Avvolta nel mio sacco a pelo blu a fiori

Questa notte ho sognato di dormire
in un camper senza una parete
non ero sola: diverse persone dormivano
nei campers e nelle roulottes attorno
ero nel mio sacco a pelo blu a fiori
non ho avuto in sogno una casa
né antica né moderna questa volta
questa notte ho dormito sul divano
la tv scordata accesa tutto il tempo ronzava
aprivo gli occhi ogni tanto poi ridormivo
fuori c’è la neve e mi assopisco
come fa la gatta sulla poltrona
nel tempo del letargo come un orso
animale nella tana assaporo il riposo
avvolta nel mio sacco a pelo blu a fiori

azzurrabianca

Il ritorno del sole

Da troppo tempo aspettavo quel ritorno,
al silenzio delle sensazioni ha posto fine,
ad un concerto di nuova vita ha dato inizio.
Aspettavo quel caldo abbraccio come di chi
troppo tempo è stato lontano da chi l’ama.
Posa il suo raggio sul fasciame di una barca
sull’arenile adagiata come animale che dorme.
Lentamente nell’aria si spande il profumo
del legno dal mare corroso, del ferro di scalmo
di salsedine adorno.
È il profumo del sole che il mare risveglia.
Nell’ora più alta dei panni stesi a lui offerti
come saluto, libera il profumo di pulito,
libera dalla finestra aperta l’odor di cucina
che il desinare prossimo annuncia.
Posa il suo raggio sul prato e dell’erba,
di questa torni a respirar l’essenza.
Si posa sui miei occhi chiusi d’amante
che della sua carezza gode e la sua forza sfida.
Si posa lieve sulla pelle di lei ed il profumo
di questa respiro senza guardarla.
Tutto intorno è dolce calma e di parlar piano
hai voglia per non turbare quel primo incanto.
Meraviglioso giorno per tornare alla vita,
giorno ideale per salutar la stessa con un addio
scritto nel sole con un suo raggio.

Claudio Pompi

Gazzella o giaguaro?

 
Se il dolore vive di
luce propria dentro
tane e anfratti
animale sanguigno e
diffidente
sarà una scattante
gazzella
che alle prime nevicate
salta fossi
o un giaguaro morbido
sinuoso
con baffi di vaniglia
che sorride
ai primi
caldi
sudori?
Dobbiam saperlo
per conoscerne
linguaggio e odore
litigarci o amarlo
scherzare o disprezzarlo
con sue parole. 
Altrimenti ci sfugge
e poi ci manca.

Tinti Baldini

Published in: on febbraio 26, 2012 at 07:47  Comments (21)  
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La locomotiva

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,
con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,
quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,
ma nella fantasia ho l’immagine sua:
gli eroi son tutti giovani e belli,
gli eroi son tutti giovani e belli,
gli eroi son tutti giovani e belli…

Conosco invece l’epoca dei fatti, qual’ era il suo mestiere:
i primi anni del secolo, macchinista, ferroviere,
i tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti
sembrava il treno anch’ esso un mito di progresso
lanciato sopra i continenti,
lanciato sopra i continenti,
lanciato sopra i continenti…

E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano
che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano:
ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite,
sembrava avesse dentro un potere tremendo,
la stessa forza della dinamite,
la stessa forza della dinamite,
la stessa forza della dinamite..

Ma un’ altra grande forza spiegava allora le sue ali,
parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali”
e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via
la bomba proletaria e illuminava l’ aria
la fiaccola dell’ anarchia,
la fiaccola dell’ anarchia,
la fiaccola dell’ anarchia…

Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione,
un treno di lusso, lontana destinazione:
vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori,
pensava al magro giorno della sua gente attorno,
pensava un treno pieno di signori,
pensava un treno pieno di signori,
pensava un treno pieno di signori…

Non so che cosa accadde, perchè prese la decisione,
forse una rabbia antica, generazioni senza nome
che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore:
dimenticò pietà, scordò la sua bontà,
la bomba sua la macchina a vapore,
la bomba sua la macchina a vapore,
la bomba sua la macchina a vapore…

E sul binario stava la locomotiva,
la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva,
sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno
mordesse la rotaia con muscoli d’ acciaio,
con forza cieca di baleno,
con forza cieca di baleno,
con forza cieca di baleno…

