ippogrifi,
è solo il mio richiamo
Prillando i toni danzano
giocando a frantumarsi
in scontri di neuroni,
e canyon di sinapsi.
E solo il mio rimpianto
sa dire di regioni
di desolate terre
in cerca d’altri lidi,
in cerca di sorgenti
che asciughino l’arsura
di verbi acuminati
che ruzzolano in gola.
E’ sola la mia voce,
accoccolata a lato
di questo capo verso,
abbarbicata all’ala
del volersi spiegare

Flavio Zago