E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo
pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto.
Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura
e prima di pensare a quel che stava a fare,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura…

Correva l’ altro treno ignaro e quasi senza fretta,
nessuno immaginava di andare verso la vendetta,
ma alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno:
“notizia di emergenza, agite con urgenza,
un pazzo si è lanciato contro al treno,
un pazzo si è lanciato contro al treno,
un pazzo si è lanciato contro al treno…”

Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva
e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva
e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria:
“Fratello, non temere, che corro al mio dovere!
Trionfi la giustizia proletaria!
Trionfi la giustizia proletaria!
Trionfi la giustizia proletaria!”

E intanto corre corre corre sempre più forte
e corre corre corre corre verso la morte
e niente ormai può trattenere l’ immensa forza distruttrice,
aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto
della grande consolatrice,
della grande consolatrice,
della grande consolatrice…

La storia ci racconta come finì la corsa
la macchina deviata lungo una linea morta…
con l’ ultimo suo grido d’ animale la macchina eruttò lapilli e lava,
esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo:
lo raccolsero che ancora respirava,
lo raccolsero che ancora respirava,
lo raccolsero che ancora respirava…

Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore
mentre fa correr via la macchina a vapore
e che ci giunga un giorno ancora la notizia
di una locomotiva, come una cosa viva,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia!

FRANCESCO GUCCINI

L’immigrato

 
L’avevamo immaginato disuguale
e lontano dai confini e dalla storia,
strano in viso, senza neanche la memoria
d’un passato: una sorta d’animale –
pure umano – ma riuscito alquanto male,
senza neanche una parvenza meritoria,
senz’alcuna aspirazione migratoria
privo d’ogni facoltà decisionale,
come fosse per l’eternità inchiodato
sulle terre ingenerose dove è nato.
Ma a quell’essere che a lui è superiore
dimostra, oggi, che anche il solo dolore
può bastare a buttar giù la staccionata
che uomo e natura gli hanno edificata.

Armando Bettozzi

Povera patria

Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos’è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore…
ma non vi danno un po’ di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
si che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po’ da vivere…
La primavera intanto tarda ad arrivare.

FRANCO BATTIATO

Luna piena

LÒUNA PÈINA

Strécc såtta una lóuna péina
źughèr al amåur int un fòs:
pâsa d’in fnèsstra al petråss
fagànd al sô acût in “la”
e mé a m’apòg’ la schéina
a un vèc’ trabalànt cumå.

 E a mîr cun gósst e piaśair
cal savuré incånter notûren:
l’amåur come pâst diutûren
al nutréss pulîd òmn e dòna,
l’é una poeśî stèrl a guardèr
cme vîvrel pugè a una culåuna!

 I t fan sénter dimónndi vîv
al và e véggn e una carazza:
bèś gridulén mûsg lintazza
ch’i t cunpâgnen vérs al finèl
i t fan vgnîr alźîr e źulîv
parché i én na mèrcia trionfèl!

 L’amåur l’é lé a purtè ed man,
l’é davaira un animèl stran
mo an s pôl brîśa dèr sugeziån:
l’amåur l’é la pió gran pusiån!

 Vivägnel cun quèlca lizänza,
dû trî dé al maiś d’astinänza
fantaśî surpraiśa e libertè:
al srà un tariånf ed felizitè

§

Stretti sotto la luna piena
giocare all’amore in un fosso:
entra in finestra il pettirosso
facendo immenso acuto in “do”,
ed io m’appoggio la schiena
a un vecchio tarlato comò.

E miro con gusto e piacere
quel sapido incontro notturno:
l’amor come pasto diuturno
ben nutre sia l’uom che la donna,
è un’ode sia starlo a vedere
che averlo poggiati a colonna.

Ti fanno sentire assai vivo
il va e vieni ed una carezza:
baci morsi gridi lentezza
che ti guidan verso il finale
ti rendon leggero e giulivo
ché son come marcia trionfale!

L’amore è a portata di mano
è certo un animale strano
ma non ci può fare paura:
l’amore è la nostra natura!

Viviàmol con qualche indecenza
un giorno mensil d’astinenza
estro sorpresa e libertà:
sarà trionfo e felicità!

Sandro Sermenghi

E pure il tuo figlio

E pure il tuo figlio

il divino tuo figlio, il figlio

che ti incarna, l’amato

unico figlio uguale

a nessuno, anche lui

ha gridato,

alto sul mondo:

“Perché…!”.

Era l’urlo degli oceani

l’urlo dell’animale ferito

l’urlo del ventre squarciato

della partoriente

urlo della stessa morte:” Perché””.

E tu non puoi rispondere

non puoi…

Condizionata onnipotenza sei!

Pretendere altro è vano

 

DAVID MARIA TUROLDO

Il tramonto della luna

Quale in notte solinga,
Sovra campagne inargentate ed acque,
Là ‘ve zefiro aleggia,
E mille vaghi aspetti
E ingannevoli obbietti
Fingon l’ombre lontane
Infra l’onde tranquille
E rami e siepi e collinette e ville;
Giunta al confin del cielo,
Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
Nell’infinito seno
Scende la luna; e si scolora il mondo;
Spariscon l’ombre, ed una
Oscurità la valle e il monte imbruna;
Orba la notte resta,
E cantando, con mesta melodia,
L’estremo albor della fuggente luce,
Che dianzi gli fu duce,
Saluta il carrettier dalla sua via;
Tal si dilegua, e tale
Lascia l’età mortale
La giovinezza. In fuga
Van l’ombre e le sembianze
Dei dilettosi inganni; e vengon meno
Le lontane speranze,
Ove s’appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
Resta la vita. In lei porgendo il guardo,
Cerca il confuso viatore invano
Del cammin lungo che avanzar si sente
Meta o ragione; e vede
Che a se l’umana sede,
Esso a lei veramente è fatto estrano.
Troppo felice e lieta
Nostra misera sorte
Parve lassù, se il giovanile stato,
Dove ogni ben di mille pene è frutto,
Durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
Quel che sentenzia ogni animale a morte,
S’anco mezza la via
Lor non si desse in pria
Della terribil morte assai più dura.
D’intelletti immortali
Degno trovato, estremo
Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni
La vecchiezza, ove fosse
Incolume il desio, la speme estinta,
Secche le fonti del piacer, le pene
Maggiori sempre, e non più dato il bene.
Voi, collinette e piagge,
Caduto lo splendor che all’occidente
Inargentava della notte il velo,
Orfane ancor gran tempo
Non resterete; che dall’altra parte
Tosto vedrete il cielo
Imbiancar novamente, e sorger l’alba:
Alla qual poscia seguitando il sole,
E folgorando intorno
Con sue fiamme possenti,
Di lucidi torrenti
Inonderà con voi gli eterei campi.
Ma la vita mortal, poi che la bella
Giovinezza spari, non si colora
D’altra luce giammai, nè d’altra aurora.
Vedova è insino al fine; ed alla notte
Che l’altre etadi oscura,
Segno poser gli Dei la sepoltura.

GIACOMO LEOPARDI

Sonetto dell’amore totale

SONETO DO AMOR TOTAL

Amo-te tanto, meu amor … não cante

O humano coração com mais verdade …

Amo-te como amigo e como amante

Numa sempre diversa realidade.

Amo-te afim, de um calmo amor prestante

E te amo além, presente na saudade.

Amo-te, enfim, com grande liberdade

Dentro da eternidade e a cada instante.

Amo-te como um bicho, simplesmente

De um amor sem mistério e sem virtude

Com um desejo maciço e permanente.

E de te amar assim, muito e amiúde

É que um dia em teu corpo de repente

Hei de morrer de amar mais do que pude.

§

Ti amo tanto, amore mio …
non canti il cuore umano
con maggiore verità ….

Ti amo come amico e come amante
in una sempre diversa realtà.
Ti amo per affinità,
di un quieto amore prestante
e ti amo al di là,
presente nella nostalgia.

Ti amo, infine, con grande libertà
per l’eternità e a ogni istante.
Ti amo come un animale, semplicemente
di un amore senza mistero e senza virtù
con un desiderio massiccio e permanente.

E amandoci così, molto e sempre
un giorno nel tuo corpo all’improvviso
morirò per aver amato più di quanto ho potuto.

MARCUS VINICIUS DE MORAES